
È passata eccessivamente sotto silenzio l’indagine sulle “ragioni del ritardo scolastico degli studenti di scuola media” condotta dalla Fondazione Agnelli e dal Dipartimento di Sanità Pubblica e Microbiologia dell’Università di Torino. I dati trattati sono stati desunti dall’indagine HBSC, un progetto che, sotto il patrocinio dell’OMS, ha coinvolto 43 Paesi. Per l’Italia i dati implementati riguardano il 2001-2, il 2005-6, il 2009-10 con un campione di 44.490 studenti di classe prima e terza media.
I risultati mettono in evidenza che uno studente con percorso irregolare è in media: maschio, con un background socioeconomico e culturale svantaggiato e spesso straniero. In particolare il capitale culturale familiare gioca un ruolo fondamentale: “chi ha genitori con al massimo la licenza media ha possibilità tripla di essere in ritardo in prima e quadrupla in terza media”.
Drammatica la condizione dei ragazzi “stranieri”; persino i ragazzi di seconda generazione (nati cioè in Italia) hanno 3,5 volte in più la possibilità di perdere uno o più anni. I ragazzi di prima generazione hanno in media 18 probabilità in più di essere in ritardo in prima e 19 in terza media.
Pertanto l’integrazione assicura l’accesso ma non è in grado di assicurare il successo formativo di questi ragazzi. E le dinamiche del fallimento sono tutte nell’organizzazione didattica che non riesce a trovare i percorsi flessibili per raggiungere esiti postivi, malgrado il fatto che i ragazzi stranieri siano molto più motivati dei compagni italiani alla frequenza scolastica e alle attese per il futuro.
L’indagine chiarisce inoltre alcuni fattori di rischio che lasciano riflettere: chi consuma alcool almeno una volta al mese ha una probabilità del 50% in più di accumulare ritardi; la probabilità è di 4 volte superiore per chi fuma regolarmente; un fattore di rischio sembra anche il tempo speso ai videogame. Si tratta, come si vede, di fenomeni legati agli stili di vita dei giovani sui quali evidentemente la scuola media non riesce a incidere. Insomma i ragazzi sono cambiati sotto i nostri occhi ma noi non lo vediamo o ne scorgiamo solo alcuni effetti (alcool, fumo ecc).
Il fenomeno della selezione si presenta sostanzialmente omogeneo su tutto il territorio nazionale a conferma che la crisi è di sistema e non è legata particolarmente ai contesti territoriali. Balza invece agli occhi l’attenuazione in alcune regioni meridionali (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria) della selezione.
In sintesi, conclude la ricerca, è nella scuola media che inizia ad accentuarsi la selettività del sistema scolastico. Selettività, non dimentichiamolo, che nella ricerca è identificata con la bocciatura la cui valenza, se esiste, non è mai messa in discussione. È solo registrata. Ma la selezione, lo sappiamo benissimo, non si ferma alla bocciatura e va ben oltre per poi andare a determinare quel drammatico fenomeno della dispersione nel biennio del ciclo superiore che tocca il 25% dei nostri ragazzi. Come è solo registrato il progressivo crescere del divario tra gruppi sociali diversi.
La ricerca conclude con due note molto pesanti:
• l’attuale scuola media non adempie alla sua funzione istituzionale di garantire pari opportunità di apprendimento per tutti
• il “fallimento” investe direttamente l’organizzazione e le pratiche didattiche
Come si vede una analisi impietosa e fredda di ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi. Molto ci sarebbe da riflettere su quel “fallimento” organizzativo e didattico appena accennato che indubbiamente ha una relazione netta con i tagli operati in questi anni ma non si identifica solo con i tagli. La domanda è: può ancora funzionare con gli adolescenti di oggi questa scuola media, con le sue classi e cattedre, i suoi orari e curricolo ampio? Perché non riesce a motivare allo studio? Perché perde per strada i più deboli?
La ricerca non risponde e non poteva rispondere a queste domande; esse però interrogano tutti: insegnanti, genitori, decisori politici, sindacati, partiti e associazioni.
Prima o poi bisognerà iniziare a dare risposte concrete.
secondarietà di francodeanna, pubblicato il 16/06/2011
Gli argomenti e i dati citati da Missaglia ci propongono l'esigenza di una analisi specifica. Non è sufficiente il richiamo ad una generale e doverosa attenzione a fenomeni di discriminazione sociale e agli effetti di situazioni di disuguaglianze socio economiche sul cosidetto "successo" scolastico.
Focalizzare l'analisi sulla scuola media (la secondaria di primo grado..) significa appunto dare specificità all'analisi. I dati citati da Dario, ma anche i molti che ci vengono dalle analisi delle rilevazioni internazionali, sembrano indicare un elemento di radicale debolezza della scuola italiana nel passaggio alla "secondarietà". E in questo senso puntano il dito sul ciclo triennale della media. "Secondarietà", nello sviluppo dell'apprendimento significa tre cose.
1. Il passaggio dall'apprendimento "naturale" e dell'esperienza diretta, al misurarsi con la/le "teorie". (Che è cosa diversa, anche se confinante, con il confronto con gli "statuti" disciplinari)
2. il soggetto che si interroga sul suo stesso apprendimento e sul suo "sapere". Ma anche "l'anima che dialoga con se stessa" per dirla con Platone
3. Il passo decisivo verso il costituirsi del soggetto, della separazione io-mondo, della acquisizione dell'autonomia personale, ma anche dalle dimensione "pubblica" della "noità". L'avvio della "cittadinanza" esercitata.
Come si vede un complesso di "passaggi" che sono iscritti nella dinamica propria del soggetto e che hanno "velocità" differenziate, in relazioni a variabili che operano diversamente sia sul piano delle "discipline", dei saperi e dei loro statuti, (alcune "discipline" hanno scansioni precoci, per esempio la matematica..) sia sulle dinamiche psico-fisiche del singolo soggetto.
La scuola italiana non riesce a dare senso adeguato a tale dinamica. Ha una "economia curricolare" che la taglia operando in termini "ciecamente" ordinamentali e senza cura allo sviluppo proprio dei soggetti. Nel nostro ordinamento il passaggio alla "secondarietà" è scandito per "ordini di scuola" e per "date" ravvicinate. Il soggetto deve "adeguarsi". La "diseconomia curricolare" raggiunge l'apoteosi nel fattoche ormai l'Esame di Stato alla fine della media risulti più complesso di quello della secondaria superiore.
Non si spiegherebbero altrimenti le buone performances della scuola primaria nei confronti internazionali e il tracollo dei dati nei quindicenni.
In realtà se si analizzano i dati nel dettaglio, si scopre che già dal quarto-quinto anno dell'elementare il livello dei dati confrontati internazionalmente mostra una flessione. E mi pare che ciò convalidi lo spunto di analisi sul "passaggio alla secondarietà", e sulla capacità del nostro ordinamento di misurarsi con tale sviluppo.
Da lì parti la riflessione, ormai da più di dieci anni, sulla cosiddetta riforma dei cicli, ma anche le ipotesi di scsnsioni "interne" al "primo ciclo". Voglio solo aggiungere che tale considerazione, a partire dall'inadeguatezza dell'ordinamento, si riflette ovviamente sui modelli (e sugli immaginari..) professionali dei docenti, sulle mission dichiarate e interpetate, sulle forme organizzative e sui contenuti del curricolo, sulle tassonomia disciplinari e quelle parallele delle classi di concorso e delle "cattedre". Finanche sugli istituti del rapporto di lavoro. Una dislocazione, anzi una faglia, rispetto alle quali parlare di continuità rappresenta solo una "buona intenzione".
Non basta Don Milani, e facciamo torto a don Lorenzo ad interpretare la sua "violenza carismatica" in termini di puro buonismo. Occorre una "politica scolastica" coraggiosa.
Franco De Anna
INIZIARE PRIMA di D'Avolio Pasquale, pubblicato il 13/06/2011
Forse bisogna intervenire molto prima,addirittura nella scuola dell'infanzia! le notevoli risorse anti-dispersione sia del MIUR che delle Regioni (es. Friuli) invece si concentrano nelle superiori: si vuole prendere atto che è inutile chiudere la stalla quando i buoi sono scappati? Si è mai fatta una verifica se i soldi spesi sempre nelle superiori (compresi i "recuperi") siano serviti ad attenuare il fenomeno degli abbandoni o delle bocciature? Purtroppo si continua sempre sulla stessa strada, che non porta da nessuna parte. Certo occorrerebbe anche cambiare la Scuola Media, ma siamo ancora fermi al 1963, nonostante i "Nuovi programmi" del 1979, che non sempre vengono seguiti. Qui il discorso sarebbe troppo lungo.
su selezione e pari opportunità di benuzzigiuliano@alice.it, pubblicato il 13/06/2011
Anche se sotto il cielo esiste confusione per ciò che riguarda la definizione di 'didattica', è ovvia la sua dimensione praticata abbastanza omogenea che solo un buonismo non dell'ultima ora confonde con 'atteggiamento educativo'. Per esempio insebgnare le tabelline alle elementari è didatticamente propedeutico alle operazioni di moltiplicazione, ecc. ma dal punto di vista educativo si chiederà se la sottocultura del figlio di immigrati è in grado di recepire le tabelline alla stregua del 'pierino' di Don Milani. Ora non si potrà modificare a didattica per insegnarte le tabelline a chi non riesce a recepirle, ma si dovrà creare un ambito formativo da parte della scuola che affronti una educazione, magari parascolastica, in grado di fornire gli stessi strumenti di apprendimento tanto al figlio di immigrati che al 'perino. Quindi non tratterà alla stesso modo i due soggetti, non negando le pari opportunità costituzionali, ma garantirà oltre la 'normale didattica' strumenti eguali in fruizione che in applicazione didattica.
benuzzi prof. giuliano
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