Le stagioni della valutazione
La sostituzione dei voti numerici con giudizi descrittivi voleva significare dare meno importanza alla valutazione sommativa, e quindi selettiva, e valorizzare maggiormente l’aspetto processuale dell’apprendimento e della crescita dello studente; di recente però il governo ha riproposto una certa volontà punitiva, anche nel considerare il comportamento degli alunni, mentre dalle scuole emergono segnali per l’ abolizione dei voti durante l’anno e per una valutazione capace di valorizzare piuttosto che selezionare.
Si può parlare di stagioni della valutazione, che accompagnano il dibattito sulle finalità della stessa scuola. In passato la selezione era determinata dal possesso dei saperi disciplinari e l’insuccesso in alcune materie comportava la bocciatura, tarpando le ali anche a coloro che avrebbero potuto volare su altre.
La contestazione ad un sistema scolastico autoritario, di cui la valutazione era la massima espressione, aveva nell’apprendimento centrato sulla persona il presupposto per la costruzione di una una società democratica fondata sul dialogo e sulle relazioni sociali, ma l’opinione pubblica e la comunità professionale della scuola erano divise e si accusavano a vicenda. Da una parte c’erano i fautori del sei politico, dall’altra i sostenitori della selezione scolastica si erano eretti a salvatori della scuola, senza affrontare un cambiamento che sarebbe diventato sempre più generale, quello cioè di considerare l’allievo che doveva crescere attraverso il sapere e non quest’ultimo a condizionarne lo sviluppo.
COMPETIZIONE O FRUSTRAZIONE
Con la stagione del primato del prodotto formativo si è introdotta una visione animata dai principi dell’economia e della competizione, che voleva applicare alla scuola il modello aziendalistico, centrato sulle aspettative del mondo del lavoro, dove il rapporto di crescita tra conoscenze e benessere economico aveva animato soprattutto le famiglie che nutrivano aspettative sempre più elevate nei confronti dei loro figli, con gravi frustrazioni per tutti in caso di insuccesso. I licei erano diventati il punto di riferimento per la scalata economico-sociale e gli istituti tecnici e professionali la seconda opportunità.
Tali spinte iniziarono a produrre disagio nei giovani, i quali però non hanno trovato la forza per ribellarsi, come in passato, e quindi si sono isolati vivendo le difficoltà tra l’incomprensione dei genitori (che avevano fatto tanti sacrifici per farli studiare) e l’attaccamento alle tecnologie che hanno preso il posto delle carenze affettive e relazionali. Tutto questo aggravato dall’ulteriore solitudine dovuta all’epidemia di Covid non ha fatto altro che rendere ancora più fragili queste personalità in divenire, abituati magari ad un regime economico familiare che non imponeva grandi sacrifici, ma che non offriva nemmeno occasioni per irrobustire la personalità.
Una scuola che, finita la pandemia, pensava di ritornare ai tempi precedenti, ad esempio ripristinando le ripetenze, invece delle proteste si è trovata di fronte al crescere degli abbandoni e al calare delle competenze, proprio in un periodo in cui era necessario possederle in misura sempre maggiore, per effetto di saperi dinamici ed un mondo del lavoro in rapida evoluzione culturale e professionale, che viste le difficoltà della scuola a fronteggiare tali carenze ha deciso di scendere in campo con proprie strategie formative.
ALLA RICERCA DI UN PROGETTO DI VITA
Nelle aule è rimasto un sapere inadeguato e studenti alla ricerca di sé e di un proprio progetto di vita; esigenze che sono alla base delle attuali richieste di modifica al sistema valutativo, per andare incontro al disagio dei giovani senza rinunciare alle competenze. Molte scuole oggi dichiarano di non valutare il prodotto ma il processo di apprendimento, il giudizio sarà una sorta di accompagnamento al miglioramento. Sono sempre di più i collegi dei docenti che accettano questa impostazione; il poter valutare ad esempio in otto mesi anziché in quattro, senza corse al recupero, è una cosa molto interessante anche per i professori, che non hanno l’assillo delle verifiche e del controllo della media dei voti, come impone la norma, superando la valutazione tra le priorità del percorso di studi.
I tempi più dilatati, è opinione di diversi dirigenti scolastici, che sono stati determinanti nell’adozione di simili procedure, tra le prove saranno un aiuto a contrastare l’ansia e anche l’abbandono scolastico: è l’ansia infatti il male che tormenta maggiormente i giovani dopo il Covid. Insomma il no voto sta prendendo piede, anche se in non poche scuole italiane si continua a lavorare all’antica, un menage che crea angoscia anche nei più bravi e non aiuta i più fragili.
UN DOCUMENTO CONTRO IL RITORNO AI VOTI
La pubblicazione di un documento contro il ritorno ai voti da parte di undici associazioni di professionisti che operano nella scuola è un evento da segnalare perché si sta ripopolando il paesaggio culturale e professionale che si era dato un po’ per svanito, soprattutto in questi ultimi tempi nei quali sembrava che il revisionismo politico posto alle basi di alcuni provvedimenti facesse credere che fosse tutto sbagliato ciò che in tanti anni di ricerca pedagogico-didattica aveva permesso di introdurre nell’ordinamento scolastico.
E’ veramente confortante constatare che la voce della scuola è ancora in grado di farsi sentire, e soprattutto che si sta aggregando attorno a tematiche importanti come quello della valutazione, un livello di riflessione che può offrire un segnale di riferimento per il dibattito futuro, che fa ben sperare sulla possibilità di un ritorno al ruolo di “mediazione” da parte delle associazioni e di voler costituire uno strumento di elaborazione e di pressione nei confronti di una politica un po’ distratta e che si condanna a “guardare all’indietro”.
Si può riconoscere a questa solida rappresentanza della comunità professionale il credito di una lunga attività di ricerca e di sostegno all’esperienza didattica che ha fatto della valutazione uno strumento formativo e non selettivo, senza il timore che la reintroduzione con tanta enfasi della parola merito ci faccia ritornare ad una poi non tanto nascosta azione legata alla scuola nozionistica e trasmissiva, al posto di investire sulla persona dei nostri allievi, come chiede la Costituzione, e su una per loro azione orientativa.
PER UNA VALUTAZIONE AUTENTICA
Attuare il diritto all’apprendimento infatti vuol dire interessarsi soprattutto al processo formativo più che al prodotto e che anche i risultati a determinate scadenze sono da considerarsi nell’ottica del percorso di crescita e di conquista dell’autonomia, sul piano dell’acquisizione dei saperi e della maturazione delle competenze. Per far emergere tutto ciò si era pensato di utilizzare giudizi descrittivi, più personalizzati, piuttosto che voti che avevano più la funzione di stabilire delle comparazioni in un’ottica di superamento degli ostacoli che il sistema poneva durante il percorso stesso.
Alle persone in formazione serviva una valutazione più “autentica”, che le ponesse di fronte ai loro progressi, in vista di acquisire crediti per migliorare costantemente e non con bocciature che compromettevano tutto il cammino compiuto. Per applicare queste intenzioni erano state introdotte “schede” che cercavano di contestualizzare il processo di apprendimento, ma che per accondiscendere alla persistente visione burocratica, si sono rivelate di notevole impegno per i docenti, ai quali non è stata presentata una conveniente proposta contrattuale per non confondere il mezzo con i fini e fare in modo che informassero adeguatamente le famiglie.
E’ stato invece più facile ai detrattori far emergere le difficoltà di uso di tali strumenti piuttosto che avviare un’azione educativa al giudizio, che peraltro si è evidenziato più utile agli stakeholder che dovevano interessarsi del possesso di reali capacità di sviluppo delle competenze senza badare ai voti attribuiti. A motivo di una maggiore facilità di comunicazione e di compilazione il ministro Gelmini tornò ai numeri, ma nel frattempo nella scuola primaria la cultura valutativa era cambiata e così vennero reintrodotti i giudizi, mentre nella secondaria di primo grado rimasero i voti, provocando una notevole discontinuità per gli istituti comprensivi. Fu prevista anche la certificazione delle competenze, ma più utili per esigenze esterne, soprattutto per chi voleva abbandonare la scuola ed intraprendere altri percorsi formativi o lavorativi: per il passaggio alle classi successive però valeva la media del sei. Ora verrà riproposto anche il voto in condotta nel calcolo della promozione, sempre più verso l’intralcio che l’indirizzo.
Il pronunciamento delle associazioni è per l’eliminazione dei voti, proprio in un momento in cui la politica ha riportato gli esiti della primaria ai giudizi sintetici, dietro ai quali però si nasconde il ritorno a valutazioni numeriche, motivando ancora una volta per la comodità di comunicazione, senza una riflessione appropriata su cosa comunicano i voti e cosa capiscono veramente, aldilà della tradizione, le famiglie ed il mondo esterno. Non proviene certo dalla ricerca psico-pedagogica l’idea che la “mortificazione è una modalità di preparazione alla vita vera con le sue difficoltà” e che quindi la bocciatura è “salutare”.
Una pedagogia democratica, in linea con la nostra Costituzione, necessita di una valutazione libera dal voto e non sono poche le scuole che utilizzano altri strumenti per evitare anche ansia e disagi, oltre che indurre spesso all’abbandono.
Le firmatarie del documento sollecitano lo stesso ministero, la società civile, le organizzazioni sindacali e culturali, il mondo della ricerca e dell’università, a contrastare ogni tentativo di chi rivendica un ritorno al voto, che non farebbe altro che confermare una scuola selettiva, arretrata culturalmente e professionalmente, ma il Governo incalza con i voti su tutta la linea e così ancora una volta studenti, insegnanti, dirigenti, genitori, sono ostaggio di riforme incompiute
Gian Carlo Sacchi Esperto di politica scolastica. Ha fatto parte del Consiglio di amministrazione dell’INDIRE e ha fatto parte del comitato Scientifico della Regione Emilia Romagna per le esperienze di integrazione tra istruzione e formazione professionale.