Diritto all’apprendimento

in Tecnologie e ambienti di apprendimento

di Arturo Marcello Allega | del 21/03/2017 |commenta

Diritto all’apprendimento
Si è parlato per anni del diritto allo studio eppure la questione dell’analfabetismo è ancora attuale e per superare questa condizione oggi dobbiamo batterci per il diritto all’apprendimento.

E siamo giunti al problema di fondo. Non è più questione di “diritto allo studio” ma, ormai dall’inizio di questo millennio, è con urgenza, un problema di diritto all’apprendimento. Finanche la ‘Lettera dei 600’ (subito in prima pagina, perché firmata da docenti “universitari”) ne ha fatto riferimento. Meglio tardi che mai, visto che questi problemi sono all’ordine del giorno della scuola da molto tempo.

Il diritto allo studio è stato il cavallo di battaglia della rivolta sessantottina, in Italia, sin dal movimento americano di Berkeley e fino ai decreti delegati italiani del 1974 con l’avvento della scuola di massa. In seguito, le riforme per l’accesso dell’handicap e l’equo sostegno alla disabilità; le iniziative normative per l’apertura totale della scuola agli stranieri fino alla progettazione delle diverse forme di intercultura; l’innovazione infrastrutturale e laboratoriale per l’aggiornamento e la trasformazione dell’istruzione in società della conoscenza digitale al fine di evitare l’esclusione e la marginalizzazione dei nativi digitali; l’apertura e la sponsorizzazione delle scienze al mondo femminile quale punto di forza della parità di genere rinnovata; mostrano tutte insieme la forza e l’impegno investiti per garantire il diritto allo studio, fosse anche per garantire quello privato.

Abbiamo lottato per anni e continuiamo a farlo senza renderci conto dell’assurdo del nostro percorso rispetto ai dati reali che ci circondano.

I processi ai quali ci si riferisce sono processi vivi, non codificati e cristallizzati nel tempo all’istante in cui sono nati. I numeri dell’handicap stanno crescendo e cresce la disabilità nelle sue diverse forme (fino a quelle più leggere come i DSA o i BES); gli stranieri ormai sono presenti in Italia da diverse generazioni con vari gradi di integrazione (quindi, non sono più riducibili alla sola migrazione, che pure cresce di giorno in giorno); i nativi digitali non sono un semplice fenomeno di studio ma sono esattamente dati da tutta la popolazione nata dal 2000 (circa, anche prima) in poi, quindi è la popolazione dei ragazzi da 0-17 anni; le donne sono aperte a tutte le innovazioni possibili e se esiste una limitazione al loro accesso alle scienze questo non è dovuto al loro disinteresse alle scienze o alla natura delle scienze in se ma al mondo maschile che controlla e regola il mondo delle scienze escludendo le donne.

Quindi, mentre ci occupiamo di “presunti problemi”, i problemi stessi se ne vanno in altre direzioni. Generando cosa? Due risultati gravissimi di fondo: 1) un distacco senza precedenti del mondo reale (quello della vita delle persone) dal mondo delle decisioni politiche; 2) un analfabetismo generalizzato profondamente devastante. Come vedremo il primo punto dipende anch’esso come tutto il resto dal secondo. E vedremo che la soluzione ci può essere ma dovremmo avere il coraggio di guardare oltre e verso orizzonti nuovi.

Intanto, sarà bene che tutti, nessuno escluso, comprendessero che l’analfabetismo non è altrove, ma riguarda tutti da vicino. I 600 professori universitari accusano altri, i giornalisti sostengono che il 30% degli analfabeti viene dai professionali e non si occupano del 70% che viene dai licei (come se ne fossero avulsi), i politici hanno sempre ragione e non osano toccare i loro privilegi, l’arroganza imperversa dappertutto nell’imporre il proprio punto di vista perché alla fine quel che conta è il potere politico, né la ragione, né la verità. Tutti questi atteggiamenti sono espressioni della ottusità di chi non capisce quel che li circonda. Non capiscono, semplicemente; non hanno gli occhiali giusti per guardare…Infatti, ormai, l’analfabetismo è stato declinato in molte forme: l’analfabetismo di ritorno che riguarda circa il 70% degli adulti; l’analfabetismo digitale, quello scientifico, quello tecnologico che raggiungono, ognuno, quasi l’80% della popolazione; l’analfabetismo funzionale che tocca il 66% (i 2/3 diceva De Mauro) e quello, recentemente introdotto dall’autore, l’analfabetismo incipiente, che travolge quasi tutta la popolazione per l’assenza di capacità all’astrazione (quindi al ragionamento) ma soprattutto i giovani 0-16 anni. L’analfabetismo funzionale è determinato dall’incapacità di comprendere quello che ci circonda. Quindi, a proposito dei politici, ad esempio, assistiamo a teatrini di chi sostiene tesi nonostante queste siano palesemente lontane dalla realtà della vita delle persone; chi tra i politici, ad esempio, si tronfia del fatto che oggi l’analfabetismo tradizionale del dopoguerra (intende la seconda guerra mondiale) sia stato abbattuto dalla scuola di massa, senza tener conto del fatto che dagli anni settanta del secolo scorso, altre nuove forme di analfabetismo sono cresciute tanto più pericolose di quelle del secolo scorso (proprio perché non facilmente visibili o più facilmente camuffabili).

Queste arroganze diversamente colorate hanno generato uno stato della civiltà dominato dalla irrilevanza del ragionamento: l’assenza del bisogno di ragionare è fortemente correlata alla possibilità di pagarsi il servizio mancante ricorrendo al denaro e alla consulenza esterna (società del benessere e dei servizi). Non c’è più bisogno di ragionare, troppo faticoso, troppo costoso e soprattutto molto lontano dal bisogno primario di godere della vita, di quelle emozioni che pur se passeggere son semplici da provare, da vivere. Semplicità, istinto, emozione contro complessità, ragione, elaborazione.

La risultante di questo processo complesso è l’impossibilità di apprendere. Le condizioni delle persone sono determinate dalla privazione (causa dei diversi analfabetismi operanti) di strumenti necessari alla comprensione perché superflui, solo obbligati all’occorrenza e quindi cercati “fuori” dalla sfera delle proprie competenze. Un tipico esempio di difficoltà è la comprensione del contesto socio-economico-culturale, la comprensione degli elementi di sistema e delle loro correlazioni. Più semplice è il riduzionismo agli aspetti tecnici, localizzabili e con soluzioni possibili.

Nasce così il bisogno primario del diritto all’apprendimento: il diritto di ricominciare a ragionare, di acquisire quelle competenze necessarie a strutturare il ragionamento per capire. Siamo oggi dominati dalla demagogia, dall’uso del linguaggio per fingere, per rappresentare obiettivi di altra natura rispetto a quello della comprensione, non spiegazioni ma convincimenti, sofisticate elaborazioni per ingannare. Lo scopo? Il consenso popolare o del proprio vicino. Un altro esempio molto rappresentativo è quello della valutazione. Non si valutano i controllori, non si valutano i politici, non si valutano le responsabilità correlate agli impegni finanziari o alle responsabilità civili e penali, si valutano solamente le persone, i ruoli e le funzioni che meno rappresentano le responsabilità sociali.

Concludendo, oggi, tutti hanno il diritto all’apprendimento e tutti, a tutte le età, devono essere coinvolti nei processi di ‘long life learning’. Per fare questo occorre però il coraggio di cambiare radicalmente l’istruzione ed introdurre diverse obbligatorietà a tutti i livelli barrando l’accesso a forme di lavoro (o di reddito) se non si è raggiunto opportuni obiettivi. Un sogno forse troppo lontano, ancora!

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