Home » Professione docente » Diario semiserio di un prof di liceo ai tempi del COVID

Diario semiserio di un prof di liceo ai tempi del COVID

Pubblicato il: 24/02/2021 01:23:17 -


Print Friendly, PDF & Email
image_pdfimage_print

Mi trovo a scrivere in una condizione particolare: per 15 anni mi sono occupato di didattica a distanza in centri di ricerca universitari, fino al 2015 quando sono diventato professore di matematica al liceo. All’inizio ero piuttosto disorientato, anche un po’ timoroso per avere a che fare con adolescenti. Assunsi subito l’incarico di ‘Animatore digitale’, per mettere a disposizione della scuola le mie competenze pregresse (e anche perché nessun altro docente voleva ricoprire quel ruolo di nuova istituzione). Da subito mi trovai a dover affrontare da un lato la didattica in presenza con gli alunni, dall’altro l’introduzione delle nuove tecnologie a scuola secondo il Piano Nazionale per la Scuola Digitale.

Sulla didattica in presenza dovetti rivedere molte delle mie opinioni. Ero stato fino ad allora abituato a tenere corsi universitari, che privilegiavano i contenuti disciplinari e da principio credetti di dover trasferire lo stesso metodo nelle lezioni a scuola. A scuola invece scoprii con sempre maggiore evidenza che quel che conta è in primis il rapporto con gli alunni. La materia insegnata viene quasi in secondo piano, o per meglio dire: senza stabilire una relazione significativa con la classe, non c’è preparazione sui contenuti che tenga. 

Le ragazze e i ragazzi chiedono innanzitutto di entrare in rapporto col docente. Solo allora si può iniziare a parlare di argomenti di studio. Con la matematica poi – e in licei non scientifici come quelli dove mi trovavo a insegnare – questo discorso vale ancor di più. Mi sono detto: se questo serve, su questo misurerò le mie capacità. Entrare in sintonia con gruppi di adolescenti non è stato subito semplice. Ho rischiato un processo di infantilizzazione, mentre quello di cui i ragazzi e le ragazze hanno bisogno è una persona adulta, che li comprenda, che sappia intercettarne i gusti e le passioni anche, ma che resti un adulto. Ed è stato bellissimo, continua a essere bellissimo, un’esperienza alla quale mai e poi mai rinuncerei. Andare in classe mi dà energia, vitalità, risolleva anche le giornate negative. 

Parallelamente facevo l’animatore digitale. Giungendo da ambienti universitari fortemente innovativi, la situazione scolastica mi sembrava disastrosa e mentre cercavo di barcamenarmi nel dramma delle tecnologie applicate alla scuola, dovevo anche frequentare i corsi di aggiornamento previsti dal Piano Nazionale per la Scuola Digitale, con i soliti percorsi di project management che io stesso avevo propinato per anni nei corsi di formazione. Se già erano stati abbastanza peregrini quelli tenuti da me come docente (il project management è il prezzemolo messo in ogni percorso formativo), questi che dovevo frequentare come discente erano addirittura assurdi: mi sembrava che si progettasse il disfacimento della scuola nella forma dell’autorganizzazione smart dei docenti, in assenza di risorse, tempi e strumenti.

Giorno dopo giorno mi rendevo sempre più conto che l’introduzione delle tecnologie a scuola correva il rischio non già di innovare l’istituzione scolastica, bensì, al contrario, di promuoverne il processo di smantellamento, con la creazione di figure docenti come cliccatori di pulsanti e tastiere, compilatori di schemi e tabelle. Da persona generalmente entusiasta nei confronti della tecnologia, le politiche di innovazione scolastiche sono riuscite a far crescere in me uno spirito luddista e unabomberiano. Difficile riconoscerlo dall’esterno, io stesso non ci avrei creduto prima di metterci piede, ma a scuola la tecnologia è come una clava spesso brandita contro i docenti, lo strumento principe della burocratizzazione che soffoca e che non promuove le sue pur tante e innegabili possibili applicazioni positive. Per riconquistare un buon rapporto con la tecnologia in ambito scolastico mi ci è voluto del tempo e la ferrea determinazione di farne un uso esterno ai percorsi istituzionalizzati (LIM, registri elettronici, prove INVALSI al computer, i mille questionari online). Viva le tanto vituperate chat con gli studenti e i programmi proibiti per risolvere le espressioni matematiche!

Poi nel 2020 è arrivato il COVID e inaspettatamente i due mondi che per me sembravano rappresentare le polarità opposte di una vita, il prima e il dopo di un percorso professionale, si sono uniti. Avrei di nuovo avuto a che fare con la didattica a distanza. 

La mia esperienza in questa situazione eccezionale è interamente raccontata nel seguente pdf ottenibile con un click

Alfredo Imbellone Docente di Matematica presso IIS Giosuè Carducci – Roma

13 recommended

Rispondi

0 notes
226 views
bookmark icon

Rispondi