Nuove Indicazioni e ordinamenti: quello che Valditara non può fare e forse non vuole nemmeno fare
![Le nuove Indicazioni nazionali per i licei sono state adottate con decreto ministeriale, al termine dell’iter avviato a fine giugno di quest’anno con la trasmissione al Cspi per il previsto parere obbligatorio ma non vincolante. Elaborate dalla Commissione tecnica presieduta dalla Prof.ssa Loredana Perla, dell’Università di Bari, le nuove Indicazioni aggiornano quelle del 2010 ed entreranno in vigore nell’anno scolastico 2027/2028, a partire dalle classi prime. Il varo definitivo è stato preceduto da una consultazione pubblica avviata in primavera, che […]](http://www.educationduepuntozero.it/wp-content/uploads/2026/07/Giuseppe_Valditara-360x242.jpg)
Le nuove Indicazioni nazionali per i licei sono state adottate con decreto ministeriale, al termine dell’iter avviato a fine giugno di quest’anno con la trasmissione al Cspi per il previsto parere obbligatorio ma non vincolante. Elaborate dalla Commissione tecnica presieduta dalla Prof.ssa Loredana Perla, dell’Università di Bari, le nuove Indicazioni aggiornano quelle del 2010 ed entreranno in vigore nell’anno scolastico 2027/2028, a partire dalle classi prime.
Il varo definitivo è stato preceduto da una consultazione pubblica avviata in primavera, che ha raccolto le osservazioni delle scuole attraverso un questionario online, accompagnata da audizioni con società scientifiche, associazioni professionali, editori, sindacati e rappresentanze di studenti e famiglie. L’entrata in vigore progressiva lascia il tempo per costruire i percorsi, ma fissa anche la scadenza entro cui il disegno dovrà tradursi in pratica.
Il ministro Valditara ha messo in evidenza due direttrici delle nuove Indicazioni in un’intervista rilasciata a Italia Oggi il 24 giugno: «rafforzare la consapevolezza di un’identità nazionale e realizzare la rivoluzione delle materie Stem». L’identità, ha spiegato il ministro, «serve ad avere radici profonde e dunque un futuro solido»; «le Indicazioni rivendicano la nostra eredità non come patrimonio esclusivo, ma come civiltà a vocazione universale, che ha sviluppato valori senza confini». Tra questi valori, in primis la libertà, accanto alla responsabilità «che ne è il necessario contrappeso», l’educazione al rispetto e all’empatia, e la lealtà nei rapporti.
Accanto alle due direttrici indicate dal ministro, dalla lettura del testo emergono alcune direzioni: il recupero della tradizione e della memoria storica dell’Occidente come bussola di orientamento; la dimensione relazionale (rispetto, contrasto a ogni discriminazione, consapevolezza emotiva, attenzione all’adolescenza come tempo specifico della crescita) posta sullo stesso piano degli apprendimenti disciplinari; l’intelligenza artificiale, introdotta non come novità da celebrare ma come oggetto da interrogare, per affiancare all’uso degli strumenti digitali l’esercizio del giudizio critico.
Tra questi orientamenti, quello sull’intelligenza artificiale è forse il più sfidante per docenti e studenti. Il testo non la presenta come l’ennesima competenza da acquisire, ma come una presenza da imparare a discutere: occorre saggiarne i limiti, misurarne l’attendibilità, accorgersi quando dietro un testo o un dato c’è una macchina. Più che una questione didattica, è una questione civile: significa formare ragazzi che non si lascino guidare passivamente da una tecnologia ormai dentro la loro quotidianità. E riguarda il modo di insegnare prima ancora dei contenuti.
Sul piano politico, due principi della premessa culturale delle Indicazioni danno sostanza all’idea di merito fatta propria dal ministro. Il primo riguarda l’errore, riconosciuto come “componente essenziale dei processi di apprendimento, riflessione e crescita” e non come segnale di fallimento. Interessante, da questo punto di vista, che tra le singole discipline sia la matematica -quella tradizionalmente più temuta- a esplicitare questo approccio. Il secondo ridefinisce la libertà non come autonomia individuale slegata dalle regole ma come capacità di “esprimere dissenso in modo argomentato”: una formulazione che lega il merito alla responsabilità e all’esercizio critico del pensiero.
Sul piano pedagogico, le Indicazioni inquadrano l’adolescenza -definita “il tempo delle cose che accadono per la prima volta”- come tempo specifico della formazione liceale, e riconoscono le famiglie come corresponsabili, non semplici destinatarie di comunicazioni scolastiche. La postura richiesta al docente è quella di “una rigorosa preparazione scientifica e culturale”: “il docente non si aggiorna, ma propriamente studia”. A sostenere questa preparazione viene in soccorso il Piano nazionale di formazione, strumento a cadenza triennale introdotto e finanziato dalla legge 107/2015, che definisce la formazione dei docenti “obbligatoria, permanente e strutturale”; è ragionevole prevedere che la prossima stesura del Piano sia coerente con le nuove Indicazioni, anche per gli aspetti che attengono agli insegnamenti.
Tutto questo si colloca dentro due vincoli ineludibili: l’autonomia delle scuole e la libertà di insegnamento. Lo Stato indica obiettivi e contenuti, ma non li detta in forma rigida: a ciascuna scuola spetta costruire il proprio curricolo, a ciascun docente tradurlo nella propria aula. È il rispetto di due garanzie costituzionali: la libertà di insegnamento (art. 33 Cost.) e l’autonomia delle istituzioni scolastiche (art. 117 Cost.), di cui la Corte costituzionale, con la sentenza n. 37 del 2005, ha precisato la portata, sancendo che a quelle istituzioni vanno lasciati spazi adeguati che il legislatore non può pregiudicare. Sul piano della legge ordinaria, il riferimento non può che essere il regolamento sull’autonomia, il Dpr 275/1999.
C’è, nella visione di Valditara, un disegno che le Indicazioni da sole non possono realizzare. La stessa logica con cui nel documento si archivia la “desueta separazione tra cultura scientifica e umanistica” investe, sul piano del sistema scolastico, anche i confini tra i percorsi: la tradizionale separazione tra formazione liceale e percorso tecnico-professionale, che si vorrebbe ricomporre in coerenza con un mondo del lavoro che chiede insieme solidità culturale e competenza pratica.
Nei mesi scorsi il ministro ha dichiarato che «non ha più senso distinguere tra licei e istituti tecnici e professionali», rivendicando il valore dell’istruzione tecnica e professionale contro il pregiudizio che la voleva «di serie B», e ha prospettato percorsi da chiamare per esempio «liceo chimico o agrario».
L’idea viene da lontano. Già nel 2006, nel saggio Pensiero manuale, Giuseppe Bertagna rivendicava la pari dignità culturale tra licei e istruzione tecnica e professionale, contro la cultura per cui “si studia per non lavorare e si lavora perché non si è studiato”. La stessa matrice ritorna nel 2023, quando un gruppo di lavoro ministeriale da lui coordinato propone un’architettura in filiere tutte liceali, precisando nella relazione che la denominazione ‘liceo’ non andava assunta per confermare la vecchia semantica di un percorso gerarchicamente superiore agli altri, ma per restituire al termine il suo significato originario di “spazio critico-riflessivo”.
Ma qui la posta in gioco si sdoppia, ed è bene tenere distinti i due piani. Chiamare “liceo” l’istituto agrario o quello chimico è un’operazione sui nomi; cambiare il sistema -gli ordinamenti, i quadri orari, gli sbocchi, lo statuto stesso dei percorsi- è un’altra cosa, molto più impegnativa. Le nuove Indicazioni non operano questo superamento, e non potrebbero: agiscono sul livello curricolare, cioè sugli obiettivi di apprendimento dentro l’ordinamento liceale già esistente, non sull’architettura ordinamentale che separa licei e tecnici. Quel superamento, semmai si farà, passa per una legge e per i regolamenti degli ordinamenti, non per le Indicazioni.
E qui il disegno mostra una sua fragilità politica, perché la spinta a superare le distinzioni convive, nella stessa maggioranza, con la spinta opposta a rimarcarle. Lo si vede nella proposta di legge a prima firma dell’on. Amorese -capogruppo di Fratelli d’Italia in VII Commissione Cultura- che intende ripristinare la denominazione “ginnasio” per il primo biennio del liceo classico: pur appartenendo allo stesso schieramento, Amorese va nella direzione opposta a quella indicata da Valditara. Il primo vuole rafforzare simbolicamente una distinzione identitaria e storica; il secondo sostiene che quelle distinzioni hanno perso significato. Del resto, come ha osservato su Italia Oggi del 24 marzo il prof. Massimo Baldacci dell’Università di Urbino, la proposta Amorese ha il sapore di una «soluzione anacronistica ed elitaria». Si potrebbe sintetizzare, in modo provocatorio, così: al Gentile della centralità dei saperi teorici e della loro funzione selettiva che ispira la proposta Amorese, Valditara sembra contrapporre il Gramsci di una scuola unitaria «di cultura generale, umanistica, formativa, che contemperi lo sviluppo della capacità di lavorare manualmente e lo sviluppo delle capacità del lavoro intellettuale».
Resta così sul tavolo la domanda che un atto di indirizzo curricolare non può chiudere da sé. Le Indicazioni ridefiniscono che cosa si studia e come, dentro il perimetro dei licei così come oggi è disegnato; ma superare la separazione storica tra licei e istituti è una scelta che chiama in causa il legislatore, e che si riduce a un’operazione di facciata se si ferma alle denominazioni. È la distanza tra ciò che questo provvedimento decide e ciò che il disegno annunciato a parole richiederebbe: una riforma dei saperi che si presenta come anticipazione di una riforma di sistema ancora da scrivere. Ammesso che ci sia la volontà politica di andare in quella direzione, sarà una questione della quale è più probabile che parleremo nella prossima legislatura, che in questa.
Marco Campione, Esperto di politiche pubbliche per l’istruzione. Dal 2014 al 2018 ha avuto responsabilità dirigenziali al Ministero dell’Istruzione. All’attività professionale affianca quella divulgativa, collaborando con Italia Oggi e altre testate. Ha ideato e conduce il podcast Prima la scuola.



