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La nuova maturità. Tra burocrazia e valutazione della personalità

Pubblicato il: 15/04/2026 00:11:07 -


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I calendari scolastici  ripropongono ogni anno cadenze e ritualità che solo la cieca forza della/e burocrazia/e non scardina, trovando anzi  sempre il modo di mantenerle malgrado i cambiamenti culturali (?) e politici che attraversano e trasformano la società italiana. Uno di questi immobili riti della scuola  italiana è l’esame di stato, malgrado i ritocchi a cui nel tempo quasi nessun ministro dell’istruzione ha rinunciato. Tra questi, anche  simbolici cambi di denominazione.  Dal 2026, si sa,  l’esame conclusivo del percorso di studi della secondaria superiore riprende il nome di esame di maturità che risale alla riforma Gentile di più di un secolo fa, la “novità” è nel decreto legge n.162 del 9 settembre  2025 che cancella la denominazione di esame di stato introdotta con la riforma Berlinguer (legge n. 425 del 10 dicembre 1997). Ma in che cosa consiste il “nuovo” che giustifica il recupero dell’antica denominazione? 

Il ministro Valditara ha ripetutamente dichiarato il profilo innovativo del suo intervento. L’esplicitazione sta nella presentazione del MIM a  una breve Guida specifica  alla “Nuova Maturità 2026: Novità e Struttura”, in cui la prova orale – la sua struttura, il suo svolgimento – viene definita  ”un momento di sintesi multidisciplinare e di orientamento.” A partire dalle  quattro materie individuate annualmente ( entro gennaio)  dal Ministero, il “nuovo esame”, così recitano le disposizioni ministeriali, non è semplicemente il momento di verifica delle conoscenze disciplinari specifiche, ma  “valorizza il percorso personale, le competenze digitali e l’orientamento verso il futuro universitario e professionale dello studente”. Accanto   alla “valutazione” delle competenze disciplinari e delle esperienze formative, compare non solo la valorizzazione dell’impegno scolastico e delle attività extrascolastiche “meritevoli”, ma la valutazione della “maturazione personale: Autonomia, Responsabilità e Capacità critica”. La sintesi ministeriale insiste proprio su “cosa cambia” nel colloquio orale, un breve ma miracoloso spazio, capace di fornire informazioni attendibili su quell’oggetto, studente/ssa,  in genere difficilmente decifrabile non solo all’adulto con cui il giovane si relaziona, ma al giovane stesso in quella fase complicata della vita che è il complesso passaggio  dalla adolescenza all’età adulta.

Altra novità contenuta nella nuova normativa è l’ introduzione di una formazione specifica obbligatoria per tutti i commissari, così recita la Guida. In questo modo si garantirà equità e professionalità ai quattro commissari (due interni e due esterni) che svolgeranno la funzione di esaminatori. Il Presidente non risulta , almeno nella Guida, destinatario di questa formazione “obbligatoria”, che comunque non viene  descritta. Si precisa inoltre, che “ l’esame è valido solo se il candidato partecipa a tutte le prove previste”, l’esperienza di quanto accaduto lo scorso anno (quando alcuni candidati rifiutarono di sottoporsi alla prova orale avendo, tra voti delle prove scritte e crediti di percorso, già raggiunto la sufficienza ) ha evidentemente spinto il MIM a prevenire altre eventuali pericolose o imbarazzanti trasgressioni.

L’ Ordinanza Ministeriale n. 54 del 26 marzo 2026, in corso di registrazione presso i competenti organi di controllo, completa le nuove disposizioni nell’Allegato A ,  griglia valutazione colloquio 2026. Vale la pena leggere direttamente qui ( Link all’allegato) i quattro indicatori sintetici e le loro articolazioni, che indirizzeranno la prova orale e l’attribuzione dei relativi punteggi.

Tralasciando i tre indicatori che, in modo più leggibile, guideranno lo  svolgimento del colloquio, appare utile riflettere sul quarto  e sui criteri di valutazione che questo definisce  in merito al “Grado di maturazione personale, di autonomia e di responsabilità raggiunto al termine del percorso di studi.” Su questo punto mi limito a citare testualmente la domanda che pone la prof. Cristina Agazzi nell’incisivo articolo, pubblicato sulla Stampa del giorno 8 aprile 2026 ( Io, prof, mi vergogno della nuova maturità): “Ma quale docente può avere l’arroganza di definire con 0,5 punti in più o in meno la personalità di un ragazzo?” Forse qui è utile aggiungere qualche  informazione circa le fonti di queste “pensate”  che, da viale Trastevere, piombano  sulla scuola. 

I grandi cambiamenti che si sono prodotti, che stanno producendosi e continueranno a prodursi nel mondo contemporaneo hanno sollecitato e continuano a sollecitare nuove esigenze, volte a garantire  una formazione realisticamente efficace  a popolazioni di generazioni diverse,  che si misurano  e si misureranno sempre  di più  con nuove, inedite forme di vita , di relazione, di bisogni sociali e individuali ecc. Importanti studi accademici e gli stessi grandi centri riconosciuti di ricerca e proposta istituzionali ( Unesco- Grale; Ocse  indagini Piaac , Pisa, e da ultima l’indagine ‘Nurturing Social and Emotional Learning Across the Globe. Findings from the OECD Survey on Social and Emotional Skills 2023’, per citare solo alcune pubblicazioni), presentano modalità nuove, necessarie per affrontare il problema dell’apprendimento, dello studio e della comprensione intellettuale , ma non solo. Stupisce tra l’altro che gli esiti di importanti indagini, che ormai usano abitualmente  la sigla SES , che lo stesso MIM ha diffuso nel 2025 ed  ancora recentemente, vengano applicati utilizzando per giovani 19enni  una griglia di lettura del processo di maturazione, costruito e valutato su ragazzi/e di 10 e  di 15 anni . 

Questi studi evidenziano tre aspetti 

  1. le SES dipendono fortemente dalle relazioni familiari, dalle relazioni dentro la scuola, dalle esperienze extrascolastiche e dalle relazioni tra coetanei ( non a caso le indagini Ocse hanno costruito  griglie per i ragazzi, i genitori, i dirigenti scolastici) 
  2. i processi di maturazione, che si determinano nell’adolescenza, mutano profondamente nel corso di pochi anni  
  3. la padronanza, il controllo di razionalità, emotività, impegno ecc. dipendono da fattori contestuali / ambientali che devono essere tenuti in conto, se si vuole costruire un profilo sufficientemente vicino alla realtà del soggetto che si osserva. 

La prof. Agazzi ha davvero ragione. Alla commissione di esame si chiede di osservare, relazionare e formulare una valutazione con degli occhiali tarati su quindicenni, quando sono trascorsi ben tre anni fondamentali per la maturazione di un soggetto in crescita. Sicuramente non ha senso pretendere di  registrare e addirittura  valutare aspetti importanti, che di certo sfuggono in gran parte o del tutto in un contesto scolastico, e tanto più  nel corso di un esame costruito in forme e modalità assolutamente tradizionali. Qual è allora il senso di questa”novità”? Si tratta  di (gravissima ) ignoranza politica e burocratica, o di intenzionale travisamento della funzione educativa della scuola e dell’esame finale ? E inoltre, le riflessioni e l’imbarazzo della prof. Agazzi sono una voce isolata o esprimono un disagio professionale diffuso ?

Il tema è molto importante, si dovrà tornarci su.

Vittoria Gallina

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