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La tragedia dell’omicidio a scuola: anche ai docenti servirà un altro vocabolario per tornare in quella classe.

Pubblicato il: 25/01/2026 20:33:24 -


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Pochi giorni fa un ragazzo ha ucciso a scuola, in classe, con un coltellaccio, un coetaneo per una futile gelosia. In questi giorni si sprecano le accuse contro i docenti e la dirigenza scolastica di incapacità pedagogica, di non aver saputo prevenire una morte annunciata.  Sicuramente sono mancate all’assassino le parole per poter gestire le sue emozioni, i “ponti” linguistici per collegare il dolore all’azione. Quando la violenza esplode per motivi definiti “futili”, spesso siamo di fronte a un analfabetismo emotivo: l’incapacità di dare un nome a ciò che si prova e, di conseguenza, l’incapacità di trasformare l’impulso in pensiero.  In un delitto dettato dalla gelosia, spesso l’emozione primaria non è l’odio, ma un mix di dolore e perdita di controllo che il ragazzo non ha saputo nominare, riconoscere e oggettivare. All’alunno assassino sono mancate parole per esprimere la propria vulnerabilità e fragilità, la propria frustrazione. Sicuramente gli sono mancati alcuni concetti fondamentali che possono “disarmare” una mente prima che arrivi all’atto estremo: per esempio, il concetto di limite tra il desiderio e il possesso, come pure    quello dell’elaborazione del lutto.  La gelosia è spesso paura della perdita. Forse non gli è stato insegnato che il “no”, il rifiuto o la fine di una relazione sono parti naturali della vita e non ferite mortali all’onore. Oppure, l’assassino non ha interiorizzato la capacità di esprimere con assertività il proprio disagio a parole (“sono geloso e questo mi fa stare male”) invece di agire fisicamente. Da vecchio, quasi antico, uomo di scuola sento, però, il dovere di dire delle parole in sostegno dei docenti che hanno visto un omicidio in classe. Assistere a un evento di una violenza così estrema in un luogo che dovrebbe essere dedicato alla crescita e alla vita è un trauma vicario e diretto di proporzioni immense. I docenti, in questo momento, non sono solo testimoni; sono persone il cui senso di sicurezza e la cui missione educativa sono stati distrutti. Hanno bisogno di essere sostenuti con delle parole che non siano “istruzioni”, ma ancore di riconoscimento. I termini e i concetti che dovremmo usare per sostenerli sono: parole di Legittimazione per il loro dolore, per il loro sbigottimento. Dovremmo dare un nome al senso di irrealtà che provano, Bisognerebbe rassicurarli sul fatto che l’impotenza provata non è una colpa. Insegnare è un atto di parola, e di fronte alla violenza cieca, la parola viene annullata. Riconoscere il loro “Diritto a stare male”. Non sono solo “i professori”, sono esseri umani che hanno subito un attacco alla loro integrità psichica. Dovremmo pronunciare in loro favore parole di “De-colpevolizzazione”. Il senso di colpa è il veleno più comune dopo una tragedia simile (“Potevo capirlo?”, “Potevo fare qualcosa?”).  Forse sì, ma esistono abissi umani che nessuna pedagogia può prevedere o colmare in ogni momento. Essere responsabili della classe non significa essere colpevoli delle azioni individuali e oscure di un singolo. Infine “Parole di ricostruzione”: anche ai docenti servirà un nuovo vocabolario per tornare in quella classe o in un’altra: ricordare loro, e a noi tutti che la loro sola presenza è un “presidio di civiltà” e che il loro compito principale, per il futuro, è quello di rielaborare l’accaduto trasformando l’orrore in narrazione e poi in memoria. E che “non sono soli”. Il trauma si cura nel gruppo, col gruppo, non nell’isolamento.

Giancarlo Gambula – Dirigente Scolastico

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