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In dialogo con i maestri. Una genealogia della ricerca educativa.

Pubblicato il: 25/06/2026 17:50:34 -


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Non tutti i libri nascono allo stesso modo. In dialogo con i maestri, volume speciale dei Quaderni del Dottorato SIRD curato da Renata Viganò, Guido Benvenuto, Alessandra La Marca, Giovanni Moretti, Arianna Morini ed Elif Gülbay, è nato per stratificazioni successive: raccoglie infatti una serie di contributi offerti nel tempo da diversi studiosi nell’ambito del Seminario nazionale SIRD (Società Italiana di Ricerca Didattica) per dottorandi, nello spazio significativamente intitolato “In dialogo con i maestri”. Quella sessione, scrive la presidente della SIRD Renata Viganò nella prefazione, è nata per “offrire ai giovani ricercatori l’opportunità di incontrare, per il tramite delle parole di chi li ha conosciuti e frequentati, alcune tra le figure che hanno costruito le fondamenta della ricerca educativa e didattica nel nostro paese e oltre”.

In occasione della ventesima edizione del Seminario, questi interventi sono stati riuniti in volume*, con un intento – prosegue Viganò – che non è “congelare in pagine scritte ciò che era nato come parola viva e situata bensì di renderlo accessibile in modo più duraturo, farlo circolare oltre i confini di chi era presente, consegnarlo anche a chi verrà. In questo senso, il volume non è un archivio ma uno strumento di trasmissione”.

Maestri, dialogo, trasmissione. Come invito a leggere il volume basterebbero queste tre parole, insieme ai nomi dei protagonisti: Aldo Visalberghi, Mario Gattullo, Luigi Calonghi, Lucia Lumbelli, Maria Corda Costa, Egle Becchi, Francesco De Bartolomeis, Jerome Seymour Bruner e Mauro Laeng. Tra questi spicca la presenza di Bruner, unico maestro non italiano del volume: uno dei segnali che quella stagione della ricerca educativa italiana non si costruì in isolamento, ma in dialogo costante con la cultura internazionale.

Gli autori dei contributi sono studiosi e docenti universitari di diversi atenei: Pietro Lucisano per Visalberghi, Maria Lucia Giovannini per Gattullo, Cristina Coggi per Calonghi, Roberta Cardarello per Lumbelli, Guido Benvenuto e Anna Salerni per Corda Costa, Anna Bondioli per Becchi, Vanna Gherardi ed Elena Massi per De Bartolomeis, Antonio Iannaccone e Monica Mollo per Bruner, Antonella Nuzzaci per Laeng.

A una recensione spetta però il compito di dire qualcosa di più. Sfogliando il libro viene in mente subito l’immagine dei nani sulle spalle dei giganti attribuita a Bernardo di Chartres. Ma il lettore non si senta originale: è un’immagine che si ritrova poi anche in fondo alla postfazione. I giganti sono i maestri cui il volume è dedicato, gli autori dei saggi ci accompagnano verso di loro. 

Fa eccezione il contributo di Aldo Visalberghi, che nel volume prende direttamente la parola con un testo autobiografico già pubblicato nel 2007. È una presenza rara e preziosa: il lettore non incontra Visalberghi solamente attraverso la mediazione di un allievo, ma attraverso la sua stessa voce, in un testo che ripercorre un itinerario intellettuale e umano lungo settant’anni.

Per gli altri maestri il dialogo passa invece attraverso studiosi che spesso hanno condiviso con loro percorsi di ricerca, insegnamento e vita accademica. Grazie a queste testimonianze il lettore può avvicinarsi al pensiero dei maestri, alla loro formazione e, talvolta, anche a frammenti – minuti ma preziosi – della loro vicenda umana. E salendo su quelle spalle, può guardare più lontano.

Ciascuno dei protagonisti del libro ha percorso infatti cammini diversi per formazione, per matrice ideologica di riferimento, per vicende biografiche, ma ognuno ha lasciato eredità preziose: teorie, metodi, esempi di rigore scientifico e modi di pensare il rapporto tra educazione, ricerca e società caratterizzati da complessità, senso critico e apertura al dialogo.

Ulteriore pregio del libro è di restituire un’immagine della ricerca educativa non sclerotizzata dalle rigidità dottrinali. I maestri qui raccontati – si è detto – appartengono a matrici culturali diverse, talvolta molto distanti tra loro. Eppure le loro storie mostrano come una parte importante della ricerca educativa italiana si sia costruita attraverso il confronto e la collaborazione, in convergenze che spesso hanno felicemente superato gli steccati ideologici che caratterizzavano il dibattito pedagogico del secondo Novecento, polarizzato tra laici, cattolici e marxisti. 

La pluralità delle voci ospitate nel libro non appare come un limite, ma come una ricchezza. È una lezione non secondaria anche per il presente della ricerca educativa.

Ma forse il lascito più importante di questi maestri e maestre della ricerca pedagogica consiste nelle tante domande che restano aperte e attuali e che devono accompagnare chi oggi si occupa di educazione, siano ricercatori o insegnanti.

La chiave del volume viene infatti offerta sempre da Viganò: “raccogliere un’eredità non significa riprodurla ma saperla interpretare”. I maestri non si onorano attraverso la citazione rituale delle loro opere né dichiarandosi genericamente loro allievi; si onorano mettendo le loro idee alla prova delle domande del presente. Diversamente, il rischio è quello di una deferenza che finisce per svuotare proprio ciò che vorrebbe celebrare.

È questo, probabilmente, il nucleo più interessante del volume. Non la nostalgia, ma la genealogia. Non il culto del passato, ma lo sguardo alle radici per pensare e progettare il presente e il futuro. In un tempo segnato dall’accelerazione, dalla pressione verso l’innovazione continua e più attento a produrre che a pensare – anche in ambito scientifico -, il volume ricorda che nessuna ricerca autentica nasce senza un pensiero solido a monte e che ogni nuova domanda si sviluppa dentro una storia, una comunità scientifica, un linguaggio, che meritano di essere conosciuti criticamente. Tutto ciò è racchiuso in una frase di Pietro Lucisano nel contributo dedicato ad Aldo Visalberghi: “non c’è innovazione senza radici e […] lo studio del pensiero dei nostri maestri non è opzionale”. Quasi una massima.

Per quanto scritto fin qui, il libro sembrerebbe destinato solo a ricercatori di area educativa che, sicuramente, ne sono i destinatari privilegiati. Ma è una buona lettura anche per gli insegnanti: molti docenti, infatti, hanno incontrato la pedagogia soltanto marginalmente o di riflesso nel proprio percorso formativo, oppure ne hanno spesso conosciuto banalizzazioni prescrittive e un po’ catechistiche, o repertori di tecniche di fatto velleitarie e poco adatte ai contesti reali.

In dialogo con i maestri mostra invece una pluralità di pregevoli officine di pensiero pedagogico capaci di interrogare, problematizzare e stimolare anche il lettore insegnante.

Che il lettore sia un ricercatore o un insegnante (e sarebbe auspicabile che anche chi ha potere di decidere su questioni educative potesse maneggiare volumi del genere), l’incontro sarà un’esperienza proficua, purché abbia la postura intellettuale che Maria Corda Costa descrive con rara precisione: quella di chi lavora impegnandosi al massimo, ma resta sempre disposto a chiedersi “avrò sbagliato?”. Perché, ammonisce Corda Costa, “anche l’esperienza si cristallizza, trasformandosi in un fattore inibente e fossilizzante, piuttosto che un continuo impulso alla crescita personale e altrui”. E soprattutto: “Non dire mai ‘ho sempre fatto così’ ”.

È questa disponibilità a rimettere in discussione le proprie certezze la condizione che accomuna, al di là delle differenze, tutti i maestri raccontati nel volume: una ricerca educativa che non riduce mai i mezzi ai fini, che considera le metodologie, le procedure, gli strumenti di indagine indispensabili ma privi di senso se sganciati dalle grandi domande dell’educazione. Molte delle pagine raccolte conservano una forza che va oltre il loro tempo. Ne è un esempio eccellente Aldo Visalberghi, nelle battute finali del proprio itinerario filosofico e pedagogico, dove troviamo parole di drammatica attualità. La pace universale appare oggi a molti un’utopia fragile, un ideale irrealizzabile. Visalberghi la considera invece “l’unica scommessa plausibile e sensata per la sopravvivenza dell’umanità” da fondare non su sentimenti di commosso altruismo, ma su una visione critica e rigorosa, capace di dare senso concreto al kantiano “diritto cosmopolitico”. Di fronte alle tensioni e ai conflitti che segnano il nostro tempo, una pedagogia della collaborazione e della solidarietà rimane per lui “la sola proponibile per chi crede ancora nelle sorti dell’uomo”. Nonostante tutto.

* liberamente scaricabile dal sito dell’editore Pensa https://www.pensamultimedia.it/libro/9791255684909

 

Luca Rossi è docente di Italiano, Storia e Geografia nella scuola secondaria di I grado; laureatosi in Lettere e Filosofia alla Sapienza, ha conseguito anche un dottorato di ricerca in Psicologia sociale, dello sviluppo e ricerca educativa.

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