Iscrizioni alle scuole superiori per il 2026-27 e cultura del lavoro nel nostro paese

Segnali di tendenza contraddittori dalle iscrizioni alle scuole superiori italiane. Da una parte i Licei rimangono la scelta di più della metà degli allievi, anche se la spinta che li ha portati, nel giro di 10 anni, a superare il 50% sembra  perdere di velocità. Sostanzialmente stabile la superiorità del Liceo Scientifico con buona permanenza del liceo tradizionale con il latino, e relativa ascesa del liceo scientifico tecnologico. Continua la crescita dei licei “leggeri”, in particolare del Liceo delle Scienze Umane anche trainato dalla sua articolazione Economico-Sociale che aveva  tardato un po’ a convincere. Si tratta forse anche di travasi interni, vista la leggera diminuzione del Liceo Artistico e l’altrettanto leggero aumento del Liceo Linguistico. Continua la discesa decennale del Liceo Classico (che non sarà certo salvato dal ridicolo ribattezzo dei primi due anni in Ginnasio), particolarmente visibile al Nord, mentre al Sud resiste, ciò che è spesso letto come un elemento di conferma del tradizionalismo della società. Positiva la prestazione dei professionali, in leggera discesa i tecnici in cui continua la flessione delle specializzazioni economiche a favore di quelle scientifico-industriali.

 Soprattutto raddoppio del 4+2, la novità varata dall’attuale governo che cerca di unificare istruzione e formazione professionale, accorciarne il percorso e collegarla strettamente ad un percorso terziario snello, con più forti collegamenti con il mondo del lavoro. Inizio di un’inversione di tendenza? Particolarmente interessante il fatto che questa crescita sembri realizzarsi in modo significativo al Sud, che negli ultimi periodi era rimasto di fatto quasi privo di una formazione per il lavoro, vista la diserzione delle amministrazioni regionali dalla costruzione di un filiera di Istruzione e Formazione Professionale che è di loro competenza. Non è da escludere che abbia giovato una spinta da parte delle articolazioni locali dell’ Amministrazione scolastica, sempre sensibili alle spinte dal centro, qualunque esso sia. Comunque giova confidare nella eterogenesi dei fini, soprattutto nei casi disperati come quello del rapporto del nostro paese con la formazione per il lavoro.

Può essere interessante anche riflettere, in un paese cosi diversificato come il nostro, sulla distribuzione territoriale delle preferenze che risultano costanti da anni. Il primato in Veneto degli Istituti Tecnici è chiaramente legato alla stima sociale per il lavoro della regione, che si esprime soprattutto nella piccola-media industria a conduzione famigliare, cui ben si attagliano le caratteristiche di questo tipo di istruzione. Forse c’è stata anche una qualche  influenza del sistema duale tedesco? La posizione predominante dell’Emilia Romagna nei percorsi professionali forse è legata alla significativa presenza di una immigrazione di medio livello, che spesso arriva dall’altra parte dell’Adriatico e che trova in questo settore scolastico un primo accesso alla formazione secondaria (fortunatamente per noi, verrebbe da dire).La primazia del Lazio nei licei risulta abbastanza scontata, vista la presenza di quel gran produttore di posto fisso che è la capitale, oltre che di una antropologia diffusa sempre più simile a quella del Sud.

La prima ragione di questa deriva licealista è probabilmente strutturale, anche perché si tratta di una tendenza diffusa in tutto l’Occidente ricco, che si esprime nel successo delle formazioni cosiddette “generaliste”. Potersi permettere di rinviare l’inserimento dei figli nel mondo del lavoro è una delle manifestazioni del benessere, in se’meno negativa di altre. Ma si accompagna ad un crescente rifiuto della fatica, dei necessari vincoli della vita che nei giornali ha recentemente trovato espressione, fra le altre, nella difficoltà dei datori di lavoro nel trovare personale nella cosiddetta generazione Z. E forse la pedagogia del puero trionfante e del no a qualsiasi frustrazione soprattutto valutativa  potrebbero essere  sponsor non secondari. Manca la spinta all’impegno per ottenere un benessere che c’è già, spinta che costituisce la ragione profonda della cavalcata trionfante nelle graduatorie internazionali dei paesi dell’East Asia e delle crescenti migliori performance italiane dei non autoctoni (non tutti, in particolare Europa dell’Est e cinesi), in matematica ad esempio. OCSE ha ipotizzato, con la sua grande capacita di moral suasion, che la istruzione generalista e poi terziaria necessariamente sia un fattore ineluttabile di sviluppo. Deducendola, fra l’altro, principalmente dal fatto che in Occidente a titoli di studio crescenti corrispondano crescenti stipendi. Ma avanzano dubbi, sulla base di esperienze ìnternazionali ormai prolungate, se invece sia la tendenza allo sviluppo a spingere alla istruzione. 

Ma un altro fattore che genera licealismo, soprattutto nel nostro paese, è di natura ideologica. La ostilità alla formazione per il lavoro ha raggiunto negli ultimi periodi livelli parossistici, a fronte peraltro di un dichiarato bisogno da parte dei datori di lavoro. Vale la pena riflettere sulle ragioni di una così grande ostilità all’interno della scuola italiana e del mondo intellettuale in generale, in relazione anche sommaria con i vari filoni di pensiero in proposito.

Il campo della sinistra ex-marxista, ideologicamente anche a livello internazionale egemone nel mondo della scuola, è quello che con maggiore determinazione ha espresso questa ostilità, particolarmente significativa in Italia in questo ultimo .periodo in cui ha preso il sopravvento una postura radicaleggiante. Nel pensiero marxista classico si sottolinea il fatto che la formazione professionale servirebbe a riprodurre la forza-lavoro secondo i bisogni del capitalismo, creando lavoratori specializzati, parziali (alienazione del lavoro), adattabili e sostituibili nel quadro di una separazione radicale tra lavoro manuale e intellettuale.

La socialdemocrazia europea ha condiviso questa ostilità rispetto ad una formazione meramente addestrativa, ma, nel quadro di una visione gradualista, ha valorizzato la formazione come strumento di eguaglianza di alto livello e, non a caso, soprattutto in Germania ed in Europa centrale ha dato vita ai tuttora vivaci percorsi di formazione per il lavoro che hanno una forte dignità sociale. Da sottolinearsi che, per quanto la divisione dei percorsi si effettui addirittura ad 11 anni, questo non sembra avere abbassato il livello culturale complessivo di quella società, a paragone di quello della società italiana.

Si dimentica però spesso che il marxismo classico postulava che il proletariato era destinato a sostituire la borghesia come classe egemone, non per ragioni morali( lo sbeffeggiato socialismo utopistico!) o di giustizia sociale, ma perché destinato a sviluppare maggiormente le forze produttive, che il capitalismo invece avrebbe distrutto attraverso le sue periodiche crisi. E del resto il tentativo della Russia sovietica di modernizzare il paese (elettricità e soviet) era lì da vedere. E’ forse il caso di ricordare che lo stakanovismo aveva serie basi non tanto nel nazionalismo russo quanto nella ideologia comunista. La produttività in sé pertanto non è in antitesi con la tradizione marxista classica.

Ma in Italia il ruolo fondamentale lo ha ricoperto il pensiero di Gramsci che individuava la egemonia culturale come un elemento cruciale della lotta politica e la cultura umanistica generalista come strumento per la classe proletaria indispensabile per la presa del potere. e soprattutto per la sua gestione. Perciò no alla scuola professionale precoce (aggettivazione chiave, ma ovviamente non ben definita dal punto di vista temporale) perché cristallizza le disuguaglianze sociali originarie. L’evidente anacronismo odierno di questa idea chiave gramsciana  non ne ha causato il tramonto, perché nel nostro paese la prevalente cultura di stampo idealistico vi si è saldata nel dopoguerra nelle posizioni del PCI. A titolo di sintesi, si suole dire in proposito che la battaglia fra il filosofo Banfi (modernista e di ispirazione internazionale) ed il latinista Concetto Marchesi (classicista ed idealista), la vinse Marchesi. E questa ispirazione ha trovato il miglior terreno di cultura nella intellettualità del Sud, ove il produttivismo originario del marxismo classico non ha mai attecchito.

L’egemonia di questo orientamento si spiega anche con la debolezza dei possibili competitors.

Il pensiero cattolico vede positivamente la formazione per il lavoro non come mero addestramento tecnico, ma come un percorso integrale della persona che realizza sè stessa e serve la società valorizzando responsabilità e dignità del proprio operare. Pertanto l’ispirazione cattolica è tuttora alla base del filone oggettivamente più solido della formazione professionale rappresentato dai Salesiani, e ricopre anche un ruolo prezioso dedicandosi alla marginalità. Ma nel nostro paese nella formazione “alta” generalista- dove si gioca l’egemonia culturale-  ha sostanzialmente lasciato libero campo, limitandosi a ritagliarsi spazi nelle scuole private di alto livello, quelle dei gesuiti soprattutto, volte secondo la loro tradizione alla formazione delle elites sociali (Leone XIII a Milano, Collegio Massimo a Roma) o garantendo oasi di perbenismo nelle periferie.

Il mondo imprenditoriale dal punto di vista ideologico dovrebbe rifarsi all’economia classica che vede nella formazione per il lavoro uno strumento di valorizzazione del soggetto, in stretta correlazione se non in dipendenza dai bisogni complessivi dell’economia. In Italia, però, la scarsa influenza della cultura del liberalismo è sempre stata chiara, a causa del ritardato sviluppo industriale e della scarsa influenza della cultura protestante. Oggi, dopo gli anni 60, il decennio in cui si sviluppò anche una letteratura industriale (a titolo di esempio Le chiavi a stella di Primo Levi e Donnarumma all’assalto di Ottiero Ottieri), la cultura imprenditoriale sembra all’angolo, forse anche per la sua dimensione mediopiccola e spesso molto famigliare. Nonostante che negli anni 90 abbia perfino di fatto espresso un ministro –come Giancarlo Lombardi- bisogna constatare che oggi fatica nei fatti e nelle argomentazioni a sostenere financo le pratiche di Alternanza Scuola Lavoro, una pietra angolare della battaglia in corso. Eppure lamenta ad alta voce la mancanza dei lavoratori qualificati di cui abbisognerebbe.

Mediazione fra i due campi può essere considerata la visione keynesiana che vede la formazione professionale come strumento centrale di politica economica, non solo come risultato di scelte individuali, ma perché serve a sostenere l’occupazione, la domanda aggregata e la crescita. La formazione non è pertanto, secondo questa visione, solo un investimento pubblico e perciò lo Stato deve intervenire poiché il mercato da solo non garantisce livelli adeguati di competenze Dunque spendere in formazione anche in deficit è giustificato, soprattutto nelle fasi di crisi. Il keynesismo è stato probabilmente una parte importante della ispirazione della sinistra riformista – si parla del ventennio dopo l’89- come interpretazione progressista del neoliberismo. Ultime espressioni, prima della radicalizzazione o meglio evaporazione attuale, ne fu il governo Renzi che non a caso varò la Alternanza Scuola Lavoro come obbligatoria anche nei licei. Sempre non a caso subito ribattezzata nell’iniziatico PCTO (Percorsi per le Competenze trasversali e per l’Orientamento) e depotenziata dal governo Conte.

Un importante indicatore del problema, oltre alle prese di posizione politiche, sta nell’orientamento della ricerca. Nell’ultimo decennio fortunatamente anche nel nostro paese stanno sviluppandosi a livello universitario scuole di ricerca che si focalizzano sulle prove standard nazionali Invalsi ed OCSE-IEA internazionali. Un predominante tema di queste ricerche è quello dell’equità nel campo della istruzione. Un tema che è ben possibile mettere a fuoco mettendo in relazione i risultati di apprendimento con l’ESCS (status economico sociale) rappresentato da professione e livello di istruzione dei genitori. L’orientamento diffuso è quello di considerare come proxy di equità l’iscrizione a scuole di impostazione generalista, ritenendo evidentemente che la iscrizione a percorsi di formazione diretta per il lavoro sia un indicatore di disequità. Risultato forse dell’atteggiamento della piccola- media borghesia intellettuale che considera le sue scelte di vita e di professione le più prestigiose e gratificanti e che considera la sua cultura come la massima possibile espressione dello sviluppo intellettuale umano. La non esaltante esperienza italiana oramai decennale di educazione universale in chiave eminentemente umanistica dovrebbe invece averci insegnato che le scelte umane di interesse e di predisposizione, sia in campo intellettuale che professionale, possono essere molto varie. Ed è curioso che quella stessa parte che a livello di principio afferma con forza la varietà delle vocazioni non ne voglia prendere atto. In aggiunta, cura precipua dovrebbe essere quella di individuare e tutelare con la massima decisione le vocazioni discordanti dalla propria culla di provenienza. Ciò che invece ci si guarda bene dal fare, perché la valorizzazione del merito viene ignorata, se non sbeffeggiata o demonizzata.

Tiziana Pedrizzi, già dirigente scolastico e distaccata IRRE. Esperta di sistemi educativi.