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Scampato pericolo per l’esame di maturità

Pubblicato il: 05/11/2014 16:48:58 -


Dopo il dietrofront del governo sulla composizione della commissione per la maturità ecco alcune riflessioni e considerazioni.
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L’esame conclusivo del ciclo di studi dell’istruzione secondaria in Italia si chiama di maturità ma i recenti tentativi di riforma sembrano poco maturi.

Nella bozza della legge di stabilità era previsto che non vi fossero più commissari esterni nella squadra degli esami di maturità. E questo subito, già dal giugno 2015.

Il carattere non educativo, ma economico emergeva violentemente dalla fonte normativa, ma risparmiare non è il modo giusto di riformare e le reazioni di tutti sono state centrate sul merito.

Le commissioni secondo la bozza avrebbero dovuto esser composte solo dal presidente e da tutti e sei commissari interni. Togliere questi famigerati membri esterni voleva dire eliminare i professori che arrivavano da altre scuole per garantire l’imparzialità della prova.

Siamo molti quelli che hanno firmato la petizione dell’attento e non rassegnato Giorgio Allulli che ha raccolto 5.200 firme nel giro di pochi giorni.

Uomini di scuola e di cultura, da Lombardi a Berlinguer, a De Mauro e ad Alessandro Cavalli, si sono espressi per mantenere le commissioni miste. Anche molte associazioni professionali e sindacali d‘insegnanti e presidi.

Tutto ciò, o una non tardiva resipiscenza, ha portato il Governo ravveduto a fare un passo indietro.

Bene, perché questo piccolo risparmio ottenuto avrebbe modificato in maniera determinante i già precari equilibri del sistema di valutazione della scuola italiana. Appena letta la bozza è stato subito chiaro per gli operatori scolastici che:
1) si eliminava la verifica esterna del percorso formativo degli alunni ad anno scolastico già iniziato;
2) si toglieva di fatto valore alla certificazione stessa;
3) si toccava lo stesso principio del valore legale del titolo di studio. Si riprendeva l’opera di precedenti ministri (v. Moratti e Fioroni), per attentare di nuovo al titolo di studio con valore legale;
4) si azzerava quasi completamente, come è già successo, la stessa funzione del presidente della commissione;
5)si favorivano surrettiziamente certe scuole paritarie. Ma solo alcune, le peggiori.

Per quest’ultime c’erano effetti collaterali non certo irrilevanti. Non c’è niente di meglio per alcune scuole paritarie di una commissione composta di dipendenti del gestore. A parte i possibili ricatti del caso, si tratterebbe di docenti ben disposti nei confronti di studenti i quali o li mantengono o, se insegnano non pagati, consentono loro di maturare comunque il punteggio per entrare in ruolo.

Con un unico argomento plausibile si difendeva la scelta sulla commissione fatta d’interni, dicendo che si trattava di docenti che conoscono bene gli studenti che hanno di fronte e che, quindi, riescono meglio a contestualizzare l’esame nell’ambito di una carriera scolastica e non nell’arco di pochi minuti. Ma non era convincente.

Scampato il pericolo ora rimane il problema di una riforma seria dell’esame di maturità che dà titolo a un recente articolo di Giorgio Allulli su “Il Sole 24 ore”.

Come dovrebbe essere? Confessiamo, qui in maniera quasi fideistica, che questa prova dovrebbe avere i caratteri di terzietà, imparzialità, impegno della professionalità docente, valutazione del curriculum, delle attività svolte dagli alunni e delle loro competenze.
Seguiamo Allulli nel considerare che la riforma dell’esame di maturità dovrà anche tenere in considerazione “i criteri indicati dal Quadro Europeo delle Qualifiche, in cui il titolo di maturità s’inserisce (al livello 4). E dovrebbe tener conto degli strumenti di accertamento di cui si dispone nonché delle possibilità offerte dalla informatica”.

Dovrebbe essere, e qui ricordo Martinez y Cabrera e l’esperienza di “Progetto 92”, un esame di maturità legato al lavoro, un modello di scuola che guarda anche al rapporto con il mondo produttivo e che punta a incrementare l’alternanza scuola-lavoro.

In proposito è da ricordare che un piccolo tratto di riforma esiste già ed è in vigore da ben quattro anni. Parlo del libretto delle competenze che dovrebbe essere rilasciato ai maturandi insieme al diploma di maturità. Questo “libretto”, se ben fatto, potrebbe davvero migliorare la scuola italiana, ammesso che questo sia un obiettivo politico indiscusso.
La Legge 425 del ‘97 faceva del diploma di maturità un libretto delle competenze. Una piccola ma essenziale riforma del diploma di maturità quindi è già prevista, per quanto riguarda i licei, con il DPR 89/2010, per gli istituti tecnici (con il DPR 88/2010) e per gli istituti professionali (con il DPR 87/2010).

Sarebbe necessaria nel quadro delle iniziative per “La buona scuola” una campagna di formazione e aggiornamento che, sulle competenze raggiunga tutti, dico tutti, i docenti. Sappiano che è fondamentale certificare le competenze reali dei maturandi in modo oggettivo, bisogna migliorare e aggiornare la loro professionalità che, su questo, è ingiusto dare per scontata.

Ricordiamo lo strumento agile ed economico dei microseminari, che sono stati funzionali non solo per la formazione nell’istruzione professionale, dove sono nati, ma anche nelle iniziative di formazione finanziate dal FSE.

Disse Piero Calamandrei, (Contro il privilegio dell’istruzione, 1946): I meccanismi della costituzione democratica sono costruiti per essere adoprati non dal gregge dei sudditi inerti, ma dal popolo dei cittadini responsabili: e trasformare i sudditi in cittadini è miracolo che solo la scuola può compiere.

Difendiamo la buona scuola!

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Immagine in testata di Wikipedia (licenza free to share)

Luigi Calcerano

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