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Il nuovo bonus scuola e l’ombra delle disuguaglianze

Pubblicato il: 05/12/2025 13:15:38 -


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Tra le proposte di modifica della legge di bilancio  c’è l’introduzione di un bonus di sostegno alla scelta della scuola paritaria. Destinato alle  famiglie con  reddito ISEE entro i  30.000 euro, consiste in un contributo per studente fino a 1500 Euro,  con possibile cumulo fino a 5.000 per nuclei  con più figli. Il finanziamento  sarebbe  di 20 milioni. Bonus di questo tipo sono stati finora  istituiti  solo da tre Regioni (Lombardia, Piemonte, Veneto, tutte di centro-destra), ma  l’idea di un  voucher nazionale non è nuova, e si sta facendo strada. Se quest’anno l’emendamento è a firma di  Lo Tito, senatore di Forza Italia, l’anno scorso  uno  simile  venne proposto da  Malagola di Fratelli d’Italia. Anche il ministro  leghista Valditara si è ripetutamente detto a favore. Il voucher per la scuola privata, a lungo  marcatore  della destra liberale o liberista, è oggi condiviso  da quella “sociale”. Con argomenti in cui alla tradizionale “libertà di scelta educativa“ si mischiano, in  gradazioni diverse,  dosi più o meno abbondanti di antistatalismo e di familismo.  

Sullo sfondo ci sono le pressioni delle scuole paritarie,  in particolare le cattoliche, colpite negli ultimi anni da un’  emorragia di iscritti – il 38,11%, con più di 800 istituti costretti a chiudere  –  dovuta in primo luogo a un calo demografico di impatto particolarmente incisivo in un comparto fatto per quasi il 70%  di scuole per l’infanzia. Ma  pesano anche impoverimenti sociali che rendono poco sostenibili le tariffe di iscrizione. Nel frattempo sono indubbiamente schizzati in alto i costi di organizzazione dell’offerta,  e proprio per allinearsi agli standard di funzionamento stabiliti per il riconoscimento della parità  dalla legge  62/2000 del ministro Berlinguer. Ma poi non sono arrivati tutti gli incrementi di finanziamento statale che si contava di ottenerne. Sono di sicuro esagerati i toni e i conti di chi sostiene che le  paritarie siano un’ ottima opportunità di risparmio  per uno  Stato che spenderebbe per ogni iscritto alle paritarie  – sono più di 790.000, il 10% circa del totale –  dieci volte meno degli  8.000 Euro medi  per ogni  iscritto alle statali.  Ma è indubbio che la legge 62, che integra nel “sistema pubblico nazionale di istruzione e formazione” il privato che sceglie  di diventare paritario, ha consentito di migliorarne  la qualità e di rendere questo servizio educativo  complementare al sistema. E per di più non sembra che ci siano volontà, né a destra né a sinistra, di modificarla. Anche se ci sarebbe da riflettere sugli effetti di conformizzazione del comparto paritario non solo alle virtu’ ma anche ai vizi del sistema statale e sulla sensatezza dell’esclusione dagli aiuti di scuole private talora preziose, è il caso delle Montessori, che hanno preferito non allinearsi alle regole della parità per salvaguardare la propria originalità. Anche esperienze importanti  del Terzo Settore, in quanto ignorate dall’impianto della legge 62, sono costrette a vivacchiare di finanziamenti insufficienti. Ci sarebbe insomma parecchio da rivedere, dopo tanto tempo, sui tratti statalistici della legge del 2000, evidenti ad esempio nella inappropriata definizione di paritarie assegnata anche a scuole indubbiamente pubbliche  – della Repubblica, se non dello Stato – come quelle dei Comuni. Così come sull’antica ma obsoleta pretesa delle paritarie cattoliche di essere solo loro  garanzia  del “pluralismo educativo”.  Tanto più in tempi in cui sull’onda di un’idea arcaica di famiglia come agente educativo in quanto proprietario dei figli, sembra tornare di moda, almeno in certi luoghi della politica, perfino l’istruzione parentale. E in cui contemporaneamente si moltiplicano le politiche ispirate, come le Indicazioni nazionali sul primo ciclo, alla volontà di imporre, senza rispetto per l’autonomia delle scuole, contenuti culturali e perfino metodologie così care al governo da apparire ed essere “identitarie”. 

Ma a nessuno di questi e di altri possibili risvolti della proposta del voucher viene dedicata ancora sufficiente attenzione. Nelle  prese di posizione dei favorevoli e dei contrari al voucher, da suor Anna Monia Alfieri  del consiglio nazionale della Cei alla FLCGIL, si replicano per lo più  antichi spartiti. Quanto all’opposizione politica non aiutano né il persistere di quell’identificazione tra pubblico e statale nel cui nome si potrebbe definire scuola privata perfino quella del prete di Barbiana, né le semplificazioni secondo cui le scuole del privato paritario sarebbero sempre e comunque scuole di ricchi e per ricchi. Non è così, o non del tutto o non sempre, di sicuro non nel caso delle scuole dell’infanzia, che sono  magna pars del comparto. Ci sarebbe invece da chiedersi  come si giustifica, in un Paese dove le scuole dell’infanzia sono sia statali che comunali, che in non pochi territori le uniche a tempo pieno o con calendari più lunghi e flessibili siano scuole private paritarie (e anche non paritarie), e come si siano spesi gli investimenti in  proposito del PNRR. Quanto agli istituti di secondaria di secondo grado, in particolare i cosiddetti diplomifici, è evidente che neppure i recenti interventi normativi volti a contenerne gli abusi possono bastare se non si migliora il sistema dei controlli e non si sradica la gramigna delle connivenze politiche e amministrative.  

Ma il punto vero su cui incardinare il contrasto alle strategie  di incentivazione del ricorso delle famiglie alle scuole paritarie dovrebbe essere un altro. Da tempo disponiamo di studi serissimi sui processi di polarizzazione etnico-sociale che stanno avanzando, per lo più incontrastati, fin dentro le scuole primarie e medie dell’obbligo di istruzione, nel cuore del sistema  universalistico.  Con o senza il ricorso alle scuole paritarie, sono  vistosi  i fenomeni di fuga di molte famiglie dalle scuole in cui sono più forti gli addensamenti dei figli dell’immigrazione e di quelli dei ceti più poveri. Sono processi che, nelle aree urbane e metropolitane,  avvengono perfino all’interno di uno stesso quartiere, è la “fuga bianca “ analizzata dettagliatamente  dal Politecnico di Milano, sono i monitoraggi Invalsi sulla anomala diversificazione sociale ed etnica della popolazione scolastica non solo tra istituti dello stesso ambito territoriale ma all’interno di uno stesso istituto tra una sezione e un’altra. Con tutto quello che ne deriva di negativo dal punto di vista anche dei risultati di apprendimento, e di rafforzamento di una sempre più diretta correlazione tra risultati e connotati socioculturali di provenienza. Nel momento in cui si fanno più acute le diseguaglianze di reddito e sociali, e sempre più spiccata la presenza in alcune aree del Paese di studenti di culture e lingue diverse, sono tante le  famiglie che hanno sempre più paura della mescolanza, della eterogeneità, del contatto e dell’interazione tra diversi. E sono  troppe le scuole in cui per diversi motivi e circostanze, passivamente o attivamente, a queste dinamiche si  accondiscende.  In questo contesto un bonus nazionale che incentivasse la scelta delle paritarie potrebbe alimentare ulteriori forme di separazione sociale e culturale di cui non abbiamo alcun bisogno.     

 

Per approfondire.

Prove INVALSI 2025: una riflessione sugli esiti al termine del secondo ciclo
d’istruzione nelle scuole statali e in quelle paritarie

Se anche la scuola diventa ghetto di Vittoria Gallina

Fiorella Farinelli Politica e saggista,  docente esperta di  istruzione e formazione, componente dell’Osservatorio nazionale per l'Integrazione degli alunni stranieri

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