Il corpo a corpo della didattica

Nel 1960 in Italia su 50 milioni di abitanti gli analfabeti erano circa l’8% della popolazione, cioè 4 milioni, senza considerare i semianalfabeti. Si decise così di mettere in campo l’arma più potente del tempo, la televisione, con un programma speciale per gli adulti analfabeti, Non è mai troppo tardi, affiancato da oltre 2000 Posti di Ascolto Televisivo (PAT) sparsi nel Paese. Si è trattato del più importante investimento in un progetto di comunicazione didattica fatto in Italia, fra i più importanti a livello internazionale. Come è noto il suo animatore fu Alberto Manzi, figure tra le più significative nel rinnovamento della cultura pedagogica del nostro Paese (Farné 2003).

Le differenze di status culturale si misurarono anche su altri livelli: mentre la televisione da status-symbol diventava una commodity in ogni famiglia, anche i libri facevano la differenza. Fra gli anni Sessanta e Settanta avere in casa un’enciclopedia era un “indicatore culturale” significativo. C’erano persone che bussavano alle porte di famiglie con bambini e ragazzi in età scolare e proponevano di acquistare “in comode rate” i volumi che componevano un’enciclopedia, raccomandata come indispensabile strumento per garantire il vantaggio culturale e il conseguente successo scolastico. A livello più popolare ed economico, ma a un ritmo più lento, si potevano acquistare in edicola i fascicoli settimanali di enciclopedie popolari e per ragazzi, che venivano poi rilegati in volumi. Anche i libri diventavano oggetti culturali sempre più alla portata di tutti, economici, tascabili; e nelle case degli italiani uno spazio “libreria” diventava parte del normale arredo nel soggiorno o nella camera dei ragazzi. 

E arriviamo così agli ultimi trent’anni, tra la fine del secolo scorso e l’inizio di questo, segnati dal processo opposto: quello della smaterializzazione della cultura: gli eleganti volumi delle enciclopedie diventano “vintage” e ciò che fa la differenza non sono (o sono sempre meno) i metri lineari di libri che arredano una casa, ma è la presenza di personal computer, smartphone, tablet e una veloce connessione alla rete internet. Tutto ciò che si definisce come “virtuale” e smart (school, working, ecc.) o che appartiene alla categoria della “Leggerezza” descritta da Italo Calvino (1993) nella prima delle sue Lezioni americane. Erano svantaggiati quelli che un secolo fa non potevano andare a scuola, o che non avevano accesso ai libri: oggi lo sono coloro che non hanno accesso alle ICT o che lo hanno scadente, non abbastanza “smart” o personal. Ma fino a che punto si può spingere questo processo di “alleggerimento” della scuola-istituzione?

Alberto Manzi a proposito della sua esperienza di insegnante televisivo nei nove anni di Non è mai troppo tardi, ha detto: «Io sono stato il “pupazzo televisivo”, quello che stuzzicava l’interesse della gente; il merito reale è dei 2.000 maestri mandati dallo Stato nei vari posti d’ascolto e che, dopo le trasmissioni televisive, dovevano seguire le persone nei loro effettivi apprendimenti […]» (Manzi 2017, p.56). In altre parole: fino a che punto la scuola, per potersi definire tale, è riducibile? Esiste un “residuo fenomenologico”, per usare (impropriamente) la categoria hussserliana (Husserl 2002), oltre il quale la scuola è irriducibile? Io credo di sì e questo è dato dalla relazione interpersonale nella presenza quotidiana dell’insegnante e dei suoi allievi, nella fisicità dello spazio e del tempo reali in cui si dipana la drammaturgia didattica. Certo è non solo cosa buona e giusta, ma necessaria che la scuola cambi nel tempo; oggi la scuola possiamo farla “senza zaino”, flipped classroom, inclusiva, digitale ecc. ma non possiamo eliminare quel “residuo” per cui la scuola è la scuola.

Non si tratta di qualcosa che appartiene a una pedagogia arcaica, poiché quella stessa relazione interpersonale è parte dell’evoluzione stessa della scuola. È l’insegnante a “lasciare il segno”, non la tecnologia vecchia o nuova che accompagna una lezione, o la sua (non) presenza online, poiché per in-segnare bisogna essere vicini, corpo a corpo. Le tecnologie sono un valore aggiunto, importante, necessario (quando l’insegnante sa coglierne le potenzialità e farle sue), ma non sufficiente. Quando trent’anni fa si sono fatti cospicui investimenti per attrezzare le scuole con aule di informatica, e con nuove tecnologie, chi ne ha avuto grande vantaggio sono state soprattutto le aziende che si sono assicurate gli appalti per vendere alle scuole quelle tecnologie, poiché la scuola è anche un grande mercato. Non risulta, attraverso ricerche scientifiche nel campo della didattica, che quegli investimenti abbiano determinato un oggettivo miglioramento nella qualità dell’apprendimento e del rendimento scolastico. Molte di quelle tecnologie (hardware, software) sono diventate  in breve tempo obsolete, e la manutenzione e il ricambio insostenibili.

Con ciò non voglio dire che la scuola deve essere “pauperista” anche se spesso purtroppo lo è, ma che deve affermare il valore di quelli che possiamo definire i suoi “fondamentali”, ciò per cui la scuola ha ancora (se ce l’ha) ragione di esistere. Una palestra che possa definirsi tale e un laboratorio di scienze ben attrezzato sono più importanti e più sostenibili di investimenti fatti su nuove tecnologie, che sono “nuove” quando si acquistano. Succede che ci siano studenti che hanno device più smart di quelli di cui dispone la scuola che frequentano. La scuola deve avere licenze per software da mettere a disposizione, connessioni veloci, un’apparecchiatura minima indispensabile. E deve avere insegnanti capaci di costruire una relazione culturalmente e pedagogicamente efficace, tanto autorevole quanto dialogica. Se sa farlo in assenza di tecnologie, e i suoi allievi la sapranno riconoscere, saprà farne i necessari adattamenti usando le moderne tecnologie della comunicazione, anche nella didattica a distanza. Non è l’inverso.

Riferimenti bibliografici:

Calvino I. 1993, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, Mondadori, Milano.

Farné R. 2003, Buona maestra TV. La Rai e l’educazione da “Non è mai troppo tardi” a “Quark”, Carocci, Roma.

Husserl E. 2002, Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica, Volume I, Libro I: Introduzione generale alla fenomenologia pura, tr. it. di V.Costa Einaudi, Torino.

Manzi A. 2017, Non è mai troppo tardi. Testamento di un maestro. L’ultima intervista con Roberto Farné, EDB, Bologna.

Roberto Farné Università di Bologna