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Oltre la scuola che boccia

Pubblicato il: 19/09/2013 12:55:57 -


Sulla questione dell’(in)utilità della pratica della bocciatura: si tratta di un’ideologia dalle ore contate? Una sorte auspicabile, questa, che potrebbe aprire nuovi scenari alla riflessione che oggi si impone.
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Quando si parla di bocciati, lo scontro, culturale e ideologico è dietro l’angolo.
E in tanti anni la rappresentazione, sovente strumentale, di questo scontro ha preso le sembianze di una sinistra contraria o quantomeno restìa alla bocciatura (la selezione di classe) e di una destra propugnatrice della scuola del rigore, della gerarchizzazione, con annessa licenza di bocciare.
Spesso questa rappresentazione ideologica non ha trovato puntuale riscontro nella realtà; chi ha vissuto nelle scuole ha anche incontrato docenti di sinistra indisponibili a qualsiasi indulgenza scolastica e docenti conservatori molto più malleabili, sul piano della valutazione scolastica, delle loro convinzioni politiche.

Tutto ciò non deve sorprendere. Forse perché il furore ideologico sulla scuola si va sbiadendo o forse perché la crisi economica costringe a pensieri nuovi.

Non siamo certi che gli esperti dell’Ocse abbiano fatto buona lettura di Don Milani, ma certo hanno invece posto l’attenzione sul costo economico che le bocciature impongono al sistema: ottomila euro l’anno per ciascun ragazzo bocciato.
Dunque in Europa c’è chi manda in fumo un bel po’ di miliardi (due miliardi e mezzo l’anno, denunciava l’allora, in buona parte inascoltato, ministro Padoa Schioppa nel 2008) con la pratica della bocciatura e oggi questo una Co-munità Europea ancora dentro una difficile congiuntura economica non può più permetterselo.

In realtà, insieme alla denuncia di questo spreco di risorse finanziarie, cresce anche la consapevolezza non solo dell’infelice esito sociale delle bocciature (rinforzo delle proprie debolezze, demotivazione allo studio crescente, ribellione all’autorità costituita, rischio di violenza e marginalità sociale, ecc.), ma anche della inutilità, per il sistema stesso di istruzione, dello strumento.
Non a caso molti Paesi, (in blocco i nordici capitanati dalla Finlandia ma anche Germania, Regno Unito, Grecia, Danimarca) o hanno formalizzato il divieto di bocciare o di fatto hanno confinato la bocciatura nei casi eccezionali. Ci riferiamo ovviamente al percorso scolastico che va dall’inizio della scolarità al 15-16 anno. Nel triennio delle su-periori, pur con modalità e strumenti diversi, la valutazione diventa ovunque più rigorosa e stringente.

In soccorso dei dati sui costi arrivano anche le considerazioni di più ampio respiro.
Secondo l’Ocse i Paesi in cui si boccia di più sono anche gli stessi in cui sono più deboli le performances complessive del sistema. Quindi la bocciatura non adempie affatto al ruolo salvifico che l’on. Gelmini ha decantato per anni, con un’ampia propaganda sull’uso punitivo del voto di condotta e il ritorno alla valutazione decimale nella scuola primaria. Anzi, prosegue l’Ocse, le bocciature alimentano il fallimento sociale e aprono le porte all’abbandono. E infatti ciò determina nel nostro Paese un tasso elevato di “selezione” (ripetenze più abbandoni) che ci colloca, con il 20%, ben oltre la media Ocse, che è del 13%.

Eppure anche da noi qualche segnale di novità sembra delinearsi. In una rubrica del 26 giugno scorso di un noto settimanale, Valentina Aprea e Marco Rossi Doria, che non hanno bisogno di presentazione, hanno argomentato attorno alla questione se “giusto bocciare in prima media”. Nessuno dei due ha scelto il “sì o no” come risposta, ma ciò che è interessante sono alcune motivazioni.

Valentina Aprea ammette che in alcuni casi eccezionali non si ritrarrebbe dalla bocciatura ma, quel che è più inte-ressante, non fa il minimo cenno all’armamentario ideologico sulla valutazione della collega Gelmini, anche se non riesce a trattenere un riferimento alla Moratti.

Marco Rossi Doria, nel quadro di una analisi attenta al ruolo compensativo della scuola e con una forte sensibilità verso i ragazzi, arriva comunque ad affermare che in taluni casi anche a lui è capitato dio bocciare. Insomma c’è una tale cautela nei due intervistati da impedire persino di affermare, rispondendo alla domanda, che sì, non ha senso bocciare in prima media.

La fine della ideologia sulla bocciatura è dunque vicina? Speriamo, perché questo potrebbe aprire scenari nuovi alla riflessione che oggi si impone:
– Come ripensare il ciclo dell’obbligo, abolendo di fatto le bocciature e quindi trovando nell’organizzazione della scuola strumenti, tempi, risorse, per differenziare il percorso nell’ottica di consentire a ciascuno il mi-glior esito?
– Come ripensare l’orientamento scolastico che oggi la scuola media non riesce ad assicurare? E del resto, ha davvero senso attribuire questa funzione fondamentale proprio a quel pezzo di scuola che tutti indicano come “l’anello debole” del sistema? Non è forse il caso di pensare all’orientamento come il tratto distintivo del biennio dell’obbligo di istruzione?
– E infine, se tramonta l’ideologia sulle bocciature, si apra davvero verso la cultura della valutazione, così debole e improvvisata nella pratica didattica.

Altro che prove Invalsi e graduatorie dei più bravi.

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Immagine in testata di stockimages / freedigitalphotos.net (licenza free to share)

Dario Missaglia

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