Home » Studi e ricerche » Sul rapporto Censis 2025

Sul rapporto Censis 2025

Pubblicato il: 16/12/2025 13:22:51 -


Print Friendly, PDF & Email
image_pdfimage_print

Negli ultimi anni il  rapporto Censis sulla situazione sociale del paese ha introdotto la lettura dei processi, evidenziatisi nel corso dei mesi, attraverso metafore, talora molto suggestive – vedi i sonnambuli  da H. Broch –  che guidavano  alla comprensione di  percorsi via via  sempre più preoccupanti, orientati verso un inevitabile declino. Le considerazioni generali che aprono le riflessioni/interpretazioni del 2025 riassumono in modo scarno le vicende degli ultimi 10 anni. Anni in cui lo scarso interesse per la storia e, peggio, per “ogni visione del futuro” si è rivelato come   rischio di progressiva perdita di vitalità, sintomo tipico di una società, l’ italiana,  sempre più rinchiusa in una sorta di individualismo e nell’accrescersi   di un senso generale di risentimento, anche politico. Tutto   fa intravvedere il pericolo che si esprime come declino del “desiderio di futuro” e politicamente fotografa  un paese senza riforme adeguate ai cambiamenti strutturali che dovrebbero  fronteggiare le grandi trasformazioni in corso e i colpi della realtà geopolitica e tecnologica del/dei modo/i attuali. I titoli dei tre capitoli che descrivono la società italiana al 2025, l’Italia nell’età selvaggia, Il lungo autunno industriale, La vertigine e la speranza, sintetizzano le analisi in cui si articola tutto il rapporto.

I processi formativi

Il sistema educativo italiano, come del resto sta accadendo a tutti i sistemi educativi del mondo occidentale, deve fronteggiare dei processi di transizione difficilmente decifrabili: il declino demografico, la transizione green, la transizione digitale e l’irruzione dell’intelligenza artificiale, che tocca direttamente compagini sociali e singoli cittadini.

Il rapporto vede nelle modalità stesse dell’assetto strutturale della scuola la difficoltà, al limite la impossibilità, di costruire risposte efficaci, capaci di guidare i diversi soggetti sociali, soprattutto i giovani, entro  una nuova realtà, che sconvolge  assetti ormai obsoleti, del tutto inadatti al presente. E’ interessante, proprio in questo senso, la scelta di dare spazio e voce ai giovani, attraverso indagini statisticamente ben costruite. I giovani sono portati così a riflettere ed esprimere valutazioni su qualità ed efficacia di ciò che i sistemi sociali e formativi offrono loro e le misurano con le loro aspettative, piuttosto si dovrebbe dire le loro necessità in vista del futuro. Disorientamento e mancanza di senso, questa la cifra che caratterizza le loro valutazioni.

Ma la scuola ti prepara al futuro?

il 28,3% dei giovani di 16-19 anni (percentuale che sale tra i 18-19enni al 32,7%) pensa che  la scuola non  fornisca   una preparazione adeguata . Una valutazione migliore riceve la preparazione strettamente scolastica (positiva per il 53,3%) o  almeno adeguata (18,4%).  Comunque, il 74,6% pensa che la vita vera sia fuori dalla scuola, il 57,8% infatti non pensa che la scuola li metta in grado di comprendere  il mondo, mentre il  53,0%  non ritiene  che la scuola sia una ”palestra di vita”; il 7,6%  pensa che  la scuola prepari “almeno” sufficientemente per la vita futura, ma il 26,1% non lo pensa affatto, anzi  il 27,2% non vede nello studio lo strumento valido per realizzare ciò che vorrebbe. Se è pur vero che abbandoni, ritardi, insuccessi e scelte casuali o inadatte nei percorsi di studi sono ancora elevati, sono moltissimi gli studenti che conseguono una qualche qualifica o un diploma. Nel 2025, se si mette a confronto il numero dei frequentanti l’ultimo anno della secondaria di primo grado e la frequenza di chi è a scuola, si nota un abbandono che riguarda l’8,3% di chi si era iscritto alla secondaria di secondo grado, inferiore di un punto percentuale rispetto alla leva precedente, che era il 9,4%; inoltre appare positivo il ruolo giocato dai percorsi Iefp che accolgono il 6,5% di coloro che nel 2020 avevano concluso la secondaria di primo grado. Oggi non solo le aziende, ma anche i giovani e le famiglie  riterrebbero prioritario il superamento del mis-match tra offerta di istruzione e formazione tecnico-professionale, in questo senso sembrano muoversi le sperimentazioni dei 4 anni + 2 tra istituti tecnico professionali e gli Its Academy; la sperimentazione tuttavia è ancora molto limitata e scarsamente valutabile, mentre già evidenti appaiono le diversità di opportunità formative, dipendenti soprattutto dalle caratteristiche dei territori in cui i giovani  risiedono.

Quali le proposte dei giovani?

Il 56,1% vorrebbe essere indirizzato dalla scuola al mondo del lavoro, il 41,9% vorrebbe svecchiamento e dinamicità della didattica, il 31,1% auspicherebbe programmi scolastici più vicini a chi vorrebbe essere indirizzato a riconoscere le fake news e le truffe online ed il 34,7% si aspetterebbe  di ricevere una educazione affettiva e sessuale

Transizione scuola-lavoro

Negli ultimi sei anni (2019-2024) la quota dei 18-29enni che non studiano né lavorano è diminuita in percentuale di 7,5 punti, nel 2024 sono il 18,4%, un valore tuttavia superiore alla media europea (13,2%); sono i più giovani, i 18-24enni che sono scesi al 16,2% (media UE  12%), mentre i 25-29anni sono al 21,5% (14,7% media UE). Il rapporto sottolinea la distanza dagli europei più virtuosi che non superano il 10% di Neet (Paesi Bassi, Malta, Svezia, Slovenia, Danimarca, Irlanda, Austria e Germania) e osserva come in questi paesi i percorsi di istruzione e formazione siano più aperti e attenti  –  contaminazione  è il concetto espresso – all’orientamento consapevole e competente verso il lavoro. In questi paesi molti giovani continuano a studiare anche lavorando, acquistando così competenze e abitudini che agevolano le transizioni verso l’occupazione.

Più studenti nella istruzione terziaria.

Il rapporto fotografa il percorso quasi esclusivamente accademico della formazione post diploma in Italia; l’aumento del 5,3% delle iscrizioni al primo anno nelle università nel 2024-25 non è stato distribuito in modo uniforme a livello nazionale, Centro (+14%), università meridionali (+ 6,1%) e Nord Est ( +2,0%) registrano sicuramente questa tendenza cui non è allineato il Nord-Ovest( -0,9%). I costi relativi alla permanenza in regioni diverse dai luoghi di residenza gioca indubbiamente un ruolo importante in queste scelte, ma va anche tenuto conto dell’ “attrattività” in termini di qualità dei percorsi di studio  e di opportunità di lavoro accessibili, che alcune sedi universitarie esercitano, e tutto questo vale molto soprattutto se valutato insieme   agli aspetti economici connessi con la condizione di “fuorisede” per i giovani del sud,  che si evidenzia nell’ultimo anno: da -23,8% nel 2019-2020 a -15,8% nel 2024-2025, questa la consistenza dei mancati spostamenti. Quello che conta appare infatti  essere soprattutto “il sistema” di alcune sedi universitarie,  che appaiono complessivamente più accoglienti. Questi sistemi sono, in ordine,  quelli dell’ Emilia Romagna( +26,3%), dell’Umbria (+18,0%) e Lazio (+11,2%), poi Trentino Alto Adige (+9,1%), Toscana (+6,0%), Lombardia (+5,6%), Friuli Venezia Giulia (+2,2%) e Piemonte (+1,9%).Da questo excursus evidentemente manca una riflessione sulle opportunità/ non opportunità che caratterizzano i territori nel nostro paese e che  riguardano mercati del lavoro  caratterizzati in modo molto diseguale così come  gli sviluppi di carriera ecc. , dati  leggibili nelle sezioni del rapporto stesso dedicate a questi aspetti.

Chi rimane indietro?

E’ la domanda che introduce la rappresentazione dello stato del life long learning e che  completa opportunamente la parte di studio  dedicata non solo alla condizione dei Neet, ma anche della formazione terziaria. Del resto, come è messo in evidenza in  Education at a glance 2025 (oecd Indicators), il life long learning  è ormai un nodo essenziale delle politiche di formazione, quindi del lavoro, in tutti i paesi con cui ci confrontiamo. Dal 2020 al 2024  i 25-64enni che hanno partecipato ad attività di apprendimento formale e non formale in Italia è aumentato dal 7,1% al 10,4% , la media europea  del 13,5% tuttavia è ancora lontana!  L’obiettivo europeo di raggiungere il 60% di popolazione adulta impegnata in attività di apprendimento nel 2030 appare  in genere difficilmente raggiungibile per tutti  salvo che per la Svezia, che supera  quel traguardo, e per Danimarca, Estonia e Finlandia che già oggi sono al 50%; l’Italia occupa gli ultimi posti con un tasso leggermente superiore solo a Germania, Polonia, Romania, Croazia, Grecia, Bulgaria. La composizione dei 25-64enni impegnati in attività di formazione   è dell’ 8,4% di chi ha al massimo la licenza media, il 20,9%di diplomati e il 39,8% di possessori di titoli terziari.

Fuori dai circuiti educativo – formativi restano proprio gli adulti e i giovani adulti che presentano le maggiori necessità. Per un verso sono i datori di lavoro che tendono a sostenere la formazione solo o sparatutto dei dipendenti più qualificati ( si tratta di interventi coerenti con strategie aziendali di sviluppo), ma si nota anche  un atteggiamento auto-escludente, debolezza di auto stima ecc., in individui che o non si rendono conto della necessità di ri-qualificarsi, per il lavoro ed anche per lo svolgimento di pratiche di convivenza sociale. Appare infatti molto difficile orientarsi in un  mondo di offerte formative, che pure esistono ma  sono raramente tarate sui bisogni di chi  dovrebbe accedervi, poco riconoscibili negli ambienti di vita e di lavoro e niente affatto sostenute da interventi socio-economici significativi, atti a guidare e sostenere chi dovrebbe essere coinvolto. Del resto anche qui le disparità territoriali hanno un peso non indifferente.

Qualche sintetica osservazione in conclusione [i].-.

I dati 2024 evidenziano che il titolo di studio più diffuso è il diploma della secondaria di secondo grado ( 32,5%), il diploma di secondaria di primo grado  è al 31,7% ( qui si trova un numero maggiore di uomini e le classi di età della popolazione più anziana), i giovani , ed anche una quota superiore di donne, conseguono i diplomi di secondaria  di secondo grado. Livello terziario e post laurea sono raggiunti dal 16,8% dell’insieme della popolazione, anche qui  con una  prevalenza delle donne.

Rimane sempre un quarto circa di occupati classificati come low skilled, sono in genere una quota maggiore di occupati maschi che  ha solo un titolo fino al diploma di primo grado, mentre il mercato del lavoro evidenzia uno schiacciamento delle professionalità più elevate a svantaggio delle donne. La popolazione scolastica evidenzia un decremento nei livelli iniziali di scuola in linea con il manifesto “inverno demografico”, che è una delle cifre ricorrenti nel rapporto.

Il sistema scolastico italiano accoglie nell’anno 2024- 2025  936.559  cittadini stranieri, mezzo punto percentuale in più rispetto all’anno 2023-2024; il 14,1% di questi iscritti  sono nella scuola primaria fino alla secondaria di I grado, mentre nella scuola secondaria di II grado sono l’ 8,7% .

Gli studenti della secondaria di secondo grado continuano ad orientarsi per lo più verso percorsi liceali, anche se si comincia a notare un leggero decremento in questo tipo di scuola, cui corrisponde un incremento pari nei tecnici, mentre sono sostanzialmente eguali  le iscrizioni nei professionali.

Gli studenti universitari sono aumentati del 2,5% nell’ultimo anno e i laureati del  4,6%, ma qui vanno calcolati i laureati, ritardatari rispetto agli anni  previsti normalmente dal corso. I nuovi iscritti al primo anno di università sono al 78,6% nelle università statali il 21,4% in quelle non statali (specie telematiche)

Infine è stabile la quota del personale docente occupato a tempo determinato, che si aggira sul 24% con leggere oscillazioni. La spesa per consumi finali delle amministrazioni pubbliche per l’istruzione supera di poco i 76 miliardi (spesa inferiore del 4,8% rispetto a quella del 2000).Se calcolata sul PIL dell’anno scorso la quota è passata dal 3,4% al 3,5% , lo 0,1%  in più della spesa complessiva delle amministrazioni pubbliche. Considerando che la  corrispondente quota media europea  Ue 27 è il 3,8%,  è evidente   che siamo ancora lontani  e soprattutto abbiamo diminuito la quota in R&S dall’1,46%  all’1,37% ( la Svezia , prima in graduatoria tra i Paesi Europei, investe il 3,64 %).

[i] Si è evitato di riportare  in termini di dati  e di analisi 1) i riferimenti ,che il rapporto contiene e utilizza , alle valutazioni annuali dell’invalsi ,soprattutto in relazione alla enormi e non colmate differenze di qualità e quantità dell’offerta formative nelle regioni italiane e la persistenza dell’abbandono implicito, che si manifesta in tutti i livelli di scuola al di là della riduzione degli abbandoni espliciti, che si sono in qualche modo ridotti ; 2) i rimandi alle rilevazioni europee ( Europa a 27) e le indagini comparative internazionali Ocse , in particolare PIAAC 2 pubblicata nel dicembre dello scorso anno; questo perché sono contenuti  e riconoscibili, laddove utilizzati nello sviluppo del rapporto 2025

Vittoria Gallina

121 recommended

Rispondi

0 notes
648 views
bookmark icon

Rispondi