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Quali riforme per rilanciare la scuola?

Pubblicato il: 14/09/2020 02:01:12 -


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Il problema principale della scuola è, in questo momento, quello della riapertura e della ricerca di un assetto stabile che concili una buona qualità della formazione e la sicurezza sanitaria. Il Recovery Fund, però, è dichiaratamente vincolato alla promozione di riforme che puntano al futuro. Cioè azioni che, mentre servono ad arginare la crisi economica e sanitaria,  possano ricucire gli strappi provocati dalla pandemia e rilanciare la struttura produttiva, organizzativa, culturale del Paese. La scuola non può essere esclusa da questo vincolo riformista. Le risorse non possono essere solo finalizzate a pratiche e strutture emergenziali, da smantellare alla fine della crisi, tornando semplicemente allo stato precedente, ma anche adoperate per superare i limiti strutturali e aprire all’innovazione. 

In un recente articolo sul Corriere della Sera l’economista Giavazzi dice: «Temi di una riforma dovrebbero essere come evitare gli abbandoni della scuola dell’obbligo, il progressivo allontanamento dei risultati dei nostri studenti dalle medie rilevate dall’Ocse, ad esempio nella capacità di comprendere e riassumere un testo, la crescente divergenza fra scuole di diverse regioni». Forse è una semplificazione, ma indica il modo in cui si debbono giudicare gli investimenti: debbono essere  indirizzati al “core business” della scuola.

C’è materia per una grande discussione e per uno sforzo intellettuale collettivo. Cominciamo, rischiando la semplificazione e il libro dei sogni, con una semplice catalogo di problemi, obiettivi e possibili misure.

Combattere la disuguaglianza delle opportunità formative

Le indagini OCSE-PISA hanno mostrato, per l’Italia,  non solo risultati mediocri e soprattutto squilibri territoriali e fra ordini di scuole che, in ultima analisi, sono squilibri socio-economici. La vicenda dell’istruzione a distanza   ha messo in chiaro un altro aspetto del problema: il possesso delle tecnologie è diventato un fattore di discriminazione sociale. Non solo per il diritto di accesso all’informazione e alla comunicazione, ma anche per il modo in cui quel diritto viene esercitato.

La dispersione scolastica è l’altro aspetto della debolezza della scuola rispetto alla disuguaglianza. Non c’è una sola misura per rimediare alla distorsione profonda di una scuola che si limita a fotografare la disuguaglianza sociale. Probabilmente tutte le misure vanno modulate per questo scopo (secondo la formula dare di più a che ha di meno). C’è una soluzione strutturale decisiva: la scuola a tempo pieno. Che è il modo per configurare la scuola non solo come fornitrice di istruzione, ma anche come comunità. È un problema antico che, se fosse risolto, sarebbe la base per risolvere quasi tutti gli altri  problemi di cui parleremo fra poco.

Una didattica più efficace e ispirata a modelli culturali più complessi

Le indagini OCSE-PISA, in particolare le ultime, hanno messo in evidenza il quadro complessivamente negativo dei risultati per il nostro sistema, Queste prove non misurano la comprensione di specifiche conoscenze disciplinari, ma la capacità di applicarle in situazioni reali. C’è quindi un problema di modelli didattici che compensino i saperi disciplinari specifici con la capacità di affrontare problemi, spesso interdisciplinari,  in vari contesti. Stiamo quindi parlando di formazione generale e di un diritto di cittadinanza, ma istanze simili nascono anche dalle richieste del mondo del lavoro, come mostrano, le indagini di Unioncamere e di centri di ricerca come la Fondazione Agnelli.

Di fronte a questi problemi negli ultimi anni si sono discusse e sperimentate nella scuola molte proposte: rottura del monopolio della lezione frontale, didattica rovesciata, metodi di indagine e di progetto e altro ancora. Una delle istanze più avvertite è l’adozione di modalità laboratoriali nella didattica. Il problema riguarda tutte le discipline: non ce n’è una che, nella sua epistemologia, non contenga un modo di affrontare problemi indagando, sperimentando, usando mezzi e strumenti di lavoro. La laboratorialità può richiedere aule specifiche, ma è anzitutto un problema di metodo. Nella scuola, ci sono casi addirittura grotteschi di discipline, per esempio la tecnologia nella scuola secondaria di primo grado, nelle quali la laboratorialità dovrebbe essere l’essenza, e che invece sono insegnate in modo narrativo-verbale con grossi libri pieni di tutto.

Il rapporto con le tecnologie digitali non dovrebbe essere affrontato come un problema a sé, ma inquadrato in quello dei modelli didattici. E per impostarlo in modo adeguato occorre anzitutto sfuggire alle semplificazioni, come quella dell’opposizione fra istruzione in presenza e a distanza, imposta dall’emergenza del Covid. Gli strumenti classici della didattica, quali il manuale scolastico, la carta geografica ecc. sono basati su due presupposti storici: la necessità di condensare tutto il sapere in strumenti ad hoc, a misura di studente, e la scarsità di altri strumenti nel contesto sociale. Ma le fonti di informazione, anche culturali, sono ora alla portata di tutti. L’ambiente didattico non può essere totalmente destrutturato, deve però trovare nuove strutture capaci di governare l’accesso alle fonti culturali non fisicamente confinabili nell’edificio scolastico e nelle cartelle degli studenti. Questo non riguarda, del resto, solo la rete digitale, ma anche i musei e gli altri aggregati culturali.

Fra le misure di cui si parla spicca la digitalizzazione delle scuole. Questa è certamente una condizione per  favorire un cambiamento permanente della struttura organizzativo-didattica. Però non lo garantisce automaticamente. L’idea delle tecnologie come leva capace di rivoluzionare il sistema dell’istruzione è vecchia di almeno cinquant’anni,  ma la storia ha mostrato, non solo in Italia, che anche progetti e investimenti massivi in tecnologie, basati su modelli e obiettivi ambiziosi, possono non cambiare niente e le strutture tecnologiche possono essere tranquillamente digerite senza conseguenze rilevanti dai sistemi scolastici. 

I modelli didattici non possono essere stabiliti per decreto: sono un problema di ricerca e professionalità. Occorre far rinascere la ricerca educativa, con pratiche di studio e sperimentazione, non con sforzi episodici e spesso naif, ma con una pratica costante, e anche con progetti di grande impatto. Ovviamente sarebbe anche necessario ridare spazio e responsabilità al mondo dell’università e delle ricerca  dove su questo fronte, da molti anni, si è quasi creato un deserto.

Una maggiore flessibilità dei curricoli e dell’organizzazione  del tempo-scuola

Il nostro sistema scolastico è caratterizzato da una sostanziale rigidità nei curricoli e nell’organizzazione del tempo. E questo condiziona sia la qualità della didattica sia le pratiche di inclusione. Durante la pandemia si sono dovuti e potuti modificare gli orari, i tempi, i programmi, la valutazione. Ovviamente non  è nato un nuovo modello di scuola, però molte scuole hanno elaborato modelli non basati solo sul ritaglio, tentando una qualificazione metodologica dei modi e dei tempi. In qualche modo si è dimostrato che le scuole possono ragionare sulla struttura del curricolo e del tempo scuola.

Ma vediamo la questione più in generale partendo dai curricoli. Anzitutto alcuni di essi meritano almeno un’operazione di manutenzione, cioè un’analisi critica e una revisione. Ma ci sono disfunzioni e lacune già note e ne citiamo due macroscopiche.

La prima riguarda la scuola secondaria di primo grado: da quando esistono le indagini sul rendimento scolastico, sia quelle di prima generazione degli anni ’70 e ’80, sia L’OCSE-PISA hanno sempre mostrato, a questo livello, risultati deludenti: una vera frenata nel processo di apprendimento. C’è un problema di didattica, come si è visto, ma è ovvio che si tratta di un fatto strutturale che riguarda la mancanza di risorse, per esempio i laboratori, e l’eccesso di frazionamento disciplinare. In particolare il complesso Scienza, Tecnologia, Matematica dovrebbe essere ripensato in modo da compensare l’apprendimento dei nuclei concettuali con un approccio interdisciplinare.

La seconda riguarda la mancata crescita di un sistema terziario breve non accademico. E’ stato ampiamente mostrato, anche da confronti con altri Paesi, che il deficit di laureati in Italia è in buona parte dovuto alla inconsistenza di questo settore. Gli Istituti Tecnici Superiori sono scarsi e strutturalmente poco stabili, sia nella formula basata sul post secondario scolastico, sia su quella dei corsi brevi professionalizzanti nelle università. Di istituzioni terziarie ad hoc, come nei sistemi scandinavi e in quello tedesco, propugnate ad esempio da Romano Prodi, non se ne parla neanche. La soluzione di questo problema, naturalmente, si porterebbe dietro un ripensamento dell’istruzione tecnica e professionale secondaria.

La rigidità curricolare è la caratteristica storica della secondaria superiore. La numerosità degli indirizzi non risolve il problema e forse lo aggrava. In molti sistemi ci sono meno indirizzi, ma gli studenti possono progressivamente, almeno negli ultimi due anni, scegliere l’esclusione o l’approfondimento di discipline.  Il che risolve due problemi: ottenere dagli studenti un maggiore impegno intellettuale e favorire un vero processo di orientamento per gli studi successivi, non basato su informazioni occasionali e vocazioni poco verificate.

Certo qui si tratta di una vera riforma, quella che cerchiamo da decenni. Ma va detto che non è stato mai neanche realmente attuato l’unico dispositivo di flessibilità esistente: l’articolo 8 della legge sull’autonomia. Questo prevede che una parte dell’orario scolastico (5 o 6 ore su trenta) sia a disposizione delle scuole per modifiche e curvature delle discipline canoniche o per altre discipline o attività. La principale ragione di questa rinuncia è testimoniata da chiunque ci abbia provato: l’incompatibilità con la gestione del personale. Su questo torneremo fra poco. 

E’ chiaro che la scuola a tempo pieno, di cui si è già detto, sarebbe la cornice adatta, probabilmente indispensabile, per questo tipo di riforme.

Ripensare la struttura materiale delle scuole

L’economista Giavazzi, già citato, ricorda sarcasticamente che isolare le scuole con cappotti termici non risolve i problemi della formazione. Le politiche del risparmio energetico, come anche quelle della sicurezza, sono importanti, ma non possono gravare sul “pacchetto istruzione”.  L’adozione di banchi singoli, magari mobili, potrebbe essere un elemento di riforma se inserito in un programma di ristrutturazione degli spazi ispirato a criteri del tutto nuovi. Ne sono stati  elaborati diversi basati sulla modularità e la caratterizzazione degli spazi (aule, laboratori, atelier, spazi di incontro e cooperazione fra gruppi).  È ovvio che si tratterebbe di un piano almeno decennale a cui Recovery Fund potrebbe dare solo la spinta iniziale. 

Promuovere la professionalità e ripensare la gestione del personale scolastico

 Per la riapertura delle scuole sono stati  annunciati l’aumento del numero dei docenti, necessario per garantire classi più piccole, e procedure più veloci di assunzione.  Sono provvedimenti necessari anche se, come si vede in questi giorni, difficili da attuare. Ma comunque non cambiano sostanzialmente il dato strutturale.  Qui siamo di fronte a un elemento storico di rigidità del sistema che blocca tutto il resto e che merita una discussione a parte. Diciamo solo che una vera svolta dovrebbe riguardare soprattutto due punti eternamente discussi e mai affrontati sul serio: un sistema lineare di formazione e assunzione, con tempi e modi certi, e un tipo di contratto che includa un orario di servizio più lungo e uno stipendio adeguato. Questo, per inciso, sarebbe indispensabile per la scuola a tempo pieno. 

Per concludere. 

Il quadro di riforme tracciato è ovviamente schematico, ma può alimentare una discussione. È certo che anche una parte di queste riforme richiederebbero grandi risorse finanziarie e impegni progettuali. Questo però non dovrebbe impedire di andare su questa strada se si crede che migliorare l’istruzione partendo dagli scopi fondamentali della scuola e dalle sue debolezze attuali è una parte necessaria per un progresso complessivo del Paese. Altrimenti le continue affermazioni sulla priorità della scuola sono pura retorica.

Mario Fierli

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