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Maturità, t’avessi preso prima?  Criticità e punti di forza del nuovo Esame di Stato

Pubblicato il: 14/07/2021 02:15:59 -


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Serve ancora l’Esame di Stato? Ha avuto senso sottoporre gli studenti a questa consueta prova conclusiva anche al termine di quest’anno scolastico 2020-2021, il secondo dell’era Covid?

Ho appena terminato la mia esperienza di commissario interno di italiano nella commissione in cui ho esaminato con i miei colleghi i 25 studenti della classe quinta del Liceo matematico, sezione sperimentale all’interno di un liceo scientifico di Roma. Durante l’esame mi hanno colpito la serietà e l’emozione degli studenti che, dietro al vetro in plexiglass, seduti sulla loro sedia da maturandi, apparivano tutti più o meno emozionati e sicuramente consapevoli dell’importanza di quello che stavano facendo. Tutto questo a conferma della posizione di chi difende questo rito di iniziazione che ancora merita di sopravvivere per permettere a tutte le studentesse e agli studenti d’Italia un passaggio solenne, ufficiale e consapevole dalla Scuola all’Università o al mondo del lavoro.                                                  

Mentre ero seduta con i miei colleghi al di qua del vetro, però, mi sono chiesta più volte cosa di diverso, che io già non conoscessi, i miei studenti mi stessero mostrando di sé e cosa potessi fare per interpretare il mio ruolo di commissario d’esame in aggiunta e a completamento del mio ruolo di docente, visto che per cinque anni sono stata la loro insegnante. Mi sono chiesta se fosse questo l’esame più adatto alla situazione straordinaria creata anche quest’anno dalla pandemia. Non è stato facile rispondere a queste domande, soprattutto se penso alla grande sfida che tutti i governi da anni a questa parte provano ad affrontare e che la situazione emergenziale ha messo sotto i riflettori: la necessità e l’urgenza di rafforzare il sistema scolastico inteso come strumento insostituibile per garantire, in termini di opportunità, l’uguaglianza dei cittadini sancita dall’Articolo 3 della Costituzione e di restituire alla scuola il suo carattere formativo, così da consentire alle nuove generazioni opportunità di formazione insostituibili per permettere alla nostra economia di essere competitiva.  

Conoscenze e competenze devono andare di pari passo, è evidente e, sulla carta, nelle intenzioni del legislatore, anche l’Esame di Stato degli ultimi due anni voleva avere questo significato. Eppure non sono convinta che un esame così funzioni. Non sono convinta che la generazione dei maturandi nell’era del Covid porterà a lungo impresso nella memoria un esame che è stato tale più su un piano formale che sostanziale, dal momento che la valutazione è affidata al consiglio di classe che a giugno ha già espresso il proprio giudizio nello scrutinio finale. Perché mai io stessa avrei dovuto cambiare il giudizio espresso dopo un anno di didattica in presenza o a distanza? Evidentemente il Presidente di commissione non può da solo avere il peso specifico garantito dalla presenza dei commissari esterni, né il suo giudizio può essere dirimente a fronte del giudizio unanime dei commissari interni che, lo ripeto, si sono già espressi nei voti dello scrutinio finale. 

Riflettere sul valore della prova scritta

Come non cogliere il limite intrinseco a questi esami: eliminare le prove scritte che di per sé sono un banco di prova insostituibile per valutare le competenze trasversali che sempre di più sono apprezzate nel mondo del lavoro. Valga come esempio per tutti la capacità di interpretare in modo originale i quesiti posti dalle tracce nelle varie tipologie della prima prova negli scorsi anni: il candidato nello svolgere questa prova doveva dimostrare conoscenze, abilità e soprattutto competenze, una fra tutte  il  problem solving, interpretando in modo originale lo stimolo della traccia, dimostrando  una solida acquisizione dei contenuti opportunamente rielaborati,  tanto da arricchire in modo significativo le argomentazioni necessarie per sviluppare la tesi e, soprattutto, dimostrando di saper usare la lingua italiana scritta, abilità che è sempre più difficile far acquisire a livelli soddisfacenti. Nell’esame di quest’anno è venuto a mancare il banco di prova delle prove scritte che rimangono uno strumento insostituibile per valutare certe competenze e per dare un peso specifico alla loro acquisizione.                          

Tolti i commissari esterni, tolte le prove scritte, questo tipo di esame rischia di apparire una prova consolatoria, una sorta di rito che mantiene apparentemente integro il mandato di stampo gentiliano, l’Esame di Stato come espressione massima della visione meritocratica della scuola, ma nella sostanza rimane una prova non completa. Il fatto che ci sia stato in tutta Italia un numero così alto di 100 come esito finale, conferma questa perplessità. 

La scuola si è sentita in colpa per aver spesso trasformato la DAD in un prolungamento della lezione frontale e ha preferito mascherare le conseguenze della pandemia sulla crescita culturale ed emotiva dei ragazzi, mantenendo un esame che, se fatto così, non ha senso di esistere. 

Oltre le critiche, qualche punto di forza

Evidenziate queste criticità, è altrettanto giusto riconoscere al legislatore alcuni punti di forza dell’Esame di Stato di quest’anno: lo spazio dato all’Educazione civica, il colloquio interdisciplinare intorno ad alcuni nodi concettuali e la valorizzazione del PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento)

Ma tali punti di forza hanno anche messo in evidenza alcuni limiti presenti nella programmazione dei consigli di classe. Per valorizzare l’Educazione civica, diventata per legge una nuova materia curricolare, non basta l’acquisizione di contenuti basilari. In sede d’esame il candidato dovrebbe dimostrare di avere uno sguardo sul proprio quartiere, sulla propria città, sul proprio Paese, sulla realtà più ampia dell’Europa e del mondo: questo è il vero obiettivo che un percorso d’esame dovrebbe mettere in luce. La scuola pubblica forma innanzitutto dei cittadini consapevoli e l’Educazione civica dovrebbe essere la cartina al tornasole di questo orientamento ideale e non una nuova materia da studiare per allargare le conoscenze di diritto dello studente. Intendo dire che se il colloquio orale dell’esame di Stato ha messo in luce le potenzialità del percorso scolastico, lo ha fatto nella misura in cui nella presentazione dell’elaborato della materia di indirizzo e nel percorso interdisciplinare, così come nella valutazione dei percorsi di PCTO, ogni ragazzo ha  avuto l’opportunità di dimostrare in primis le proprie competenze di cittadinanza ancorate a una solida conoscenza delle norme, potenziata da una capacità di interrogarsi su se stesso e sulla realtà in cui  vive, attualizzando i contenuti curricolari studiati. Tale consapevolezza critica risulta più che mai fondamentale per acquisire la resilienza necessaria in questo scenario ai tratti distopici in cui siamo costretti a vivere.

Le parole di Federico

Mi piace concludere questa riflessione lasciando la parola a Federico che si è maturato quest’anno: «perché d’altronde la scuola – queste le sue parole – cosa è, se non un insieme di esseri umani che zoppicando mano nella mano imparano a camminare insieme? […] la scuola non insegna solo Leopardi, Montale, Joyce ed Hegel […] ma insegna a vivere, insegna ad avere rapporti con coetanei e adulti, insegna a portare rispetto, a riconoscere i propri errori, a saper fare un passo indietro quando occorre, a dare il massimo per riscattarsi. Ed io sono convinto che se oggi uscirò da questa scuola con questi valori, con la voglia di seguire le mie idee e di migliorare nel mio piccolo, questo mondo in cui viviamo, è anche grazie a lei». 

Se anni di lavoro sono serviti a sentirmi dire questo grazie, mi piace pensare al grazie che tutti noi come comunità civile dobbiamo alla scuola come istituzione che continua a essere uno degli indicatori fondamentali dello stato di salute del nostro Paese. Dobbiamo continuare a sforzarci di mettere al primo posto l’efficacia del sistema scolastico, la sua forza rigenerativa per consentire a generazioni di giovani di arrivare motivati e preparati alla vita che li aspetta fuori dalle aule.

Marina Monaco Docente nella scuola secondaria superiore

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