I Licei, le Università e le nuove Indicazioni nazionali
Il dettato costituzionale sulla libertà d’insegnamento (art. 33) e l’autonomia scolastica (L. 59/1997 e D.P.R. 275/1999) costituiscono la cornice di riferimento da tenere presente quando parliamo del passaggio dai “programmi ministeriali” alle “Indicazioni nazionali” per il curricolo dei licei italiani (D.P.R. 15 marzo 2010, n. 89). Gli autori e i temi contenuti nelle Indicazioni nazionali appena pubblicate dal Ministero dell’istruzione e del merito non pretendono di essere rigidamente prescrittivi in quanto costituiscono i saperi irrinunciabili ma non esclusivi del curricolo, restano dunque aperti alle integrazioni e alla libertà della programmazione didattica dei docenti. Va letta in tal senso anche l’ampia azione di consultazione delle scuole e delle associazioni disciplinari che stanno presentando le loro proposte in queste settimane.
L’elemento innovativo delle nuove Indicazioni, che risulta particolarmente evidente da quelle di italiano, di filosofia, di scienze umane, sta nel “come” fare scuola: la trattazione tematica e per problemi va di pari passo con la conoscenza del patrimonio della storia delle singole discipline. Come scrive Davide Profumo, della commissione per l’italiano – a scuola il come conta più della cosa. Nella Commissione per le Indicazioni “Abbiamo parlato dell’interesse degli studenti, della loro attenzione. Non si fanno lezioni ai muri; o meglio si fanno, ed è proprio questa una delle cose della scuola superiore che non funziona”. Lo scopo è suscitare la motivazione degli studenti e fare il lavoro che ci ricordava Franco Fortini in Intellettuali, ruolo e funzione, “La specializzazione nei processi intellettuali di astrazione, di analisi e di sintesi (che connota l’intellettuale ma non coincide con la divisione del lavoro intellettuale!) rimane necessaria nella misura in cui serve a sviluppare analoghi livelli di funzioni intellettuali in tutti gli uomini”. Sottolineava che se la scuola e la cultura di massa non svolgono questo ruolo ne deriva una fissità epistemologica dei saperi che corrisponde a una rigidità sociale, come rileva Bruno Latour in Non siamo mai stati moderni. La sfida, che viene lanciata naturalmente alla mediazione e al protagonismo dei docenti, è quella dell’equilibrio tra tradizione storica ed attualizzazione per problemi. Ciò che, purtroppo, non viene realizzato in tutte le discipline nemmeno nelle nuove Indicazioni. L’obiettivo resta quello di far maturare la capacità critica dello studente di fronte alla complessità del reale. Già l’importante documento della Direzione Generale degli Ordinamenti scolastici di qualche anno fa, Orientamenti per l’apprendimento della filosofia nella società della conoscenza, ne aveva tracciato le linee guida. Questo è l’obiettivo, e non il fissare una lista prescrittiva degli autori e delle opere da studiare. Andare oltre il nozionismo e suscitare la passione per lo studio, fornendo il metodo del lavoro intellettuale e non ricette di sintesi stancamente ripetute: possono cambiare i libri di testo in adozione ma è la relazione pedagogica, la competenza e la metodologia del docente che fa la differenza.
Il problema è: come si produce il sapere? Quale didattica nella scuola e nell’Università è utile? Quali gli strumenti per realizzarla? Pretendere esclusivamente un impianto storicista delle singole discipline – rigidamente divise tra di loro – e una lista degli autori citati nelle Indicazioni nazionali non costituisce una posizione coerente con quanto stiamo dicendo; è poi del tutto fuori luogo farne una questione di egemonia culturale di una parte politica sull’altra, così come chiedersi in quale anno del liceo è meglio leggere tutto o una parte dei Promessi sposi o se si possa studiare il marxismo e la Scuola di Francoforte senza citare esplicitamente Marx o un altro autore all’interno delle Indicazioni.
La discussione in atto segnala piuttosto un’urgenza: progettare la formazione dei docenti, ricercatori e protagonisti della formazione che veda insieme Istruzione e Università, docenti come ricercatori e intellettuali. E qui chi deve fare lo sforzo maggiore è proprio l’università italiana, prigioniera di tanti mali – organizzativi, di modalità di selezione del personale, di perpetuazione di insegnamenti ripetitivi, soprattutto nel settore umanistico, e prigioniera di una tradizione ormai da attualizzare. La lettura del romanzo di Dario Ferrari, La ricreazione è finita, ne dà un piacevole e amaro spaccato.
Abbiamo di fronte un compito arduo, che richiede intelligenze lucide e il riconoscimento della dignità del docente-ricercatore-intellettuale, un’antica e altissima tradizione italiana che va da Pascoli a Gentile. Occorre formare i docenti con percorsi culturalmente adeguati e aperti ai tanti giovani che vorrebbero insegnare. E questa diventa anche una questione, troppo spesso dimenticata, che investe la parità delle opportunità per tutti, sia per chi vuole studiare che per chi vuole accedere all’insegnamento.
Le parole di Claudio Giunta, docente e scrittore che ha coordinato con Claudio Marazzini, Presidente onorario dell’Accademia della Crusca, il gruppo di lavoro per le Indicazioni di italiano, ci ricordano come il lavoro culturale, anche e soprattutto a scuola, stia proprio nell’insegnare a comprendere i “modi in cui le idee correnti e le ideologie si sedimentano nella testa delle persone: e quindi l’abisso che sono i libri scolastici, l’abisso che è la televisione del pomeriggio, l’abisso che sono i social network”. Operazione complessa, “Materiali da psicologi sociali, ma riuniti in batteria, in équipe – continua Giunta – con un bel finanziamento europeo e produzione di ricerche quantitative, statistiche, pubblicazioni interdisciplinari”. Una bellissima prospettiva di ricerca che potrebbe essere pane quotidiano per le scuole e le università, pensiamo ai nostri Licei economico-sociali che hanno per cinque anni la metodologia della ricerca in sociologia. Fare ricerca non significa ripetere in classe un manuale o uno stantio corso universitario, ma compiere un’azione dentro una classe vissuta come laboratorio vivo. Ne va di mezzo la scuola italiana, quella che per Piero Calamandrei è “organo centrale della democrazia, un organo costituzionale”.
Luigi Mantuano, SISUS – Società Italiana di Scienze Umane e Sociali