Snodi e ostacoli nei processi di transizione al lavoro

L’INAPP nel giugno2026 ha presentato uno studio[1] che mette in evidenza, con una metodologia che affianca analisi qualitative di dati ad approfondimenti qualitativi, le caratteristiche di quei soggetti invisibili che sono i NEET e pone l’attenzione sullo snodo sociale fondamentale dei processi di formazione/lavoro: lo snodo “dove si inceppano le transizioni”

Il paper, di cui vengono riportati qui solo alcuni aspetti, utilizza una metodologia CAWI Computer Assisted Web Interviewing, che permette di leggere aspetti della società non sempre evidenti e di far emergere “punti di vista” e prospettive nuovi.

Il campione ha raggiunto un popolazione di giovani 15-34 enni (superando il limite dei 29 anni delle rilevazioni ISTAT), che hanno fornito informazioni e riflessioni sulla condizione che vivono al di fuori di percorsi formali di istruzione, di formazione e di lavoro, riferendo storie e esperienze pregresse e le loro attuali aspettative; l’indagine si basa su interviste approfondite e su 6 focus group.

Le interviste chiedono di riflettere sul passato, dalla scuola, ad eventuali esperienze di lavoro fino all’analisi dell’oggi, di un momento “di pausa”. Qui parlano: il giovane ormai privo di aspettative, la giovane madre, la persona altamente qualificata, ma bloccata per varie ragioni, ovvero tutti soggetti marginali “invisibili”, o stranieri.

I focus affrontano il tema dell’incontro con il mercato del lavoro, l’ingresso nell’età adulta, il confronto generazionale, il significato della stabilità e della responsabilità, il rapporto con le istituzioni e le diverse visioni di futuro.

Emerge qui un primo dato molto significativo. Le condizioni di vita di questi giovani presentano sono molto differenziate:

  • attività svolte, ma non riconosciute né forse riconoscibili,
  • impegni di cura in famiglia,
  • ricerca di nuove opportunità di formazione, di impegni nuovi o di tentativi di recupero di opportunità perdute.

Percentuale di NEET entro la popolazione italiana.

Il rapporto ISTAT 2025 calcola i NEET nella fascia di età 15-29 anni, per cui in Italia sono il 13,3% della popolazione di riferimento (se si alza la rilevazione fino ai 34 anni come fa l’indagine INAPP, i 15-34enni NEET superano il 15%); rispetto alla “distanza” dal mercato del lavoro, nel 2025 il 35% è disoccupato, il 33% non si attiva pienamente a cercarlo e il 31,7% proprio non lo cerca (dato Istat); INAPP rileva che il 60,4% cerca lavoro, il 28,8% sarebbe disponibile, ma non lo cerca, il 10% non lo cerca proprio. I neet si concentrano nelle fasce più adulte della popolazione giovanile (il 20% sono 25-29enni), molte sono le donne (14,9% ,contro l’11,8% degli uomini), vivono nel mezzogiorno ( sud sono il 20% a sud, al nord l’ 8,7% e al centro 11,8%). Il calo dei NEET negli ultimi 10 anni (dal 2015) deve essere studiato in modo preciso, perché evidenzia come, forse, si potrà evitare, soprattutto in alcune zone, che l’esclusione diventi cronica.

I fattori che incidono sulle difficoltà di accesso al mondo del lavoro sono legati a 4 carenze strutturali, rilevate sull’insieme della popolazione adulta e confrontate con tre paesi europei (rilevazione su tutta la popolazione effettuata e pubblicata nel Rapporto annuale 2026 – GIOVANI – curato dall’istituto Toniolo).

 

. Italia % Spagna % Francia% Germania %
a) inadeguatezza dei giovani per la ricerca del lavoro 65,8  54,3    54,1   68,7
b) mancanza di orientamento verso le scelte 81,2  75  75,5 77,8
c) carenza di politiche attive del lavoro  83,3 77,5 68,4  . 71,2
d) mancanza di politiche di sviluppo economico nel paese 82,1 78,  63,4   71,8

 

Le interviste evidenziano le diverse “attività” in cui il NEET è impegnato, lo “stare fermo” non è una condizione univoca, comunque il lavoro resta il “valore” di riferimento primario, così come la famiglia è garanzia del “welfare”. Nel campione INAPP l’unica fonte di reddito è la famiglia, per il 28,8%, mentre il 39% non dichiara alcuna fonte, l’intervento e il supporto, spesso implicito, della famiglia rendono più “invisibile” il NEET

Alcune indicazioni e prospettive emergono in modo netto:

  1. gli interventi non possono/non devono seguire un modello unico; si tratta di segmentare gli interventi, offrire transizioni temporanee, intervenire sulla marginalità educativa, scoprire qualificazioni non valorizzate e presentare possibili sbocchi, che non sono stati presi in considerazione;
  2. aiutare a leggere il presente, trasformando cura, volontariato, autoformazione, competenze digitali e micro-attività in esperienze riconoscibili, riconosciute e spendibili;
  3. rafforzare i servizi di conciliazione e sostegno ai care giver, evitando che la responsabilità familiare diventi una “trappola biografica”;
  4. costruire canali di ingresso al lavoro più accettabili: tirocini di qualità, esperienze retribuite; l’orientamento deve essere individualizzato e il matching tra competenza posseduta e richiesta meno dipendente dalle reti sociali informali;
  5. lavorare molto sul/sui riconoscimento/i.

Dal paper, emerge in modo chiaro che i giovani non chiedono solo un posto, ma contesti in cui competenze, identità e aspirazioni possano essere considerate socialmente leggibili.

La condizione di inattività

La inattività cresce con l’età del NEET (67,25% dei giovani è inattivo da meno di 1 anno, il 33,8% da molto di più) ed è associata a bassi livelli di istruzione e, spesso, ad attività lavorative pregresse mortificanti e incerte.[2]

Dal confronto europeo si vede con chiarezza che giovani e donne non sono valorizzati in un paese, che pure già sta vivendo processi di calo demografico.

La distribuzione territoriale vede un aumento di disoccupati giovani al sud, con titolo di studio, al massimo, la licenza media .

Il paper INAPP mette a fuoco il problema del rapporto tra condizione NEET e titolo di studio ed evidenzia come questa condizione non sia riconducibile solo alla bassa scolarità, ma dipenda anche molto dalla struttura del sistema di istruzione italiano.

L’1,1% dei NEET dichiara “nessun titolo” o al massimo una istruzione primaria, il 20.5% la licenza media, il 9,9% una qualifica professionale, il 52,9%un diploma di secondaria di secondo grado, l’8,7% un titolo terziario di primo livello, il 6,5% di secondo livello, lo 0,5% dottorato, master ecc.

Il giovane che affronta un percorso scolastico in Italia deve superare quelli che il rapporto INAPP chiama tre snodi.

Primo snodo: dopo la scuola media (8 anni di scolarità) il 16,3% non prosegue, mentre l’80% continua nella secondaria di secondo grado

Le ragioni della interruzione : il 4,7 % aveva problemi con i compagni, l’8,7% aveva problemi con i docenti, il 26,9% “andava male” nello studio , il 33,6 % non gli interessava studiare, per il 10,7% sono i problemi economici e di famiglia, e il 17,4% “ho preferito cercare subito un lavoro”, queste le dichiarazioni degli intervistati.

Secondo snodo: qui forse si trova materiale per dare un nome e per caratterizzare la “dispersione esplicita” e scovare, nello stesso tempo, le origini di quella implicita, che, meritoriamente, i vari rapporti Invalsi evidenziano.

L’accesso al percorso di secondaria superiore. L’80% degli studenti, che prosegue, si trova fin dal primo anno inserito in percorsi definiti, due anni prima della conclusione dei fatidici 10 anni di scolarità obbligatoria; il secondo snodo funziona da “struttura” di accoglienza di uno smistamento già avvenuto alla fine della scuola media, non svolge funzioni di orientamento, sostegno ecc. . Il 34,4% si colloca o viene collocato nei licei, il 23,4% nei tecnici, il 18,9% nell’attuale professionale, il 3,1% nei percorsi iefp.

Il terzo snodo è la conclusione della secondaria di secondo grado e l’avvio allo studio nel terziario; degli iscritti all’ultimo anno, l’ 81,3% consegue il diploma, l’8% interrompe gli studi, nel corso del triennio il 10,7% ha cambiato percorso di scuola.

Il 70,8% non prosegue gli studi dopo il diploma e così motiva la scelta:

  • 0,6% motivi di salute
  • 0,6% maternità e famiglia
  • 6,6 %la famiglia non può permettersi di sostenere un percorso successivo
  • 17,1% non si sente in grado di proseguire
  • 26,5% non è interessato/a a studiare
  • 7,3 % ha trovato un lavoro
  • 39,4 % preferisce cercare un lavoro.

Il 29,2% dei diplomati prosegue un percorso formativo: il 28,6% va all’università ( il 71%prima o poi conseguirà un titolo finale ), lo 0,6% inizia un percorso professionalizzante .

La condizione di NEET si produce entro quel 70% di giovani che non continuano percorsi formativi.

Le interviste mirate a quelli che restano inattivi, la metà circa, rilevano le motivazioni: dal non aver trovato un lavoro adatto alle proprie aspettative, all’assenza di opportunità, alla volontà di “prendersi” tempo per trovare il lavoro desiderato; sono inoltre presenti molte e diverse motivazioni che descrivono disorientamento, senso di abbandono ”sociale” oltre che familiare, la sensazione di non farcela, ecc. A tutto questo si aggiungono impegni di cura, problemi di salute/invalidità e conseguenze di problemi con la giustizia. l’1,8% dice che non ha bisogno di lavorare e non gli interessa studiare.

Le risposte alle domande che cercano di esplorare se “il percorso di studio è stato utile”, le valutazioni risultano positive, dalla socializzazione, all’avere più carte da spendere per il futuro lavoro, al conoscersi meglio e migliorarsi, a rispondere alle aspettative dei genitori . Quindi lo studio può essere considerato utile, ma la frammentarietà e l’incertezza, talora contraddittoria, delle risposte trasmette la sensazione di giovani che abitano un mondo sospeso,  che ancora non trovano agganci con la realtà in cui si deve vivere, al di là dei casi limite p.e. problemi con la giustizia. Di fronte a questi dati appare evidente che, oltre allo studio di interventi volti a colmare gravissime criticità e divari socialmente inaccettabili, sarebbero/sono assolutamente necessari ulteriori approfondimenti sui perché e sul quando la transizione dalla formazione al lavoro si blocca, e genera varie forme di dispersioni e di abbandono.

 

[1] INAPP – Working paper Dentro la condizione NEET. Biografie, stallo e ricerca di riconoscimento, una indagine che legge la società italiana da questo punto di vista ed offre spunti di riflessioni e proposte

[2] Dal 2004 e fino al 2023 la composizione per età della forza lavoro evidenzia una riduzione dei 15-34enni, una sostanziale stabilità dei 35-49 e un progressivo aumento dei 50enni e +