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I mondi salvati dai ragazzini

Pubblicato il: 11/10/2011 18:01:48 -


“Super 8” e “Attack the Block”. Ancora una volta i mondi da noi conosciuti e quelli immaginari possono esser salvati da ragazzini (e ragazzine) né sprovveduti né pavidi. Sufficientemente incoscienti da andare contro un’orda di mastini dagli occhi verdi armati di pistole ad acqua. Sufficientemente abili e competenti da fare delle loro imprese un entusiasmante azzardo con buone probabilità di esito positivo. Al cinema.
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Teniamo d’occhio due film. Il primo è già sugli schermi nelle sale italiane. Il secondo uscirà, distribuito da FilmAuro. Il primo è una produzione ad alto budget, di tipico stampo hollywoodiano. Il secondo è un piccolo prodotto inglese, per il quale, come dice il suo autore: “Abbiamo speso qualcosa di più di ‘The Blair Witch Project’ e qualcosa di meno di ‘Cowboys & Aliens’. Più o meno il film ci è costato un cowboy”.

Il primo è “Super 8”, scritto e diretto da J.J. Abrams.

Il secondo è “Attack the Block”, diretto e pensato da Joe Cornish.

Due film, entrambi molto belli, che hanno qualcosa in comune, e non si tratta solo delle presenze aliene.

L’ambientazione geografica e cronologica è differente. J.J. Abrams, già autore di alcune delle serie televisive più famose e originali degli ultimi anni, come “Lost” o “Fringe”, colloca la sua storia nel 1979 in Ohio. Joe Cornish, sceneggiatore e regista inglese, ci parla della Londra dei nostri giorni. Anzi, di una zona particolare della capitale inglese, quella suburbana di South London, che abbiamo imparato a conoscere l’estate scorsa per i disordini esplosi e gli scontri tra bande giovanili e forze dell’ordine.

Il punto di partenza è in qualche modo comune. Due gruppi di ragazzini – figli della piccola borghesia e della classe operaia quelli americani; ai margini del sottoproletariato quelli inglesi – che si trovano ad affrontare una minaccia aliena.

Gli adolescenti di Abrams sono appassionati di cinema. Siamo ancora in epoca pre-digitale e la loro passione, orientata a concretizzarsi nella realizzazione di un film che parla di zombies, può estrinsecarsi con l’utilizzo di brevi pellicole in SuperOtto caricate sulla piccola macchina da presa domestica.

Quelli di Cornish sarebbero pienamente inseriti nella cultura e nel linguaggio digitali, se non fosse che le condizioni economiche di origine delle loro famiglie non permettono loro grandi possibilità pratiche. Interpretano la realtà con cui si trovano a misurarsi attraverso una competenza acquisita davanti a programmi televisivi e videogiochi e, quando devono costruire una rete di comunicazione per organizzare la resistenza contro gli extraterrestri, sono costretti a fare i conti con telefoni cellulari ai quali si sta rapidamente consumando il credito. (Ed è forse la prima volta, almeno a nostra memoria, che in un film l’utilizzo del telefonino, altrove portato all’ossessione, si misura con le pratiche ristrettezze. Esperienza che, almeno a giudicare dai ragazzini che nei fine settimana fanno la fila nelle edicole o nelle tabaccherie per spendere in ricarica telefonica la paghetta, è probabilmente più comune di quello che si pensi).

Non è certamente la prima volta che gruppi di ragazzini compaiono sullo schermo, tantomeno in storie di fantascienza o di avventura. È evidente che – direttamente per quanto riguarda il film di Abrams, prodotto da Steven Spielberg – i riferimenti sono ai “Goonies” (1985, regia di Richard Donner) da un lato e a “E.T. – L’extraterrestre” (1982) – dall’altro. (Al quale ha certamente pensato anche Cornish, visto l’ampio e decisivo utilizzo che i suoi giovani protagonisti fanno delle biciclette bmx, che forse non volano, come facevano quelle del capolavoro spielberghiano, ma certo levano d’impaccio più di una volta di fronte all’aggressività degli alieni).

Ma c’è un elemento di differenziazione dai precedenti titoli citati, che ci appare decisivo. Sia gli uni che gli altri affrontano l’esperienza del contatto con gli esseri da altri mondi attraverso la mediazione o degli apparati di riproduzione dell’immagine o della cultura imparata sui fumetti, le serie televisive e i cartoons, i videogames.

Là dove Elliot, il giovane protagonista di “E.T.”, aveva con il tenero e spaventato alieno un incontro ravvicinatissimo del terzo tipo, i ragazzini di “Super8” avvicinano progressivamente l’extraterrestre della vicenda prima assistendo a un incidente ferroviario mentre sono impegnati nelle riprese del loro piccolo film (che si vedrà per intero negli imperdibili titoli di coda), poi rivedendo sulla pellicola sviluppata le immagini che la macchina aveva continuato a catturare mentre loro cercavano di mettersi al riparo dagli effetti del disastro e solo a questo punto con un contatto diretto.

Così come la straordinaria e a tratti esilarante banda multietnica messa in campo da Cornish, che pure si trova ad affrontare una minaccia quantitativamente molto più consistente (con esseri per costruire i quali l’autore ha dichiarato di essersi ispirato ad un mix tra alcune creature realizzate da Ralph Bakshi nel 1978 per la versione a disegni animati de “Il signore degli anelli” da un lato e il suo gatto dall’altro) adotta linguaggi, posture, stili di combattimento e arguzie strategiche che derivano da ore e ore passate davanti a “Dragon Ball” e compagnia.

J.J. Abrams è nato nel 1966. Joe Cornish nel 1968. Entrambi, quindi, hanno passato l’adolescenza tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta, attraversando come milioni di coetanei quel ponte che ha portato dall’era analogica a quella digitale. Entrambi si sono nutriti di pane, burro di arachidi e cultura popolare, non certo nelle accademie. Entrambi, come si vede dai loro lavori, rivendicano la piena dignità della loro formazione, riuscendo, attraverso una apprezzabilissima capacità di reinvenzione, di rilettura, di adattamento creativo e di spirito critico, a farla diventare fonte per racconti e costruzione di personaggi del tutto credibili e convincenti.

Ancora una volta i mondi da noi conosciuti e quelli immaginari possono esser salvati da ragazzini (e ragazzine) né sprovveduti né pavidi. Sufficientemente incoscienti da andare contro un’orda di mastini dagli occhi verdi armati di pistole ad acqua. Sufficientemente abili e competenti da fare delle loro imprese un entusiasmante azzardo con buone probabilità di esito positivo.

Carlo Ridolfi

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