Numero 135
Articoli pubblicati nel mese di dicembre 2025
Antonio Marchesi, Sulla difficoltà di parlare del genocidio di Gaza
L’articolo riflette sulle difficoltà, soprattutto nel dibattito pubblico e scolastico, di affrontare in modo serio e rigoroso la questione se i fatti di Gaza possano essere qualificati come genocidio. A partire dall’esperienza di incontri con studenti e adulti legati alla presentazione del libro Genocidi, Marchesi denuncia un confronto spesso superficiale, ideologico e polarizzato, più simile a uno scontro tra tifoserie che a un’analisi informata.
Per contrastare questa deriva, l’autore propone un approccio fondato sul diritto internazionale, richiamando la definizione giuridica di genocidio della Convenzione del 1948 e sottolineando la sua specificità: non tanto gli atti materiali, comuni ad altri crimini internazionali, quanto l’intento di distruggere un gruppo in quanto tale. L’articolo invita a evitare confusioni frequenti, in particolare l’identificazione del genocidio esclusivamente con l’Olocausto, l’uso dei numeri delle vittime come criterio decisivo e l’idea che Israele non possa essere accusato di genocidio per ragioni storiche o identitarie.
Marchesi evidenzia però anche i limiti di un approccio solo giuridico: il termine genocidio ha un forte valore simbolico e politico, che lo rende emotivamente carico e spesso strumentalizzato, sia per lanciare accuse senza adeguata argomentazione, sia per censurarne l’uso e negare persino la possibilità del dibattito. Infine, l’autore mette in guardia dal rischio che l’attenzione esclusiva sul genocidio finisca per oscurare la gravità di altri crimini internazionali, come i crimini contro l’umanità, ribadendo l’importanza di difendere il diritto internazionale nel suo complesso come patrimonio etico e giuridico della comunità internazionale.
Giulio Lucentini, Another brick out of the wall
L’articolo analizza il tema del benessere educativo a partire dalla voce degli studenti delle scuole secondarie di secondo grado, raccolta nella ricerca di Emanuela Botta. Quasi un terzo dei suggerimenti degli studenti riguarda l’ambiente fisico della scuola, descritto come insicuro, degradato e poco accogliente: edifici fatiscenti, servizi igienici inadeguati, carenza di palestre, laboratori, biblioteche e spazi verdi, oltre a problemi di comfort termico e accessibilità.
Queste percezioni trovano piena conferma nei dati dei rapporti nazionali di Legambiente e Cittadinanzattiva, che documentano gravi criticità strutturali, scarsa manutenzione, insufficiente adeguamento antisismico ed energetico, limitata accessibilità per studenti con disabilità e frequenti episodi di cedimenti e crolli.
L’articolo sottolinea che lo spazio scolastico non è neutro, ma incide direttamente su motivazione, apprendimento e benessere degli studenti. Le richieste degli studenti non sono semplici lamentele, bensì un’importante chiave di lettura della realtà delle scuole italiane e un richiamo al diritto di studiare in ambienti sicuri, dignitosi e realmente educativi.
Vittoria Gallina, Sul rapporto Censis 2025
Il rapporto Censis 2025 descrive una società italiana segnata da un progressivo indebolimento del “desiderio di futuro”, da individualismo e risentimento diffuso, e da una politica incapace di attuare riforme adeguate alle grandi trasformazioni demografiche, tecnologiche e geopolitiche. Questo quadro di declino fa da sfondo all’analisi del sistema educativo e formativo.
La scuola e la formazione faticano a rispondere alle transizioni in atto (calo demografico, digitale, green, intelligenza artificiale). I giovani esprimono un forte disorientamento: una quota rilevante ritiene che la scuola non li prepari al futuro né alla vita reale, percepita come “fuori” dall’istituzione scolastica. Pur con una lieve riduzione degli abbandoni, permane un forte disallineamento tra istruzione e mondo del lavoro, con forti differenze territoriali.
La transizione scuola-lavoro mostra segnali di miglioramento (diminuzione dei Neet), ma l’Italia resta sopra la media europea e lontana dai paesi più virtuosi, dove i percorsi formativi sono più flessibili e integrati con il lavoro. Crescono le iscrizioni universitarie, seppur in modo diseguale sul territorio, e resta dominante il canale accademico, a scapito di una formazione tecnico-professionale più sviluppata.
Critica è anche la situazione del lifelong learning: la partecipazione degli adulti alla formazione è aumentata ma rimane tra le più basse in Europa, con un’esclusione proprio delle fasce meno qualificate e più fragili. In conclusione, il rapporto evidenzia un sistema educativo sottofinanziato, segnato da forti disuguaglianze territoriali e sociali, e ancora poco capace di sostenere l’innovazione, l’inclusione e lo sviluppo di competenze adeguate al futuro del Paese.
Fiorella Farinelli, Il nuovo bonus scuola e l’ombra delle disuguaglianze
L’articolo analizza la proposta di introdurre un bonus nazionale per sostenere l’iscrizione alle scuole paritarie, evidenziando il contesto politico, economico e sociale che la sostiene. Descrive le difficoltà delle paritarie – soprattutto cattoliche – tra calo demografico, costi crescenti e finanziamenti insufficienti, e richiama le ambivalenze della legge 62/2000. Sottolinea inoltre i rischi poco discussi del voucher: potrebbe accentuare la polarizzazione sociale ed etnica già presente nel sistema scolastico, favorendo processi di “fuga” dagli istituti con maggiore presenza di studenti fragili. L’autore invita quindi a spostare l’attenzione dalle contrapposizioni ideologiche ai possibili effetti sull’equità educativa.
Giulio Lucentini, La tecnologia è la risposta, ma quale era la domanda?
L’articolo analizza come l’evoluzione rapidissima dell’IA stia ampliando il divario culturale e cognitivo nell’uso del digitale tra giovani e adulti, generando un’asimmetria che la scuola fatica a colmare. Esamina le nuove Linee guida italiane sull’IA a scuola, i limiti degli investimenti precedenti e i persistenti divari territoriali nelle competenze digitali. Sostiene che la formazione tecnica ed etica di docenti e studenti sia cruciale perché l’IA, più che una soluzione o una minaccia, è un amplificatore: può ridurre o accentuare le disuguaglianze a seconda delle scelte educative e politiche.



