Aprire le finestre di viale Trastevere, in quale realtà si colloca la nostra scuola?

“Con le nuove Indicazioni nazionali si volta pagina”,  queste le parole con cui il  ministro Valditara, è il 9 dicembre 2025, annuncia la firma del  primo dei decreti  relativi a “nuovi programmi fortemente innovativi “: completeranno nei mesi successivi il quadro di nuovi curricoli scolastici che, sempre parole del ministro, “partendo dal reale, possano appassionare i giovani e mettono al centro la cultura del rispetto e della lotta contro ogni discriminazione”.

Non si vuole qui riproporre né tanto meno sminuire l’importante dibattito che si è sviluppato negli ultimi mesi  sulle varie proposte prodotte dal ministero. Ma è necessario sottolineare  che nel corso di questi mesi di “impegnativo lavoro delle commissioni ministeriali”, il MIM non sembra aver  tenuto conto del fatto che il nostro sistema scolastico   è istituzionalmente tenuto a garantire l’apprendimento a tutti e tutte cittadini e cittadine e a tutte le età e per tutta la vita.

Sarebbe auspicabile, per esempio,  che l’orgoglioso  “voltar pagina” del ministro non lasci indietro fenomeni purtroppo sempre presenti nel sistema italiano, quali l’analfabetismo funzionale, l’analfabetismo di ritorno e la dispersione implicita. Si tratta di realtà che condizionano  la vita di giovani e adulti italiani, e pesano negativamente sulla capacità degli individui di partecipare attivamente alla società e al lavoro. Studi recenti ne evidenziano non solo le  implicazioni culturali ed educative, ma il loro tradursi in ostacoli  allo sviluppo economico ed alla coesione sociale nel nostro paese (OECD, UNESCO e, da ultimo, il Rapporto annuale sulla produttività 2025)[i]

Si indicano di seguito alcune delle   riflessioni esposte in questo Rapporto che dovrebbero essere   al centro anche delle politiche di  intervento sul sistema formativo e  che dovrebbero accompagnare l’ analisi dei problemi che le “nuove” indicazioni  pretendono di affrontare e risolvere.

  1. L’analisi dei dati relativi al sistema produttivo italiano evidenzia  una limitata capacità di sviluppo in una prospettiva di “lungo periodo”. I bassi salari dei lavoratori occupati e, in genere, l’elevata età media della forza lavoro non incentivano investimenti in ICT ed in ciò che il Rapporto definisce il capitale intangibile[ii]. Ne risulta una limitata  ricerca di competenze elevate da parte delle imprese e una  scarsa propensione a investire nella formazione del personale, col risultato di mantenere bassi i salari ed anche la  produttività. Alcuni settori hanno visto nel nostro paese un incremento di occupazione, ma questo è avvenuto e avviene, in situazioni che confermano “ intensità lavorativa,  ma anche una  produttività media bassa, si tratta infatti di settori quali le  costruzioni, la  ristorazione, la sanità e l’assistenza”.  L’Italia continua quindi ad accumulare   un ritardo nella crescita della produttività, mostrando una dinamica più debole rispetto ai principali partner europei: nel periodo 1995-2024  l’aumento  medio annuo  della produttività si è attestato attorno allo 0,2%, a fronte dell’1,2% registrato nell’UE27 (1,0% in Germania, 0,8% in Francia, 0,6% in Spagna).
  2. In Italia gli investimenti in beni  cosiddetti intangibili ( software, ricerca e sviluppo, capitale organizzativo) sono inferiori, rispetto a quanto accade in UE. Questi sono infatti aumentati a un ritmo tre volte superiore rispetto a quelli tangibili nella maggior parte delle economie avanzate dal 2014 ad oggi, mentre in Italia la dinamica è opposta: il nostro Paese  non riesce a perseguire e attuare innovazione. Gli investimenti “intangibili” i nel decennio 2013 – 2023 sono aumentati meno del 2,5%, contro il +4,7% in Francia, il +6,1% in Svezia, e il +5,8% negli Stati Uniti, solo per fare qualche confronto.
  3.  il capitale umano è  garanzia  fondamentale di una efficace  produttività. Un elevato livello di competenze garantisce infatti una produttività del lavoro più alta: circa il 25% della distanza tra la media OECD e i paesi che evidenziano maggiore  produttività del lavoro, dipende dai  diversi livelli di competenze.  In Italia solo il 16% dei lavoratori ha competenze ICT elevate, contro il 30% circa di Germania e Francia;  il 15% dei laureati è qualificato in discipline STEM, mentre la  media europea è il26%. Il limitato uso di tecnologie digitali ecc. nel nostro Paese  pesa  quindi sulla quantità e sulla qualità   della produttività.
  4. Gli investimenti derivanti dal  PNRR e dal settore pubblico  hanno determinato una crescita del PIL pro capite più dinamica nel Mezzogiorno (+1,5% annuo),  ma non hanno ridotto il divario territoriale tra il  Sud e  il Centro-Nord, che rimane   oltre il 20%  proprio in relazione alla produttività. Le regioni meridionali continuano a registrare una limitata occupazione nei settori di  alta tecnologia,  anche se negli ultimi anni si nota qualche  positivo spostamento  verso i comparti delle ICT.
  5. La quantità di microimprese in Italia frena notevolmente la produttività. La produttività infatti è legata alla dimensione delle aziende, e questa dipende da  tre fattori : la propensione all’export, la digitalizzazione e l’innovazione. Le grandi imprese sono di oltre il 70% più produttive delle imprese di medie dimensioni; se poi si esaminano i servizi ICT ,il divario appare ancora maggiore, a testimonianza  della stretta dipendenza della disponibilità di capitale intangibile e dimensione dell’impresa. E’ bene ricordare che in Italia il 94,7% delle imprese ha meno di 10 addetti, quota molto superiore a quanto accade in Germania o in Francia.

Se questo è il quadro, appare forse ottimisticamente ingenuo (?) pensare di intervenire nel settore della formazione con proposte poco coordinate e, nel migliore dei casi, strettamente settoriali. Per un verso infatti si dovrebbero finalmente realizzare i 10 anni di scolarità obbligatoria, interpretandoli come condizione fondamentale per orientare i giovani a percorsi formativi capaci di dar loro strumenti e capacità necessari ad   adeguare aspettative personali, volontà di sviluppo professionale e sociale entro il quadro dei mutamenti che la realtà del mondo attuale presenta. Dall’altro si dovrebbe intervenire da subito per sostenere e accompagnare percorsi di studio verso specializzazioni molto elevate, per rendere positivo l ‘agire  in presenza di innovazioni profonde. Se questo è il quadro, una attenzione a quanto è emerso in termini di mismatch tra competenze possedute dalla popolazione ed esigenze del mondo attuale sarebbe forse un esercizio più utile che impartire  indicazioni rivolte al passato ovvero tese ad abbreviare i tempi della prima formazione in età giovanile.  Oggi la necessità è quella di fornire a tutti strumenti per acquisire via via le competenze necessarie per vivere con consapevolezza e coerenza, criticamente fondate, nel complesso mondo che si determina e cambia quotidianamente. Sicuramente non basterà limitarsi a interpretare e commentare i pur utilissimi risultati della nuova indagine PIAAC , già avviata dall’OCSE, o a quelli  di PISA, che comunque e lodevolmente affronterà, pare, lo studio delle capacità acquisite dai quindicenni a coltivare a impadronirsi degli  strumenti  e delle “aperture mentali “ necessari per continuare ad apprendere  il “nuovo” per tutta la vita. La domanda è pur sempre la stessa: bastano le nuove indicazioni per voltare pagina?

[i] 1 La Raccomandazione  europea 2016/C 349/01,  ha promosso l’istituzione di un comitato che nei vari paesi analizzi e valuti l’evoluzione della produttività del sistema economico nazionale, produca quindi una relazione annuale, proponga politiche e riforme per migliorare la competitività complessiva del sistema nazionale, svolga analisi e ricerche per approfondirei fattori che contribuiscono alla produttività ed  più in generale allo sviluppo del paese. Il 10 settembre 2025 al CNEL è stato presentato il primo “Rapporto annuale sulla produttività “

[ii] Definizione  di capitale intangibile -Treccani Dizionario di economia e finanza 2012.  Termine riferito agli asset  per indicare le risorse e il patrimonio non incorporati in beni fisici o in attività finanziarie. Gli asset  i costituiscono il capitale i., che non può essere visto, toccato o misurato e non è incorporato nel patrimonio fisico o finanziario dell’impresa. Possono essere distinti due tipi di asset i.: quelli derivanti da protezioni legali, come i brevetti, le licenze, il copyright o i marchi registrati che, insieme al segreto industriale, sono generalmente raggruppati nella categoria di proprietà intellettuale, e quelli competitivi, come il capitale umano, l’efficacia dei processi organizzativi e la capacità innovativa che determinano la performance delle imprese

Vittoria Gallina