L’insegnamento della Filosofia nelle Nuove Indicazioni Nazionali per i Licei
Per motivi comprensibili e in parte condivisibili, le critiche rivolte finora alla bozza delle Nuove Indicazioni Nazionali sull’insegnamento della filosofia nei licei hanno riguardato soprattutto i numerosi “peccati d’omissione” riscontrabili nell’elenco degli autori di cui viene esplicitamente richiesta la presenza nella programmazione delle attività didattiche. A me sembra che sia necessaria anche una più ampia riflessione critica sul tipo di cambiamento che le Nuove Indicazioni promettono d’introdurre nella didattica della filosofia. È un cambiamento auspicabile?
La bozza delle Nuove Indicazioni costruisce un’immagine bidimensionale dell’insegnamento e dell’apprendimento della filosofia. Da un lato viene individuata una dimensione storica e teorica, rappresentata da “una tradizione di autori e testi da conoscere e da approfondire”; dall’altro, una dimensione pratica, diciamo laboratoriale, che trasforma lo studio della filosofia in un ”esercizio concreto, una vera e propria pratica, di un’attività di riflessione, d’interrogazione, di giudizio, di argomentazione”. Per raggiungere gli obiettivi di apprendimento e le competenze delineate nel documento, viene raccomandato di sviluppare adeguatamente entrambe queste dimensioni o modalità complementari d’insegnamento/apprendimento della filosofia.
La distinzione tra lo studio della filosofia e l’esercizio delle pratiche filosofiche costituisce il filo conduttore del discorso. Infatti essa ritorna tutte le volte che viene specificato, a titolo d’esempio, quali sono per ogni anno di corso i contenuti riferibili all’una o all’altra modalità didattica. Viene allora da chiedersi, in primo luogo: da quale esigenza nasce tale distinzione? Perché non partire dal presupposto che lo studio della filosofia è già in se stesso un esercizio di pratica filosofica? La risposta che si può evincere dalla bozza, è che lo studio della filosofia nei licei italiani, configurandosi come studio della storia della filosofia occidentale dalle origini ai giorni nostri, porta a una conoscenza “diacronica” degli autori e delle correnti principali della tradizione filosofica; ma questa conoscenza, pur necessaria, non realizza appieno le potenzialità formative della disciplina, perché non genera l’insieme delle competenze comunicative, logiche, critiche e argomentative, che sono indispensabili per orientarsi nella complessità del mondo contemporaneo. È quindi necessario integrare la ricostruzione storica con percorsi tematici che consentano di praticare la filosofia in prima persona. In questi percorsi, oggetto di studio saranno i “problemi fondamentali” della filosofia, cioè i problemi ricorrenti nella sua storia.
La differenza tra lo studio della filosofia e l’esercizio delle pratiche filosofiche è dunque mediata dalla diversità dei rispettivi contenuti: l’esercizio di pratiche filosofiche non è riferito a singoli autori o correnti, ma alle “problematiche fondamentali della tradizione filosofica”.
Osservata da vicino, la differenza risulta però sfuggente. Riguardo ai contenuti, si legge che anche nello studio della filosofia si è tenuti a mettere in evidenza e approfondire le questioni di fondo che emergono dalla successione in ordine cronologico degli autori e delle correnti. Il metodo è il medesimo, in entrambe le modalità: la lettura diretta dei testi filosofici e la loro contestualizzazione storico-culturale sono attività richieste tanto per lo studio della filosofia quanto per l’esercizio delle pratiche filosofiche. Gli obiettivi di apprendimento e le competenze attese sono perseguibili indifferentemente con l’una o con l’altra modalità. Si potrebbe ipotizzare che la differenza dipenda dal fatto che lo studio della filosofia, procedendo storicamente, “accentua l’approccio diacronico”, cosa che non avverrebbe nell’esercizio delle pratiche filosofiche. Ma se si considerano gli esempi di percorsi tematici indicati nel documento, si può constatare che essi non escludono, anzi richiedono una trattazione (o, se si preferisce, una narrazione) diacronica, con annesse periodizzazioni. Gli esempi che seguono, sono alcuni di quelli proposti per il secondo biennio: “la nascita e lo sviluppo dell’etica nel mondo antico”; “libertà e potere nel pensiero antico e moderno”; “gli sviluppi della logica aristotelica e stoica fino a Leibniz”; “la questione della verità nel pensiero antico, nel cristianesimo e negli sviluppi scientifici in età moderna”. Più “diacronici” di così…!
Quello che si può prevedere, a mio avviso, è che, così come sono stati prefigurati, i percorsi tematici non consentiranno alcuna “pratica della filosofia” realmente nuova, e più ricca, più adeguata alla realtà attuale di uno studio storico della filosofia. Essi sono infatti dei “doppioni”: tutto quello che si può dire nella presentazione “sistematica” di uno qualsiasi dei temi sopra riportati, si può (e si deve) dire anche nella presentazione “storica” degli autori e delle correnti. La differenza sta in ciò, che se si procede per autori e correnti, si “spezzetta” il tema; se si procede per temi, si “spezzettano” autori e correnti. Ma il contenuto è lo stesso, come anche il metodo: in entrambi i casi, stando a quello che viene raccomandato, lettura diretta dei testi e contestualizzazione storico-culturale.
Potrebbe quindi sembrare che tutto si riduca infine a integrare nella storia della filosofia dei percorsi tematici che colleghino in un quadro unitario i contenuti “dispersi” nella successione cronologica degli autori e delle correnti. Questa è forse una soluzione possibile, ma non è lo scopo delle Nuove Indicazioni.
Lo scopo è quello di avviare, senza darlo troppo a vedere, una transizione graduale e il più possibile indolore dall’attuale insegnamento storico a un insegnamento sistematico della filosofia, cioè a un insegnamento che organizza la filosofia, in quanto disciplina di studio, come un insieme di sotto-discipline. Non per caso il documento sottolinea che il profilo dello studente in uscita dovrà essere caratterizzato, fra l’altro, dalla capacità di “orientarsi sulle diverse articolazioni della disciplina (ontologia, epistemologia, logica, etica, filosofia politica, estetica, ecc.)”; e quando si fa riferimento all’esigenza di costruire “un percorso di studio il più possibile unitario”, si avvisa che “a tale scopo autori e problematiche saranno inseriti in un quadro sistematico allo scopo di comprenderne volta a volta i problemi e valutarne criticamente le soluzioni”. Così com’è formulato, l’avviso è scombinato, privo di senso. Diventerebbe intelligibile, se fosse riferito soltanto agli autori, o tutt’al più alle correnti, certo non alle “problematiche”, che sembrano “buttate lì” al solo scopo d’intorbidare le acque, cioè per non dire apertamente che d’ora in avanti non bisognerà mettere al centro dell’attenzione gli autori, con presentazioni monografiche, globali, del loro pensiero filosofico, ma piuttosto le tematiche, sempre riconducibili a specifici ambiti sotto-disciplinari della filosofia (nei quali ambiti, inesorabilmente, gli autori verranno “volta a volta” spezzettati).
Ad ogni modo, i percorsi tematici selezioneranno gli stessi contenuti che qualificano lo studio della filosofia, condivideranno l’onere e l’onore della “contestualizzazione storico-culturale” dei testi filosofici, perseguiranno i medesimi obiettivi disciplinari. Dunque, dov’è la novità? Dov’è la “pratica della filosofia” che viene promessa e che prima non si poteva fare?
Semplicemente, non c’è. E non ci può essere, perché la pratica della filosofia è incompatibile sia con la logica dell’insegnamento storico sia con quella dell’insegnamento sistematico. Più in generale, è incompatibile con il paradigma trasmissivo dell’insegnamento della filosofia, che è alla base delle Nuove Indicazioni (ma anche, ovviamente, delle “vecchie”). Com’è noto, la paideia socratica è interamente fondata sul rifiuto intransigente di tale paradigma. Perché non prenderla come modello di riferimento, se si vuole che la pratica della filosofia entri nelle scuole?
Un esempio contemporaneo, e coerente, di pratica della filosofia in un contesto educativo è offerto dalla Philosophy for (o with) children, la novità più importante, a mio avviso, comparsa negli ultimi cinquant’anni nel campo della didattica della filosofia. La P4C (così, purtroppo, tutti la chiamano oggi) insegna fra l’altro che se si vuole fare pratica della filosofia nella scuola, è essenziale che il contenuto del sapere non venga preconfezionato e “trasmesso” al discente affinché lo impari. Nella pratica della filosofia, il sapere può essere soltanto il prodotto di un’attività di ricerca svolta dal discente stesso, in prima persona, sotto la guida esperta del docente, utilizzando le risorse e gli strumenti concettuali e cognitivi messi a disposizione dalla tradizione filosofica. La pratica filosofica guida il discente non già ad apprendere una filosofia “data e organizzata”, ma a scoprire la filosofia attraverso il dialogo, intersoggettivamente, nella relazione con gli altri. Le tematiche congeniali alla pratica filosofica, non arrivano dall’alto, salgono dal basso, essendo costituite, in prima istanza, non dai problemi dei filosofi del passato, ma da quelli che nascono dalla nostra esperienza del presente, dal nostro “vissuto” del mondo, che la filosofia ci aiuterà a concettualizzare e a giudicare razionalmente (anche con l’aiuto, quando servirà, dei filosofi del passato).
Niente di tutto questo rientra nell’orizzonte pedagogico e filosofico delle Nuove Indicazioni, il cui unico scopo è quello di giungere a un provvisorio compromesso tra insegnamento storico e insegnamento sistematico della filosofia. Il compromesso consiste, come abbiamo visto, nell’inquadramento della storia della filosofia dentro una cornice sistematica. Esso non renderà possibile una “pratica della filosofia” diversa da quelle già in uso; piuttosto, didatticamente, è alto il rischio che ne venga fuori qualche “pasticciaccio brutto”.
Per un effettivo rinnovamento della didattica della filosofia, attenderemo tempi migliori e la maturazione di un’alternativa all’alternativa tra insegnamento storico e insegnamento sistematico della filosofia. Non c’è comunque motivo di allarmarsi, per il momento, né tantomeno di farne una questione “identitaria”. Le Nuove Indicazioni sulla filosofia non introducono nei licei una prospettiva didattica e culturale estranea alla tradizione nazionale: la meta a cui esse tendono, in fin dei conti, è il recupero della tradizione pregentiliana d’insegnamento della filosofia.
Leone Parasporo, già docente di Filosofia e Storia nei Licei