Numero 137
Articoli pubblicati nel mese di Febbraio del 2026
Piero Lucisano, Questione di scuola o di civiltà?
L’autore, richiamandosi a Tucidide e alla sua analisi della guerra del Peloponneso, sostiene che la civiltà della polis nasce quando la sicurezza non è più affidata alla forza individuale ma alle istituzioni e al diritto. Non portare armi nello spazio pubblico è il segno di una società che ha trasformato la violenza in parola, conflitto in dibattito, forza in legge condivisa. La polis rappresenta quindi un salto di civiltà: la capacità di contenere i conflitti entro regole comuni.
Lucisano applica questa chiave interpretativa al confronto tra Europa e Stati Uniti. L’Europa, pur con molte contraddizioni, ha costruito spazi civili disarmati e un forte monopolio pubblico della forza; gli Stati Uniti, invece, mantengono una cultura della difesa individuale armata che, secondo i dati internazionali, si accompagna a livelli molto più elevati di violenza da arma da fuoco e a numerose sparatorie nelle scuole.
L’autore critica la tendenza europea a importare modelli securitari statunitensi (metal detector, controlli invasivi nelle scuole), ritenendoli espressione di una regressione culturale: non semplici strumenti tecnici, ma segnali di una convivenza fondata sulla paura. Militarizzare simbolicamente la scuola significa tradire la sua funzione di “micro-polis”, luogo in cui il conflitto deve essere educato e trasformato in dialogo.
Richiamando anche Norbert Elias e Max Weber, Lucisano conclude che la civiltà non avanza moltiplicando i controlli, ma rafforzando il patto sociale e il monopolio legittimo della forza da parte dello Stato. La vera sfida è culturale e pedagogica: difendere la tradizione della polis europea, fondata sul logos e sulla fiducia istituzionale, contro la tentazione di rispondere alla paura con nuove forme di sorveglianza.
Margherita Orsolini: Rabbia, paura, sfiducia: l’adolescenza che non trova risposte
L’articolo prende avvio dall’omicidio di uno studente all’Istituto Professionale Domenico Chiodo di La Spezia per riflettere sulla crescente fragilità emotiva degli adolescenti italiani. Il gesto violento viene letto non solo come espressione di una rabbia incontrollata e di una concezione possessiva delle relazioni, ma come sintomo di un vuoto più profondo: solitudine, mancanza di senso e incapacità di elaborare emozioni intense.
Secondo l’autrice, le sole categorie psicologiche non bastano a spiegare questi fenomeni: anche il clima sociale e politico, segnato da aggressività verbale, polarizzazione e modelli adulti inadeguati, contribuisce a normalizzare l’odio e l’impulsività. Le risposte istituzionali, come l’introduzione dei metal detector nelle scuole, rischiano di trasformare l’ambiente educativo in uno spazio di controllo anziché di crescita.
I dati recenti mostrano un aumento preoccupante di violenza giovanile, porto di armi e sfiducia nel futuro. Molti adolescenti temono per la propria sicurezza e guardano al domani con pessimismo, segnati anche dagli effetti del Covid, dalla povertà crescente e dall’indebolimento dell’autorevolezza educativa.
L’articolo conclude con un richiamo alla responsabilità degli adulti: educatori, genitori e istituzioni devono saper accogliere l’inquietudine adolescenziale, offrendo ascolto, senso e modelli positivi, per evitare che la violenza diventi un “appiglio” per colmare il vuoto.
La redazione, Che succede nella scuola?
Il dibattito su educazione civica, sicurezza e comportamenti giovanili è profondamente politico, perché riguarda il modello di società e di cittadinanza che si vuole costruire. Oggi l’educazione civica tende a essere ridotta a materia formale e burocratica, perdendo la sua funzione critica e trasformandosi in uno strumento di adattamento all’esistente più che di formazione democratica.
Allo stesso tempo, l’adolescenza viene spesso trattata come un problema di ordine pubblico: le difficoltà dei giovani sono interpretate come devianze, legittimando risposte repressive anziché educative. Nella scuola si afferma così una logica di controllo e disciplina che indebolisce le relazioni educative e peggiora il clima scolastico.
Le politiche scolastiche appaiono prive di una visione esplicita e orientate verso un modello rigido, selettivo e conservatore. Il nodo centrale è quindi una scelta politica: la scuola può essere spazio di emancipazione e democrazia, oppure strumento di normalizzazione e contenimento sociale. In gioco non c’è solo l’ordine scolastico, ma il futuro della democrazia.
Fiorella Farinelli, Il senso della scuola, il senso del lavoro. Ragazze e Ragazzi nell’indagine di Osservatorio Iride
L’indagine dell’Osservatorio Iride su oltre 1000 giovani tra i 16 e i 19 anni conferma una tendenza già nota: le ragazze mostrano una maggiore propensione rispetto ai ragazzi a proseguire gli studi dopo l’obbligo scolastico (76,1% contro 61,9%). Questo divario si riflette anche nelle immatricolazioni universitarie, dove le studentesse rappresentano il 58,2% del totale.
L’articolo mette in discussione l’idea stereotipata che il maggiore successo scolastico femminile dipenda dalla “diligenza”. I dati suggeriscono invece motivazioni più profonde: le ragazze attribuiscono alla scuola un valore strategico per il futuro lavorativo, in un contesto percepito come incerto e ancora segnato da disuguaglianze di genere. Per loro il lavoro non è solo fonte di reddito, ma soprattutto realizzazione personale, passione e carriera; sono anche più disposte a sacrificare un guadagno maggiore per un’occupazione più soddisfacente o con migliori prospettive.
Al tempo stesso, le ragazze esprimono più timori verso il futuro rispetto ai ragazzi, probabilmente consapevoli dei maggiori rischi e svantaggi che le donne incontrano nel mondo del lavoro. La loro maggiore adesione ai percorsi di istruzione lunga appare quindi legata a una forma di autodifesa e di investimento consapevole nel proprio futuro, più che a una semplice attitudine allo studio.
In conclusione, i giovani vengono descritti come “equilibristi”, in bilico tra incertezze e aspirazioni. In questo equilibrio, le ragazze sembrano trasformare la consapevolezza delle difficoltà in una spinta verso l’autonomia, la realizzazione professionale e una progettualità più libera anche rispetto ai modelli tradizionali di maternità e famiglia.
Gian Carlo Sacchi, Anniversario dell’autonomia passato sotto silenzio
A 25 anni dal riconoscimento dell’autonomia scolastica, l’anniversario passa sotto silenzio, senza un bilancio pubblico sugli effetti della riforma. L’autonomia, nata come grande progetto di rinnovamento democratico e partecipativo della scuola — coerente con lo spirito della Costituzione — mirava a favorire una riforma “dal basso”, capace di rispondere ai bisogni dei territori e della società.
Tuttavia, nel tempo, i poteri effettivi delle scuole sono stati limitati dalla gestione centralizzata dello Stato, soprattutto in materia di risorse finanziarie, organici e organizzazione. I margini di flessibilità curricolare e gestionale si sono ridotti, mentre l’“organico dell’autonomia” è stato progressivamente svuotato di significato. Anche il sistema di valutazione non ha rafforzato l’autonomia, mantenendo invece allo Stato il controllo gestionale.
Sul piano territoriale, i criteri numerici per l’autonomia hanno portato alla creazione di istituti sempre più grandi e complessi, spesso difficili da gestire. Con il PNRR e il calo demografico si è avviata una riduzione delle autonomie scolastiche, contestata da diverse regioni, con il rischio di penalizzare soprattutto le aree interne e più fragili.
Oggi l’autonomia appare in crisi: mentre il Ministero rafforza il controllo centrale, le Regioni e gli enti locali faticano a esercitare pienamente le loro competenze, e le scuole, schiacciate da problemi quotidiani e carenze di risorse, sembrano rinunciare a utilizzare l’autonomia come leva di innovazione. Per questo, conclude l’articolo, non c’è molto da festeggiare.
Alessandra Barzaghi, Tra vincoli e opportunità. Perché continuare a occuparsi a scuola dei minori stranieri non accompagnati ?
Il testo analizza le difficoltà e le potenzialità dell’accesso all’istruzione dei minori stranieri non accompagnati in Italia, sottolineando come i loro percorsi scolastici rappresentino un osservatorio privilegiato delle disuguaglianze educative e delle ambivalenze del sistema di accoglienza. Da un lato, questi minori sono riconosciuti come vulnerabili e titolari del diritto all’istruzione; dall’altro, sono sempre più oggetto di letture securitarie e di politiche emergenziali che tendono a standardizzare i percorsi e a comprimere gli spazi educativi, anche a causa delle recenti trasformazioni normative.
Il testo evidenzia come i vincoli strutturali – in particolare l’età e la scadenza dei 18 anni – orientino spesso verso percorsi scolastici brevi e professionalizzanti, limitando l’accesso a traiettorie formative più lunghe e qualificate. I dati mostrano una forte segregazione educativa e una quota di esclusione totale. Contro questa tendenza, l’autrice invita a riconoscere l’agency e le competenze sviluppate dai minori lungo le loro esperienze migratorie, valorizzando l’apprendimento anche nei contesti non formali e informali. La scuola, se collegata in modo più stretto al sistema di accoglienza, può diventare uno spazio di riconoscimento, rielaborazione delle disuguaglianze e costruzione di progetti di vita sostenibili, contribuendo a ripensare in chiave inclusiva le politiche e le pratiche educative.



