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L’Arcivernice: pensieri inattuali sulla modernità – II Stagione Di nuovo Giulia; e un computer…

Pubblicato il: 23/03/2015 19:33:01 -


“Giulia, funziona di nuovo. Era finita, sì, ma, come l'Araba Fenice, si rigenera dalle sue ceneri”.
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Ramon era in uno stato euforico. Da un lato lo shock dell’incontro con nientemeno che con Giulio Cesare. Ma, dall’altro, l’esaltazione immensa di avere ancora una volta a disposizione la mitica arcivernice. Aveva urgente bisogno di urlare, di comunicare, di dirlo a qualcuno, di condividere quella sconvolgente scoperta. Ma a chi dirlo, e poi, chi ci avrebbe mai creduto? Quel segreto era condiviso con una sola persona al mondo. E contro questa ovvia constatazione nulla potevano i meccanismi di difesa, la negazione, la rimozione. Giulia. Lo strano addio. L’imperativo categorico. Ma, soprattutto, Giulia, al diavolo Kant. Ma che dirle, come riannodare… Avvertiva uno strano languore nello spirito, un bisogno non fisico, ma nient’affatto per questo più dominabile, anzi, di una cogenza assoluta. Giulia, Giulia, dove la trovo adesso, come la prende? Chissà che non sia tutto come sempre… Il cellulare, la risposta che si fa attendere, come sempre.

“Giulia, Giulia, devi correre qui, subito!”.
“Ramon… Ma cosa dici?
Vuoi che venga a Siviglia?”.
“Ma no, qui, qui a Bologna, al solito posto”.
Una lunga pausa poi: “A fare cosa?”.
“Giulia, vieni, ti aspetto!”.

Ramon camminava avanti e indietro per la stanza, come un leone in gabbia. Dalla finestra, alta, neanche salendo sul gradino si poteva vedere chi arrivava. Solo le cime ondeggianti degli alberi, come al solito, come sempre. E intanto il cuore batteva.
Finalmente il trillo smorzato, asmatico, del campanello, ancora funzionante, ancorché malamente. La porta spalancata, lei, più bella del solito, elegante e felina come sempre. Ramon decise di posporre ogni chiarimento, e di puntare tutto sull’effetto arcivernice.

“Giulia, funziona di nuovo. Era finita, sì, ma, come l’Araba Fenice, si rigenera dalle sue ceneri”.
“L’arcivernice? Possibile? Non è un tuo trucchetto per mascherare il tuo invito?”.
Ramon afferrò il barattolo.
“Chi vuoi, Giulia? Alle prove, empiriche, come tu sempre teorizzi”.

Giulia aggrottò la fronte, in parte nascosta dalla frangia dei capelli. Aveva con sé un quotidiano, e cominciò a sfogliare. Nelle pagine interne trovò quanto cercava; e porse la pagina a Ramon. Questi, senza esitare, intinse e spennellò l’immagine.
Gli ampi occhiali, persino troppo grandi per il pur ampio viso, i capelli bianchi, ancora folti, pettinati all’indietro, ecco come prese forma concreta Konrad Zuse, l’inventore del moderno computer.
Ramon confessava a se stesso la propria ignoranza, ma chi era costui? mentre Giulia era in una posizione di vantaggio, aveva sotto gli occhi l’articolo del giornale, sufficientemente esplicativo. Ramon si sentiva comunque in dovere di parlare, poiché l’inaspettato ospite doveva comunque essere un personaggio illustre…

“Maestro, perdona la mia ignoranza, ma… chi sei?”.
Zuse non ebbe un attimo di esitazione: “Un pittore, Ramon.
Un pittore mediocre, ma appassionato”. “E cosa hai dipinto?”.

“Un computer, Ramon. Non ti vergognare, non molti lo sanno. Una macchina universale nel senso di Turing. L’avevo chiamata V1, ma, a causa della disgraziata omonimia con lo strumento hitleriano, dovetti ripiegare su Z1. Memoria meccanica, fatta di piastrine azionate da un motore elettrico, e istruzioni e output su nastro perforato. Poi passai ai relais, e arrivai fino allo Z3. Ma tutto questo non ha molta importanza: al di là della tecnologia, io sono il vero inventore del primo computer, parecchi anni prima di Turing e di Aiken”.
“Ho capito, maestro… Ma cosa differenzia una calcolatrice, come la pascalina o la macchina di Leibniz, dal moderno computer, come lo intendiamo oggi?”.
“Vedi Ramon, il vero genio che sta alla base della differenza di cui mi hai domandato fu Babbage, quasi un secolo prima di me. Una macchina calcolatrice, notò Babbage, impiegava molto più tempo a ricevere l’input, che ad eseguire la computazione. Da qui la prima grande intuizione: la macchina doveva contenere in se stessa le regole del proprio funzionamento, anziché aspettarle dall’uomo. Leibniz aveva già intuito, nelle Generales Inquisitiones, il concetto di ‘algoritmo’; ma fu con Babbage, e con Ada Lovelace, la moglie di Byron, che nacque quello di ‘programma’. Babbage ebbe una sorte simile alla mia: la tecnologia dell’epoca non era ancora adeguata alle sue idee. Il salto successivo lo feci io, non tanto nella realizzazione pratica, ma nell’intuizione che la memoria poteva contenere qualsiasi cosa, la semantica essendo riservata alla mente umana. Così sui miei nastri di celluloide stavano tanto le istruzioni quanto l’output. Io avevo inventato il ‘linguaggio di programmazione’. Tutto ciò fu eretto a sistema da Von Newmann, che, nel celebre corso del 1946, a Filadelfia, teorizzò esplicitamente un fatto che oggi ci sembra banale: il ‘programma’ deve stare in ‘memoria’ assieme ai dati; ecco il celebrato battesimo della moderna Computer Science, al di là delle realizzazioni pratiche che cominciavano a comparire, strettamente legate, dato il periodo, a vicende ed applicazioni belliche, come il calcolo balistico, o la decrittazione dei codici”.

Quel nugulo di informazioni piovve addosso a Ramon, e lo fece sentire ignorante. Non seppe fare di meglio che reagire fuor di tema:
“Maestro, ma perché allora ti sei definito ‘pittore’? Che c’entra la pittura con la tecnologia, con l’ingegneria informatica?”.
“Ragazzo, è la stessa cosa. Il punto è sempre la rappresentazione della conoscenza. La puoi fare con relais e numeri binari, o con la sapienza di un pennello. In noi non entra il mondo esterno, ma una qualche rappresentazione, cioè una costruzione intellettuale. Negli occhi non entrano le cose…”.
Qui Ramon si sentì più a casa sua; era filosofia, il più tipo dei problemi gnoseologici. Così azzardò:
“Maestro, ma, al di là della pari dignità, in che cosa consiste lo stacco tra i due approcci, quello dei bit e quello del genio pittorico, quello della mathesis universalis di Leibniz e quello della potenza di Michelangelo?”. Purtroppo la risposta non l’ebbe mai…

Le puntate precedenti:
– L’Arcivernice: pensieri inattuali sulla modernità [I Stagione], di Giulia Jaculli e Maurizio Matteuzzi
L’Arcivernice: pensieri inattuali sulla modernità – II Stagione, di Giulia Jaculli e Maurizio Matteuzzi
L’Arcivernice: pensieri inattuali sulla modernità – II Stagione “Di nuovo a casa”, di Maurizio Matteuzzi
L’Arcivernice: pensieri inattuali sulla modernità – II Stagione. Ma possibile? , di Maurizio Matteuzzi
L’Arcivernice: pensieri inattuali sulla modernità (II Stagione). I bacilli dell’imperativo categorico, di Giulia Jaculli
L’Arcivernice: pensieri inattuali sulla modernità (II Stagione) – Ave, Caesar! di Maurizio Matteuzzi

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Immagine in testata di Picenotime

Maurizio Matteuzzi

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