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Per ricordare Mario Lodi: un sogno basco

Pubblicato il: 04/04/2014 15:02:08 -


La relazione con il maestro è uno dei punti fermi per una crescita umana e professionale proficua. Attraverso la narrazione di un sogno l’autore ricorda Mario Lodi, grande maestro: “Perché è stato e resterà per sempre un vero albero maestro: sicuro riferimento in bonaccia e in tempesta, sostegno nelle rotte per l’educazione e guida per l’oceano della vita”.
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Per ricordare Mario Lodi, che ho conosciuto dai suoi libri fin da ragazzo e poi ho incontrato nei primi anni Novanta, quando fui invitato a tenere una relazione a un convegno sulla televisione – organizzato alla Casa delle Arti e del Gioco di Drizzona (l’associazione fondata da Mario nel 1989) – non mi basterebbero una parola per ogni lacrima che ho versato quando ho saputo della sua scomparsa.

Mario Lodi è nato il 17 febbraio 1922 a Piadena, in provincia di Cremona. È morto il 2 marzo 2014, a 92 anni compiuti da poco. È stato sepolto nel cimitero di Drizzona il 4 marzo e a qualcuno risuonava nella memoria l’inizio della canzone capolavoro musicata da Lucio Dalla e scritta da Paola Pallottino, poetessa e illustratrice per l’infanzia: “Dice che era un bell’uomo…”. Veniva dalla terra, Mario, ed era un uomo bello in tutti i sensi. Alto, con gli occhi chiari. Mite, ma deciso. Sognatore, ma pratico. Come tutti i veri grandi: modesto e disponibile agli altri.

Ecco perché, per ricordarlo, preferirei raccontare un sogno che ho fatto nella notte tra l’uno e il due di marzo. Sulla sua vita e sui suoi libri, sulla scuola che ha messo in pratica e teorizzato: prima ha agito in buona pratica e poi l’ha resa teoria pedagogica applicabilissima. Su un’eredità che in molti e molte dobbiamo raccogliere. Su tutto ciò non basta scrivere o parlare: bisogna darne corpo e sostanza, insieme a forza e azione educativa.

La notte tra il primo e il due di marzo 2014 dormivo a Guernika (in Euskadi). Guernika è una piccola città, famosa in tutto il mondo per il quadro di Pablo Picasso, dipinto dopo una delle grandi tragedie del Novecento: il bombardamento che il 27 aprile 1937 la rase quasi al suolo.

Ero dunque lì, quella notte, dopo giorni in cui era piovuto molto e le scarpe erano spesso infangate per le passeggiate nei sentieri dei parchi che stanno lì vicino.

Il due marzo, domenica, c’era in progetto di andare nel piccolo paese di Mundaka, al mare.
Il mare oceano. L’oceano Atlantico, dove risuonano nomi leggendari come mar Cantabrico, golfo di Biscaglia, che un po’ più in là si chiama golfo di Guascogna e subito appaiono le memorie e le sembianze di D’Artagnan e dei tre moschettieri.

A Mundaka si celebra un carnevale assai particolare: l’Aratuste.
La mattina tutti gli uomini, di ogni età, si radunano vestiti di bianco dalla testa ai piedi e girano per le strade del paesino saltando e cantando: si chiamano Atorrak.
Il pomeriggio, la sera e la notte sono invece regno delle femmine, dalle bambine piccolissime alle anziane, che si chiamano Lamiak. Si vestono di nero, con le facce dipinte in bianco e nero, gli occhi cerchiati e indossano lunghe parrucche bionde, che sembrano fili di scopa. Sono le “streghe” di Mundaka, che lanciano urla acutissime e sono pronte a sfidare qualsiasi mondo venga loro incontro.

Tra la pioggia dei giorni precedenti e l’idea dell’Aratuste di Mundaka che ci aspettava, quella notte sognai…

… Mario camminava davanti a me. Eravamo in una zona di montagna, su un sentiero pieno di fango, in mezzo alla nebbia e attraverso di essa solo per brevissimi tratti s’intravedeva una foresta, verso la quale ci stavamo dirigendo.

Mario camminava davanti a me. Con passo lento, ma sicuro. Io faticavo a tenergli dietro. Ogni tanto faceva qualche piccola deviazione sul sentiero, si girava e mi diceva: “Passa di qua, che si cammina meglio”.
La mia fatica era sempre maggiore. Lui sembrava molto più a suo agio, più leggero, più forte.
Venne il momento, mentre la nebbia sembrava cominciare a diradarsi, che lo vidi già più lontano.
Provai a chiamarlo. Subito non mi rispose. Poi mi sentì, si girò e mi disse: “Vado avanti. Devo andare avanti. Devo riprendere a studiare!”.
Ricominciò a camminare. La nebbia tornò ad avvolgermi. Non lo vedevo più. Sentivo solo il suono dei suoi passi che si allontanavano e che si faceva via via sempre più fioco…

Fu uno di quei sogni che si fanno poco prima del risveglio e che, per questo, rimangono forse più impressi nella mente. Ricordo d’aver pensato: “Sta succedendo qualcosa”.

Qualche ora dopo, mentre ero davanti alla chiesa di Mundaka, circondato da persone in festa, da musiche e canti, mi arrivò la telefonata che mi dava la notizia della definitiva partenza del maestro.

Ho pianto. Ma, sono felice di aver potuto attraversare una parte di cammino al suo fianco. Perché è stato e resterà per sempre un vero albero maestro: sicuro riferimento in bonaccia e in tempesta, sostegno nelle rotte per l’educazione e guida per l’oceano della vita.

* * *
Leggi I pensieri che bambine/i del “Percorso Soave Soave Kids” (di scuole in ospedale e non) hanno inviato al Maestro Mario Lodi, in occasione del suo 92° compleanno

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