La ricerca IARD e il nuovo volto degli insegnanti italiani
![“In costante divenire: insegnare fra molteplici impegni in un contesto plurale” è il titolo della ricerca che lo IARD- supportato da numerosi enti collaboratori e sostenitori- ha presentato in un convegno il 22 giugno all’Università Bicocca di Milano. La ricerca si è svolta su base campionaria sulla base dei dati ufficiali, articolata per le macroregioni INVALSI e per le diverse tipologie di scuole secondarie superiori, coinvolgendo 8389 insegnanti di 295 plessi con l’aggiunta di 100 plessi volontari. Si tratta della […]](http://www.educationduepuntozero.it/wp-content/uploads/2026/07/maxresdefault-360x203.jpg)
“In costante divenire: insegnare fra molteplici impegni in un contesto plurale” è il titolo della ricerca che lo IARD- supportato da numerosi enti collaboratori e sostenitori- ha presentato in un convegno il 22 giugno all’Università Bicocca di Milano. La ricerca si è svolta su base campionaria sulla base dei dati ufficiali, articolata per le macroregioni INVALSI e per le diverse tipologie di scuole secondarie superiori, coinvolgendo 8389 insegnanti di 295 plessi con l’aggiunta di 100 plessi volontari. Si tratta della quarta indagine sul tema dopo quelle del 1990, del 99 e del 2008.Il che permette di comparare l’evoluzione nel tempo dei diversi dati strutturali che concernono la categoria, oltre che dei diversi atteggiamenti relativi alle questioni poste. Il risultato sono più di 500 pagine, articolate in 34 lavori che si caratterizzano per l’arco ampio dei temi affrontati anche da giovani ricercatori. E’ importante sottolineare che si tratta delle opinioni e delle autopercezioni degli insegnanti, con tutti gli ovvi pregi ma anche i limiti che ne derivano.
Ne risulta, nella introduzione di Gianluca Argentin, il coordinatore di tutto il lavoro oltre che autore di alcune parti, che gli insegnanti non sono un corpo sociale unitario di “santi volontaristici o da ottusi burocrati al ribasso, sordi al futuro dei giovani” ma un gruppo molto ampio e variegato. Obiettivo dichiarato “bonificare allarmismi e sensazionalismi basati su estremizzazione di casi aneddotici e retoriche ricorrenti e prive di approfondimento”.
I principali risultati. Composizione sociale: ceto medio, femminilizzazione, età media alta: sostanzialmente come nel passato con tendenza alla omogeneizzazione soprattutto territoriale. Forte sottolineatura nelle motivazioni della possibilità di conciliazione lavoro- vita privata; è sempre stato così ma nel dopo Covid questo orientamento tenderebbe alla generalizzazione anche in altri tipi di lavoratori e perciò perderebbe i caratteri negativi attribuitigli in passato. Consapevolezza di un proprio declassamento sociale –presente peraltro anche nelle precedenti ricerche IARD – non solo per ragioni economiche, ma anche per un ribasso della stima attestata dall’atteggiamento delle famiglie, se non addirittura da un ampliamento della violenza. Ma a ciò fa in parte da rimedio non più, come nei decenni precedenti, l’idea della scuola come strumento di cambiamento della società, ma quella del rapporto positivo con gli studenti. Dal punto di vista della struttura, tenderebbero a sparire le scuole piccole a gestione orizzontale e ruoli identici, sostituite da organismi ampi e complessi a ruoli diversificati anche se non seriamente formalizzati con le relative relazioni complicate. Secondo una importante conclusione del Rapporto, le carriere informali non riconosciute vanno portate in emergenza ad integrazione del ruolo dei dirigenti scolastici. Forse è il caso di ricordare che si tratta di un problema scottante degli ultimi decenni su cui la politica più coraggiosa si è bruciata e che i successori di Luigi Berlinguer di tutte le maggioranze o lo hanno evitato con cura o hanno preso strade apparentemente più facili, ma in realtà ancor più impopolari.
Dunque mancanza di strutture organizzative solide e chiaramente orientate, donde largo spazio ad un individualismo spesso frustrato, soprattutto se volto al miglioramento. Ma anche in questo caso non si riesce a dare un pur ben maturo addio alle istituzioni ormai logore dei consigli di classe e dei collegi docenti che risalgono a più 50 anni fa.
Un panorama dunque molto ampio e variegato, non solo dei diversi aspetti della condizione docente, ma anche degli orientamenti della ricerca nel campo della sociologia dell’educazione, con un sapore prevalente di ideologia mainstream. Una sociologia dell’educazione che sembrerebbe caratterizzata da un forte retroterra psico-pedagogico. Anche se i nodi cruciali: valutazione standardizzata e valutazione degli allievi ed articolazione e carriera dei docenti sembrano essere ben presidiati.
Alcuni esempi. Talvolta emerge ancora una idea irenica di scuola, in cui il conflitto deve essere espunto a forza di reti e le parti meno coinvolte del personale docente dovrebbero comunque essere integrate.
Secondo alcuni interventi le metodologie attive “innovative” dovrebbero sostanzialmente mettere in uno stretto angolo la cosiddetta didattica frontale Una impostazione forse un po’ consunta. In uno degli ultimi numeri di Café Pedagogique rivista on line francese tutt’altro che retriva, due pedagogisti scrivono ”La frustrazione è sia l’ostacolo che la sorgente di tutto l’apprendimento. Si tratta di una energia vitale ostacolata da cui dipende la maturazione di un giovane attraverso la sua accettazione dei limiti trasformando la propria aggressività in impulso costruttivo.” Ed altri insegnanti-ricercatori in un numero precedente si domandano un po’ provocatoriamente se comunicazioni efficaci (vedi lezioni ben fatte) impediscono di pensare. Ai primi eroici tempi dell’autonomia si era perfino progettato di trasformare le lezioni “frontali” in conferenze rivolte ai diversi livelli degli allievi sui diversi temi, in relazione alle differenziate competenze degli insegnanti.
Per quanto riguarda il tema dell’orientamento, ci si può domandare se il problema principale per gli insegnanti italiani (piccolo borghesi come attestato dalla ricerca) non sia quello di non riconoscere l’utilità ed ancor prima la dignità della formazione per il lavoro e perciò di prediligere orientamenti generalisti anche molto leggeri, dando in tale modo un contributo alla diserzione nei confronti di percorsi formativi coerenti con le vocazioni ed utili al paese. Peggio, di considerare l’ampliamento degli orientamenti generalisti (vulgo licei) come tout court una proxy di equità sociale.
Infine, al tema emergente della plusdotazione viene dedicata in tutto il corpo della ricerca esclusivamente una domanda sugli interessi prioritari degli insegnanti (e solo il 17% lo ritiene tale). Eppure si tratta di un tema su cui nel mondo ci si muove non solo con riflessioni teoriche ma anche con misure normative ed amministrative.E con buone ragioni… Mentre ampio spazio c’è per gli aspetti relazionali, le situazioni problematiche e le loro soluzioni organizzative.
Da ultimo per chi da almeno più di 30 anni si occupa di politiche sulla scuola la cosa più interessante potrebbe essere la risposta degli insegnanti alla ultima cruciale domanda concernente la rilevanza attribuita ai diversi problemi di policy.
Ne risulta secondo la ricerca stessa un rigetto del continuo susseguirsi di “riforme” dettate magari da policy diverse ed una richiesta di attenzione ai dati strutturali e di buona amministrazione. Ed in secondo luogo uno scarso interesse per due punti nel passato cruciali per quanto riguarda direttamente la professione: valutazione e carriera. ”Primum vivere, deinde philosophari, ne deduce la ricerca.
Può essere interessante in questo caso limitarsi a riportare le percentuali di gradimento utilizzando i criteri di classificazione di IARD, lasciando ai lettori le riflessioni adeguate.
Problemi più urgenti: risorse economiche scarse 54,2%, tendenza a continue riforme 51,3%, bassa retribuzione insegnanti 50,2%, basse competenze studenti 47,7%, bullismo e cyberbullismo 45,3 %, dispersione scolastica 42,0%, aggressività di studenti e famiglie 40,2%.
Problemi importanti: bassa motivazione insegnanti 34,%, integrazione studenti migranti 33,9%, assenza incentivazione insegnanti 33%, reclutamento insegnanti non selettivo 32,5%, mancanza di senso per studenti 32,2,%, debole alleanza scuola-famiglia 31,9%, inclusione poco efficace BES e DSA 31,8%, elevata quota di supplenti 31,6%, incapacità di trasmissione valori civici 30,6%
Problemi secondari: scarso raccordo scuola-lavoro: 25,7%, ridotta selettività della scuola 25,1%, età insegnanti elevata 22,4%, scarsa spendibiltà competenze nel lavoro 20,9%, debolezza orientamento 20,1%.
Problemi controversi (o forse decisamente secondari?): frequenti trasferimenti insegnanti: 19,7%, assenza di carriera per insegnanti 19,6%, formazione iniziale insegnanti inadeguata 18,8%, scarsa valorizzazione studenti eccellenti 17,8%, incapacità di contrasto del peso dell’origine studenti 17,7%, frammentazione innovazione in progetti 17,2%, assenza valutazione insegnanti 14,5%, elevata differenza territoriale delle competenze 14,0%, ricadute su apprendimenti della pausa estiva 5,1%. Una battuta finale su questo ultimo risultato. I ricercatori si sono domandati come mai una sensibilità così scarsa, su un dato ormai acclarato dalle ricerche. Forse non hanno ben presente il riscontro entusiastico della categoria ai finanziamenti non del tutto irrilevanti già nel passato disponibili per corsi di recupero estivi. Anche in tempi di caldo non asfissiante.
Tiziana Pedrizzi, già dirigente scolastico e distaccata IRRE. Esperta di sistemi educativi.



