Un dibattito lacerante – di Vittoria Gallina

Cosa osservano e cosa denunciano tutti coloro, che con maggiore o minore violenza si “strappano i capelli” sul declino della scuola?  Cosa ci dicono coloro che riflettono e descrivono il loro lavoro dentro la scuola, cercando di non fare e  di non farsi male in una professione  sempre più complicata? Cosa ci prospettano gli studi di coloro che la osservano entro i processi  di trasformazione della società italiana?

L’Almanacco della scuola 5/2019, fascicolo tematico di Micromega, si apre con una significativa citazione di P.Calamandrei  “se si vuole che la democrazia si faccia e poi si mantenga e si perfezioni, si può dire che la scuola a lungo andare è più importante del Parlamento e della Magistratura e della Corte costituzionale”.

Il fascicolo è ricco di contributi di esponenti significativi di una cultura, che si sforza di dare un contributo perché “la scuola non muoia”.

Se la scuola muore è il primo dei saggi.  Una lettura interessante, che nello stesso tempo però rischia di essere fuorviante, perché fa toccare con mano  la misura di una sorta di disorientamento, che vede convivere generose proposte di lavoro e nostalgiche, francamente poco giustificate, nostalgie per una buona scuola del passato, ma quale passato?

Le validissime esperienze presentate da alcuni docenti evidenziano bene come, mancando riferimenti culturali politicamente forti, il gioco pedagogico anche se generoso, intelligente e scientificamente attrezzato, rischia di schiacciare, in una sorta di disequilibrio, il rapporto delicatissimo su cui si regge  la relazione educativa; questa infatti non riesce a sopportare il peso di soggettività demiurgiche dei docenti, che diventano sovrabbondanti di fronte a rappresentazioni astratte, spesso evanescenti, di  inconsistenti  figure di allievi, oggetti, più che protagonisti, né vale a riequilibrare il tutto l’inserimento di tue testi tratti da giornali studenteschi, che, e non è un caso,  sono alunni di due prestigiosi licei classici della capitale.

L’escamotage dei dialoghi condotti come interviste tra personalità di rilievo, voci molto ascoltate nella pubblicistica quotidiana, rappresenta molto bene posizioni critiche ormai consolidate, ma non offre spunti a chi si interroga sui compiti della istruzione per tutti e tutte in una scuola che   sia occasione di crescita autonoma e responsabile. Del resto sui compiti della scuola  per tutti,  lo stesso   testo costituzionale, al di là delle enunciazione di principio, non appare, e data la cultura dell’epoca non poteva essere altrimenti, convincente  (i capaci e meritevoli, nel testo costituzionale riprendono la formula usata da  Concetto Marchesi nel corso della polemica, ospitata dal numero 2 del Politecnico, in cui Vittorini proponeva prospettive già allora più lungimiranti).

L’analisi dei problemi legati alla  valutazione di sistema, appare  intervento chiaro e opportuno, se si tiene conto delle  rituali vituperie  agite contro i test Invalsi.

Il contributo più utile è sicuramente  quello di  Barone e  Schizzerotto. Il saggio   A che serve studiare? riporta con lucidità le molte questioni sollevate dal problema di fondo: il processo di scolarizzazione di massa è avvenuto in ritardo rispetto agli altri paesi, le opportunità di istruzione rispecchiano le diseguaglianze sociali e, nello stesso tempo, generazioni  giovani e più istruite non riescono a conseguire miglioramenti di status per motivi vari, dalla preparazione lacunosa nella formazione iniziale, all’assenza di posizioni lavorative adeguate, di qui l’emigrazione  di chi si sottrae  a condizioni di lavoro che non premiano le competenze possedute e, dall’altro lato, il fenomeno dei NEET. I due autori del saggio danno, sommessamente, quattro indicazioni di possibili rimedi:

  1. la riforma del sistema formativo è importante, ma di per sé non sufficiente se non si amplia la richiesta di lavoro qualificato (problema ignorato dall’agenda politica );
  2. va dato spazio nel livello secondario e terziario di istruzione a una qualificata formazione professionalizzante (post diplomi non accademici, Its ecc.);
  3. attenzione allo sviluppo di competenze nella prima infanzia attraverso misure compensative in senso socio-economico e culturale a partire dagli asili nido (la copertura del 94% dell’utenza tra 3 -5 anni salutata come fatto positivo dall’OCSE,  deve essere punto di partenza, non di arrivo!!)
  4. devono essere sostenute economicamente le spese legate a percorsi terziari ,onde evitare che gli accessi all’università riguardino chi vive in famiglie dove già esistono elevati titoli di studio (si fa riferimento a esperienze tese a coinvolgere non solo i giovani, ma anche le famiglie, portate a valutare l’importanza di investimenti a lungo termine per la valorizzazione culturale e formativa dei figli).

La conclusione non può che essere la stessa del primo contributo di riflessione, pubblicato la settimana scorsa  ma proprio per questo motivo chi ha responsabilità specifiche nel settore dovrebbe uscire dalla  genericità di “promesse” che non si possono non condividere a passare alla presentazione di proposte concrete su cui aprire confronti di merito.

Vittoria Gallina