Numero 139

Indice

Giorgio Graffi. Sulle indicazioni nazionali: quale grammatica e quale lingua?

Paolo FerratiniUn ricordo di Vittorio Campione

Vittoria Gallina, La nuova maturità. Tra burocrazia e valutazione della personalità

Gian Carlo Sacchi, II centralismo burocratico nel nuovo governo della scuola

Tiziana Pedrizzi, Iscrizioni alle scuole superiori per il 2026-27 e cultura del lavoro nel nostro paese

Giorgio Allulli, Le molte incognite della riforma dell’Istruzione tecnica e professionale

Presentazioni

Giorgio Graffi. Sulle indicazioni nazionali: quale grammatica e quale lingua?

Il testo critica alcune parti delle nuove Indicazioni per il curricolo, accusate di avere un’impostazione troppo dirigista e autoritaria, soprattutto quando attribuiscono alla grammatica un ruolo educativo morale (come insegnare il rispetto), giudicato improprio.

L’autore chiarisce che la grammatica non è un insieme di regole assolute, ma un sistema storico e mutevole. Distingue quindi tra:

  • grammatica implicita (la competenza naturale dei parlanti),
  • grammatica esplicita (la descrizione di questa competenza),
  • grammatica normativa (le regole del “corretto” che cambiano nel tempo).

Secondo l’autore, la scuola dovrebbe puntare soprattutto su una grammatica esplicita moderna, utile a comprendere e sviluppare la lingua già posseduta dagli studenti, superando le incoerenze della grammatica tradizionale, pur mantenendone in parte la terminologia.

Riguardo alla grammatica normativa, pur riconoscendo le critiche, sostiene che sia giusto insegnare anche un uso formale della lingua, fondamentale per garantire uguaglianza sociale, purché senza svalutare gli usi quotidiani.

In conclusione, l’obiettivo della scuola dovrebbe essere un’educazione linguistica democratica, che valorizzi tutte le varietà linguistiche ma insegni anche a padroneggiare registri più formali.

Paolo FerratiniUn ricordo di Vittorio Campione

Il testo è una testimonianza personale che ripercorre il lungo rapporto umano e professionale tra l’autore e Vittorio (collaboratore stretto del ministro Berlinguer) nel campo delle riforme scolastiche italiane.

Tutto inizia nel 1995 con un incontro a Bologna, in cui emerge subito un accordo su un principio chiave: la parità scolastica va vista come parte di un tema più ampio, quello dell’autonomia delle scuole, idea che guiderà importanti riforme successive.

Negli anni del primo governo Prodi, Vittorio svolge un ruolo centrale nell’elaborazione e nella diffusione delle riforme, promuovendo un confronto aperto nel paese. 

Nei primi anni 2000, Vittorio lavora a iniziative trasversali tra schieramenti politici, come il cosiddetto “gruppo del buonsenso”, che propone riforme condivise basate su tre punti: autonomia scolastica in rete, sviluppo della formazione tecnica superiore e uso delle tecnologie digitali. Queste idee anticipano innovazioni future.

Vittoria Gallina, La nuova maturità. Tra burocrazia e valutazione della personalità

L’articolo critica le novità introdotte nella “nuova maturità 2026”, sottolineando come, nonostante il ritorno al nome tradizionale, l’esame resti sostanzialmente un rito burocratico poco innovativo. La principale novità riguarda il colloquio orale, che dovrebbe valutare non solo le conoscenze ma anche competenze trasversali, esperienze personali e soprattutto la “maturazione” dello studente (autonomia, responsabilità, capacità critica).

L’autrice mette però in dubbio la validità di questa impostazione: giudicare la maturità personale con criteri rigidi e punteggi appare arbitrario e poco realistico, anche perché tali aspetti dipendono da fattori complessi (famiglia, contesto, relazioni) e cambiano rapidamente nell’adolescenza. Viene inoltre criticato l’uso di modelli di valutazione pensati per ragazzi più giovani.

In conclusione, l’articolo esprime un forte scetticismo: la riforma rischia di essere incoerente e inadeguata, mostrando una possibile incomprensione (o distorsione) del ruolo educativo della scuola, e apre il dubbio che il disagio espresso da alcuni docenti sia in realtà diffuso.

Gian Carlo Sacchi, II centralismo burocratico nel nuovo governo della scuola

L’articolo sostiene che il Decreto Ministeriale del 17 gennaio 2025 segni un ritorno deciso al centralismo nella gestione della scuola, con il Ministero che accentra su di sé un numero crescente di funzioni, anche operative e dettagliate.

Nonostante il linguaggio più “soft” (linee guida, supporto), il controllo statale si rafforza, ridimensionando di fatto l’autonomia scolastica e il ruolo di regioni ed enti locali. Le riforme precedenti, che puntavano al decentramento, sono rimaste incompiute, lasciando spazio a una progressiva ri-centralizzazione.

Il PNRR ha ulteriormente rafforzato questo processo: scuole e territori, vincolati ai finanziamenti, sono stati costretti a seguire indicazioni ministeriali stringenti. Il Ministero interviene ormai in quasi tutti gli ambiti (didattica, orientamento, personale, politiche educative), imponendo uniformità più che valorizzare le differenze territoriali.

In conclusione, emerge una contraddizione: mentre alcune regioni (come il Veneto) chiedono maggiore autonomia, lo Stato rafforza il proprio controllo, creando tensioni tra centralizzazione e decentramento nel sistema scolastico italiano.

Tiziana Pedrizzi, Iscrizioni alle scuole superiori per il 2026-27 e cultura del lavoro nel nostro paese

Le iscrizioni alle scuole superiori per il 2026-27 mostrano tendenze contrastanti: i licei restano la scelta dominante (oltre il 50%), anche se la crescita rallenta; tengono soprattutto lo scientifico e crescono i licei “leggeri”, mentre il classico continua a calare. I professionali mostrano segnali positivi, mentre i tecnici sono in lieve flessione. Raddoppiano invece i percorsi quadriennali “4+2”, soprattutto al Sud.

Emergono forti differenze territoriali legate alla cultura del lavoro: ad esempio, i tecnici sono più scelti in regioni industriali come il Veneto, mentre nel Lazio prevalgono i licei.

L’articolo interpreta il predominio dei licei come frutto sia di fattori socio-economici (benessere, tendenza a posticipare l’ingresso nel lavoro) sia culturali e ideologici. In particolare, una diffusa diffidenza verso la formazione professionale—radicata nella tradizione intellettuale italiana (soprattutto di matrice marxista e gramsciana)—ha contribuito a svalutare i percorsi legati al lavoro.

In conclusione, il sistema italiano soffre di un forte “licealismo” e di una debole cultura del lavoro, nonostante la domanda di competenze tecniche da parte delle imprese.

Giorgio Allulli, Le molte incognite della riforma dell’Istruzione tecnica e professionale

La riforma dell’istruzione tecnica e professionale, avviata anche per rispettare gli obiettivi del PNRR, ha introdotto numerose novità: il rafforzamento degli ITS (ora ITS Academy), l’aggiornamento dei curricoli scolastici e la creazione di una nuova filiera tecnologico-professionale con percorsi quadriennali integrati con il sistema terziario.

Nonostante l’impegno riformatore, emergono diverse criticità: la coesistenza di percorsi quinquennali e quadriennali crea confusione e possibili disuguaglianze; manca chiarezza sul modello futuro del sistema; i percorsi quadriennali faticano ad attrarre studenti; e non sono disponibili dati sugli esiti delle sperimentazioni. Inoltre, il collegamento con il mondo del lavoro appare ancora debole a livello nazionale.

In conclusione, il rischio è che la moltiplicazione delle offerte senza una visione chiara porti a un sistema frammentato e poco efficace. Serve quindi maggiore coerenza, semplificazione e un più forte coordinamento con le esigenze del mercato del lavoro.