L’arcivernice: Ramon, Poirot e il “modus ponens” (tredicesima puntata)

In fondo anche il divertimento è un diritto, a una certa età. Così pensava Ramon. Stava valutando se fosse il caso di usare un po’ di arcivernice per potere incontrare un personaggio che lo aveva sempre affascinato, ma certo non aveva trovato nei libri di filosofia: Hercule Poirot.

Fin da ragazzino, aveva coltivato la passione per i thriller, e Agatha Christie era da sempre il suo autore preferito. L’atmosfera di Londra dei primi del secolo scorso, le carrozze e le prime automobili, l’efficienza dei treni, gli ambienti aristocratici o altoborghesi, ovattati e formali… Gli sembrava incredibile come tutto in fondo funzionasse a dovere, anche quasi cento anni fa, e, in fondo, quasi come adesso, ma entro una scansione di ritmi meno pressanti, come se uno potesse assaporare meglio il fluire della vita e gustarne tutto l’aroma.

Tuttavia, era combattuto dai sensi di colpa. L’arcivernice non era infinita: a quale grande filosofo avrebbe dovuto rinunciare per togliersi questo sfizio? Mentre era nello stallo di questa ansiogena decisione, avvenne un fenomeno quasi inspiegabile, in un certo senso “pavloviano”: fu la sua mano a decidere per lui, e, con gesto sicuro e deciso, posò il pennello sulla copertina di “Murder on the Orient Express”.

Il gilet con l’orologio da taschino, le ghette, i curatissimi baffetti, lo sguardo penetrante… Poirot aveva progressivamente preso forma. Ma com’era possibile, come poteva prendere vita un personaggio immaginario? Ma forse se un personaggio è stato così compiutamente caratterizzato dalla mente umana… D’altra parte, pensò Ramon, era ben lungi dallo scoprire quali arcani e misteriosi poteri racchiudesse l’arcivernice. E poi un altro problema si mostrava più impellente: come si comincia una conversazione con Hercule Poirot? Ma qui l’imbarazzo di uno sconcertato Ramon venne subito meno:

“Eh bien, monsieur…”

“Ramon, s’il vous plaît.”

“C’è qualcosa che vuole chiedere a Hercule Poirot?”

“Ebbene sì, monsieur. Lei parla spesso delle sue ‘celluline grigie’. Ma quanto entra la logica, e
quanto l’intuito, nel risolvere un caso?”

“È un discorso difficile, mon ami. Sono necessarie entrambe le cose, e secondo un ben preciso schema. Il fatto è che, di fronte a un quesito complesso, la logica da sola non basta. Non perché sia insufficiente in se stessa, ma perché le condizioni d’insieme sono troppo povere per permettere il ricorso a una inferenza valida. Cercherò di spiegarmi meglio. Di solito noi abbiamo dei fatti, e abbiamo delle implicazioni. Ma queste implicazioni non si legano in modo naturale entro un ragionamento lineare. Poniamo che A sia l’enunciato ‘Il sig. Smith è l’assassino’. Poniamo anche che il sig. Smith sia stato trovato accanto al cadavere, con in mano un coltello insanguinato, e sia questo l’enunciato B. Noi allora vorremmo concludere che ‘Smith è l’assassino perché è stato trovato accanto al cadavere con un coltello insanguinato’. Ma questo è un ragionamento fallace. Noi sappiamo che vale A ? B, cioè, ‘se Smith è l’assassino allora si deve essere trovato nei pressi con un coltello insanguinato’. Ma quanto sappiamo è B, non A. Il costrutto a cui vorremmo giungere ha la forma logica: A ? B, ma B, dunque A. Ma questo è un errore logico: lo schema di inferenza valido sarebbe

A ? B
ma A
dunque B

Questo è un ragionamento valido. Anzi, il prototipo del ragionamento valido: è quello che gli Stoici chiamavano ‘primo anapodittico’, i logici medievali ‘modus ponendo ponens’, o più semplicemente ‘modus ponens’, e i logici moderni chiamano ‘rule of detachment’, o ‘regola di separazione’. Ma questo non è il caso nostro: noi sappiamo B, non A. Non è solo A che può spiegare B: poniamo che il sig. Smith stesse tagliando della carne, e avesse in mano un coltello insanguinato; sente delle grida, accorre, trova un cadavere. Ecco, non è solo A che può spiegare B, Smith è innocente.
L’indagine allora considera altri fatti. Ad esempio, sia C il fatto che Smith aveva un movente. E qui si verifica di nuovo la stessa situazione: A ? C; ma C. E di nuovo non possiamo dedurre A. Possiamo continuare finché vogliamo, aumenteremo la probabilità, ma non raggiungeremo mai la certezza.”

“Sembra che siamo in un cul de sac…”

“Mais non, mon ami. Questo è solo l’inizio dell’indagine. Allora le celluline grigie si devono porre una domanda: che cosa manca alle mie premesse perché la conclusione divenga deducibile? È questo il processo che Peirce chiama ‘abduzione’: avvengono nella teoria alcuni fatti ‘sorprendenti’, fatti inspiegabili rispetto alle premesse. E qui scatta l’intuito: che cosa manca perché diventino spiegabili i ‘surprising facts’? Avrà notato, monsieur Ramon, la grande attenzione che Hercule Poirot ripone nei minimi particolari, a cui gli altri non danno importanza. Un gesto strano, degli occhiali con una correzione sbagliata, che quindi non sono quelli di chi li porta, il fatto che un tale viene presentato come amico da un altro, eppure egli chiede una sigaretta a Poirot e non al suo supposto amico, la circostanza che qualcuno dichiara di non conoscere qualcun altro ma invece… Una stonatura, insomma: come in una sinfonia, uno strumento che non si accorda con l’orchestra. Ed è lì che l’intuito gioca il suo ruolo: qual è la premessa che manca, e che spiegherebbe tutto? Ed è questo che indirizza l’indagine.”

“Detto così sembra semplice…”

Poirot guardava fuori dalla finestra, le cime degli alberi ancora brulli, e con la mano destra si toccava i baffetti. Poi si voltò verso Ramon, con gli occhi scuri e penetranti, e quel suo tipico sorriso affettato, appena abbozzato.

“Se fosse semplice il mondo sarebbe pieno di Hercule Poirot. Mentre lei dovrebbe sapere, mon ami, che… il n’y a qu’une seul Hercule Poirot…”

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Note bio:
Maurizio Matteuzzi, insegna Filosofia del linguaggio, Teoria e sistemi dell’Intelligenza Artificiale e Filosofia della Scienza presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bologna. Studioso poliedrico, ha rivolto la propria attenzione alla corrente logicista rappresentata da Leibniz e dagli esponenti della tradizione leibniziana, maturando un profondo interesse per gli autori della scuola di logica polacca (in particolare Lukasiewicz, Lesniewski e Tarski). Lo studio delle categorie semantiche e delle grammatiche categoriali rappresenta uno dei temi centrali della sua attività di ricerca. Tra le sue ultime pubblicazioni: L’occhio della mosca e il ponte di Brooklyn – Quali regole per gli oggetti del second’ordine? (in «La regola linguistica», Palermo, 2000), Why Artificial Intelligence is not a science (in Stefano Franchi and Güven Güzeldere, eds., Mechanical Bodies, Computational Minds. Artificial Intelligence from Automata to Cyborgs, M.I.T. Press, 2005). Ha svolto il ruolo di coordinatore di numerosi programmi di ricerca di importanza nazionale con le Università di Pisa, Salerno e Palermo. Fra il 1983 e il 1985 ha collaborato con la IBM e, a partire dal 1997, ha diretto diversi progetti di ricerca per conto della società FST (Fabbrica Servizi Telematici, un polo di ricerca avanzata controllato da BNL e Gruppo Moratti) riguardo alle tecniche di sicurezza in informatica, alla firma digitale e alla tecniche di crittografia.

Maurizio Matteuzzi