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Un sistema pubblico di istruzione in Italia, a partire dalla Costituzione. Pt. 3 – La re-interpretazione dell’articolo 34.

Pubblicato il: 02/05/2018 15:31:50 -


Vittoria Gallina intervista Luigi Berlinguer sul contesto e le ragioni che hanno portato alla L.62
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Luigi Berlinguer ricostruisce per Education2.0 il contesto e le ragioni ideali e politiche che hanno portato alla legge 62 in un’intervista di cui oggi pubblichiamo l’ultima parte.

La redazione

 

Veniamo all’ultima questione: cosa ti proponevi promuovendo questa legge?

Un governo di centro-sinistra, che si realizzava nel nostro paese con una formula di coalizione nuova, in un momento particolare della nostra storia non può non affrontare la politica educativa che con una idea di cambiamento, come del resto anche la politica economica o la politica della Salute o la politica tout court. Lo dico tra parentesi, ma io stesso mi sono chiesto allora: che cosa ci faccio io qui, a che serve che io diventi ministro, dato che sicuramente ci si aspetta che questa novità sia portatrice di cambiamento: di un must che fa parte della nostra concezione del mondo. Io non vado al governo, come del resto molti altri con me, solo per salire al potere o conquistare particolari posizioni. Assolutamente. Vorrei invece dare un significato al fatto che un ex-comunista, entra a far parte di una compagine di governo, di un GOVERNO, che è stato nel passato un avversario, un nemico di tutta la politica di opposizione, portata avanti dal “mondo del lavoro” di allora. Se tu in questa fase governi, gestisci, si deve dare un senso a tutto ciò, che non può che essere quello di assumere con decisione la direzione del cambiamento. Solo così si può dare un senso al nostro agire.

Il primo aggancio è quello della equità sociale. Il secondo, quello che è contenuto nel testo costituzionale, e cioè il contesto giuridico che impone la tutela dei diritti umani, di tutti i diritti. Si tratta di partire, in merito alla educazione, con una domanda: “è giusto immaginare che possano esistere due tipi di ragazzi, di bambini, e cioè quelli che possono studiare e quelli che non possono farlo?” Certo che no. Ma è proprio questa la visione che va combattuta: chi di noi arriva al governo deve portare avanti questa idea, che tra l’altro si è oggi arricchita, perché non è solo l’idea di consentire a tutti di superare le difficoltà economiche e organizzative, che creano la discriminazione nello studio (diritto di accesso a tutti), ma di realizzare la scuola per tutti, per TUTTI. Sono due cose diverse, perché non si tratta di limitarsi a combattere la discriminazione, al negativo, ma di volgere l’azione in positivo. Tutti devono essere acculturati, e quindi occorre fare una “scuola per tutti”, il che comporta cambiare la scuola.

Non è più la scuola che ho frequentato io, particolarmente la secondaria superiore, cui solo una parte di ragazzi allora poteva oggettivamente accedere. Ed è per questo, per questa novità sociale e politica, che posso dire che l’articolo 34 della Costituzione, scritto allora, in un’altra stagione, ora è sbagliato. Proprio così, ora risulta sbagliato: dopo settant’anni ci si può rendere conto che, anche nella Costituzione, c’è ormai qualcosa di sbagliato. Non basta più dire che “i capaci e meritevoli” hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi; ma tutti, senza discriminazione, devono essere messi nelle condizioni di arrivarvi. Primo, perché è giusto che sia così per il principio di equità e di eguaglianza, assumendo il punto di vista del diritto del singolo cittadino. Secondo perché è la società che ha bisogno di questo, cioè di una scuola di tutti e per tutti. Invece tra coloro che hanno scritto la Costituzione del ‘48 erano presenti due punti caratterizzanti: intanto un sentimento tangibilmente antifemminista (anche perché erano pochissime le donne in Costituente, mentre gli uomini erano centinaia, e si trattava della prima volta che le donne accedevano al voto). Prova ne sia che l’articolo 51 sulla parità uomini e donne come è stato scritto dai Costituenti, ci si è poi sentiti in dovere di cambiarlo, e lo si è modificato nel 2003).

Il secondo punto era la scarsa convinzione di allora che fosse possibile e persino ragionevole la scolarizzazione di tutti. Si percepiva senz’altro l’equità di una politica educativa socialmente sensibile verso i più, ma l’educazione e l’istruzione per tutti è un’altra cosa. Ho timore che si considerasse allora quasi scontata, e forse di buon senso, l’esistenza biologica degli “asini”, tra virgolette, e quindi la definizione biologica che conclude “chi non ce la fa”, è inutile insistere a farlo studiare, vada a lavorare. È quel che traspira nella scrittura dell’art.34: una visione nettamente conservatrice, oggi decisamente non più accettabile, anche biologicamente, non soltanto educativamente. Non intendo così sminuire il merito dei Costituenti, che hanno dato un testo storico per la nostra convivenza sociale. Ma in questo caso quell’impostazione va corretta. Credere nella scuola di tutti e per tutti è un’idea rivoluzionaria, condivisa almeno da una parte dell’opinione pubblica, ma questo comporta che bisogna moltiplicare le occasioni di offerta di istruzione e non ridurla. È una delle ragioni, tra l’altro, per cui si deve aprire anche al concorso finanziario del “privato”, naturalmente disciplinato col rigore necessario; ma aprire, perché tutti siamo consapevoli delle enormi difficoltà finanziarie dello Stato, e si trovino soluzioni differenziate che favoriscano il moltiplicarsi di investimenti e di apporti a tutto il settore dell’istruzione, disciplinando il tutto rigorosamente. Rientra in quest’ottica l’idea di una dialettica all’interno dell’educazione: creare la condizione politica, da parte del centro sinistra, di introdurre novità visibili, peraltro previste in Costituzione.

Certamente va ricordato che, in quella maggioranza erano presenti anche gli ex democristiani, che sentivano di dover rappresentare più o meno la cattolicità in Italia, pur avendo ottenuto il brillante risultato, in decenni di governo, di non approvare alcuna legge in materia, con l’esito di non aver, fino ad allora, dato una disciplina alla scuola non statale. Credo che l’errore sia stato quello di percepire il ruolo di quell’indirizzo scolastico in un’eccessiva dialettica rispetto alla scuola statale ed avendo di fatto, in qualche modo, un monopolio del campo privato. Il mio approccio fu differente. Fu quello di puntare per arrivare al risultato di un equilibrio fra le esigenze di una società, che volesse esprimere supporto all’istruzione attraverso lo Stato, ma anche al di fuori della gestione unicamente statale, mantenendo fermo il COMUNE OBIETTIVO dell’educazione per tutti. Sostenere ed espandere l’istruzione, mobilitando tutti. Un’emergenza nazionale interpretata da tutte le forze. E per di più fedele alla Costituzione, che ci prescrive di disciplinare con legge il problema e di rispettare i diritti di pluralismo. Io dissi questo risolutamente anche alla parte ex democristiana della maggioranza. Si capì che ero risoluto e non disposto ancora una volta alla inconcludenza. Richiamai i commi 2 e 3 dell’art. 33 della Costituzione e poi, in una visione moderna del 34, decisi di intervenire a favore del diritto allo studio per tutti. Non utilizzammo questa norma per fare una legge per finanziare la scuola cattolica, perché altrimenti senza questo stratagemma, il conflitto permanente fra i due campi sarebbe aumentato, mettendo a rischio persino l’ alleanza di centro-sinistra. Quanti governi sono caduti su questo tema! Il risultato fu quello di fare una legge sul tema, cosa che non era mai successa prima, ed anche di non far traballare minimamente il governo. All’inizio relatore era stato Giovanni Demurtas, persona straordinaria, indimenticabile, giovane deputato sardo di Rifondazione comunista, poi morto prematuramente in un incidente stradale; Bertinotti chiese successivamente di non giocare un ruolo così di punta, nella presentazione di questa legge, ma di smussare la posizione, ed io acconsentii subito e cambiai il relatore. Così siamo arrivati ad una legge. Resta certo aperta la questione del sostegno economico diretto; la legge, così come è costruita, ha due obiettivi chiari, che io voglio ribadire: primo – il sistema nazionale di istruzione diviene unico, a prescindere dalle fonti di gestione, tutto pubblico perché pubblica è la funzione educativa, dovunque si realizzi; secondo, massima attenzione al diritto allo studio (per garantire l’accesso agli studi e quindi il diritto di scegliere a tutto campo anche a chi è in condizioni economiche di difficoltà) piuttosto che intervenire sul finanziamento di una o un’altra tipologia di scuola.

Mi avevi chiesto altre cose?

Mi pare che hai risposto a tutte le mie sollecitazioni. Quando ti ho chiesto cosa ti aspettavi in quella situazione data e se volevi stabilire una sorta di concorrenza tra opzioni educative diverse hai dato un chiarimento molto importante, perché hai puntualizzato che hai operato, dentro l’affermazione di un unico sistema pubblico, uno spostamento dell’attenzione dal finanziamento all’ente gestore non statale alla tutela del diritto di tutti i bambini e ragazzi studenti. Forse ti chiedo ancora di dire in una parola su che cosa non è andato nel verso giusto.

Forse le carenze riguardano piuttosto il ruolo di controllo da parte dello Stato sui riconoscimenti delle scuole paritarie, c’è stato un momento in cui questo controllo è stato debole, ma questo non dipende dalla legge, ma dalla sua applicazione !

Vittoria Gallina

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