Un inutile rito?

“Un inutile rito” intitola Tuttoscuola alcune considerazioni sviluppate sulle sue pagine dedicate agli esami di maturità. A leggere  le cifre sui tassi di promozione di questo esame, che sfiorano il 100%, molti si domandano che senso ha continuare con questa prova, che ormai non è altro che il sigillo finale apposto sul percorso scolastico compiuto. In effetti, dopo che è stato ridotto al minimo il numero dei commissari esterni e che sono state introdotte quote crescenti di punteggio assegnato al curriculum scolastico (tanto da poter arrivare al fatidico 60 senza neanche dover sostenere la prova orale; l’obbligo introdotto dal Ministro Valditara di partecipare a tutto l’esame non ha eliminato questo paradosso) sarebbe da stupirsi che i risultati dell’esame divergessero da quelli finali del percorso scolastico compiuto. Si tratta di un classico esempio di profezia che si autoadempie: prima si eliminano gli elementi di selettività e poi si afferma che non è un esame selettivo, per cui tanto vale eliminarlo.

Per comprendere il senso che ha, o aveva, l’esame di maturità, è necessario andare indietro nel tempo. L’esame di maturità, o di Stato che dir si voglia, aveva una funzione molto precisa: evitare che l’intero percorso scolastico si svolgesse in modo autoreferenziale, sviluppandosi sulla base delle scelte e delle decisioni dei soli docenti della classe, le cui attività di insegnamento ed i cui standard valutativi, in mancanza di una qualsiasi verifica esterna, potrebbero essere fortemente divergenti rispetto ai traguardi ed agli obiettivi di apprendimento definiti dalla comunità nazionale. Pertanto vennero inseriti  nelle procedure di esame (come del resto avviene in molti altri Paesi europei) elementi di centralità ed esternalità molto stringenti: prove  scritte uguali per tutti, predisposte a livello centrale, commissioni d’esame formate da soli membri esterni provenienti da altre provincie o da altre regioni (ammesso un solo membro interno in rappresentanza della classe), ad evitare il pericolo di commistioni basate sulle conoscenze personali, presidenza della commissione d’esame affidata ad un docente universitario, interrogazioni specifiche condotte su tutte le discipline del corso di studi. Tutto questo, oltre a provocare un’immaginabile ansia tra gli studenti, poneva i docenti nella necessità di svolgere per intero il programma di insegnamento, e di esprimere valutazioni equilibrate sugli studenti, nella consapevolezza che i loro allievi sarebbero stati successivamente oggetto di giudizio da parte della commissione esterna.

Oggi la situazione non è più quella del secolo scorso: i programmi dettagliati e prescrittivi sono stati sostituiti dalle indicazioni nazionali, la realizzazione di un’ampia mobilità dei commissari d’esame è impensabile per ragioni logistiche e finanziarie, le procedure d’esame tengono conto della realtà mutata, ma il rischio  dell’autoreferenzialità del percorso scolastico rimane, anzi è ovviamente aumentato. Un segnale evidente della discrepanza tra esiti dell’esame di maturità e standard nazionali proviene dai risultati dei test Invalsi: è noto come i risultati degli esami sono profondamente diversi rispetto ai risultati che emergono dalle prove standardizzate svolte dagli stessi studenti qualche settimana prima dell’esame: vengono addirittura capovolte le graduatorie degli esiti, con un rovesciamento delle posizioni tra le diverse aree del Paese. Gli esami di maturità, così come vengono organizzati attualmente, rappresentano dunque solo la ratifica finale di un sistema scolastico profondamente disomogeneo tra le diverse aree del Paese, anzi di un non-sistema. Si apre anche una questione di equità per quegli studenti che, nonostante il raggiungimento di elevati standard di apprendimento, si vedono scavalcati da colleghi meno preparati, laddove il punteggio conseguito nell’esame di maturità viene utilizzato per la formulazione di successive graduatorie, ad esempio per l’accesso all’Università, per i concorsi pubblici e per l’erogazione di borse di studio o di altre provvidenze (Carta del merito, o beni e servizi specifici, come biglietti per concerti, cinema, musei e mostre; ecc.).

La soluzione a queste profonde disomogeneità ed iniquità non è l’eliminazione dell’esame di maturità o l’abolizione del valore legale del titolo, come da alcune parti si vorrebbe. La mancanza di una qualsivoglia verifica esterna sulla preparazione degli studenti al termine del percorso di scuola secondaria superiore inevitabilmente peggiorerebbe il problema, accrescendo le disomogeneità all’interno del sistema e penalizzando in particolare quegli studenti che non hanno la possibilità economica di iscriversi alle scuole più esclusive. L’obiettivo da raggiungere è rendere l’esame più rappresentativo dei livelli reali di apprendimento degli studenti, ad esempio organizzando la correzione delle prove scritte da parte di commissioni esterne, ridimensionando il punteggio assegnato al curriculum precedente, ed inserendo nel portfolio dell’esame anche i risultati dei test Invalsi, anche solo come elemento di  moderazione, per fornire alle commissioni d’esame la possibilità di esprimere una valutazione più informata possibile riguardo alle effettive conoscenze e competenze degli studenti.

Giorgio Allulli Vicepresidente della Rete europea della qualità dell’Istruzione e formazione professionale (EQAVET); già direttore delle aree sistemi formativi del Censis, dell’Isfol e della Conferenza dei Rettori.