Ma chi prepara i temi di maturità?

in Politiche educative

di Vittoria Gallina | del 28/06/2016 |1 COMMENTO |commenta

Ma chi prepara i temi di maturità?
Fra refusi e ingenuità nelle tracce, alcune considerazioni sulla “Weltanschauung” di Viale Trastevere.

In Italia non abbiamo la légione d’honneur, come i francesi, e neanche una regina che dia il titolo di baronetto/a, ma abbiamo il tema di maturità.

Il Ministero concede patenti e riconoscimenti di valore, di cultura, ma soprattutto di notorietà ad intellettuali, a uomini pubblici e/o a giornalisti, che vengono inseriti nelle diverse tracce dei temi e così utilizzati per stigmatizzare opinioni e comportamenti, premiarne altri, dando occasione ai nostri giovani di conformarsi a ciò che, in modo abbastanza esplicito, viene ritenuto socialmente accettabile dalla Weltanschauung di Viale Trastevere.

Quest’anno hanno ricevuto il riconoscimento, tra gli altri, Eco, Sgarbi, Settis, Strinati, Kafka, de Chirico, ecc… , che sono stati quindi ridotti a materiali da usare per sviluppare i vari argomenti. Il quadro di de Chirico è ridotto a francobollo, così come ogni anno accade alle opere d’arte visiva; il testo di Eco è tagliato quasi in ogni periodo, ma poi la prova chiede allo studente di analizzare lo “stile” dello scrittore (come si riveli lo stile di un testo tagliuzzato sfugge ai comuni mortali, ma evidentemente non al MIUR); il testo dell’Enciclopedia dei ragazzi Treccani sul PIL che, se mantenuto nella sua interezza, avrebbe permesso di ragionare esercitando le competenze relative alla comprensione e alla produzione di un testo di scienza economica, senza demonizzarne i contenuti, ma per sviluppare argomenti di riflessione e discussione, è tagliato in modo da risultare un messaggio da “bacio Perugina” contro, ma anche no, la pretesa del PIL di misurare il benessere; la traccia dell’ambito tecnico-scientifico ritaglia pezzi che, così affiancati, non si allontanano dalla mitologia, peraltro rispettabilissima, di Jules Verne e, per concludere, le pochissime firme femminili si concentrano quasi tutte nella traccia storica che, parlando del voto alle donne, ne legittima la presenza.

La lettura di tutte le tracce proposte permette di scoprire ancora altro; bastino qui due osservazioni. Non si capisce mai il criterio che guida le indicazioni bibliografiche che accompagnano i testi o meglio, la funzione che viene loro attribuita. La citazione di Eco rimanda, senza dare l’indicazione di pagine o del titolo dell’articolo da cui è tratto il pezzo proposto, a una raccolta di Saggi pubblicata nel 2002, poi si precisa che i vari testi risalgono al periodo 1990-2002; ma, si aggiunge, che due testi citati con titoli, peraltro molto intriganti, sono uno del 1954 e uno del 1980.

Sicuramente uno studente “sveglio” si sarà sentito incuriosito e motivato molto di più da concetti quali “sporcizia della forma” e “generazioni di antiamericani”, di questi due titoli, piuttosto che delle affermazioni, un po’ polverose, sulla funzione della letteratura, sulle quali invece è invitato a soffermarsi!!!( questo esercizio del soffermarsi è un topos dei temi della tipologia analisi del testo, che ritorna ogni anno …perché?.... mistero).

I quattro pezzi sul paesaggio, messi così, appaiono scontati, sicuramente molto meno stimolanti di quanto invece fanno intravedere i titoli dei testi da cui sono tratti; non sarebbe stato meglio far ragionare i ragazzi sulla domanda di Salvatore Settis Perché gli italiani sono diventati nemici dell’arte, o rispondere alla provocazione di Claudio Strinati La retorica che avvelena la Storia (e gli storici) dell’arte?

Giustamente poi gli studenti al 23,2%, preferiscono ripetere che il paesaggio va tutelato, come recita la Costituzione (e chi lo vorrebbe negare?) e il 22,4% spiega che i confini sono brutti e nocivi (peccato proprio il giorno in cui il referendum inglese problematizza molte cose).

Ma il tema di “ordine(sic) generale” li porta per mano ad appiattirsi su ripetizioni moralistiche, che tradiscono il valore e il senso del libro di Zanini, da cui è tratto il brano proposto (qui si vede bene la mano dell’editor dei messaggi dei “baci Perugina” che, in questo anno più che negli altri, pare aver guidato le scelte ministeriali): il 16,9% opta per “l’avventura dello spazio”, il 15,8% sceglie il rapporto fra padre e figlio nelle arti del ‘900, l’8,5% bacchetta il PIL, che, da solo, non misura crescita e sviluppo, e molto meno del 10% ricorda il primo voto delle donne in Italia o analizza il testo di Umberto Eco.

Ernesto Galli della Loggia chiedeva nei giorni passati di sapere i nomi di chi aveva scelto i temi di storia per il concorso a cattedra, la stessa richiesta diventa urgente di fronte a questo exploit di retorica e conformismo.

Per approfondire:

Le tracce della prova di Italiano

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Non si cambia lesame finale senza cambiare la scuola che lo esprime di Claudio Salone, pubblicato il 01/07/2016

Cara Vittoria,
sono del tutto d'accordo con quello che scrivi. Mi volevo cimentare anch'io in un commento sulla prova d'italiano, ma poi mi è venuto lo scoramento, ripensando agli anni (molti) trascorsi a battagliare su questi temi.
Se mi è permesso fare un raffronto paradossale, l'esame di stato di Berlinguer è stato un po' come l'introduzione dell’Euro: visionaria, utile per taluni versi, ma calata in una realtà aliena, così decisa a difendere lo status quo da annullarne gran parte della carica innovativa. 
Insomma: come non si cambia moneta senza avere un governo che l'amministri, così non si cambia l'esame finale senza cambiare la scuola che lo esprime.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti fin dal lontano ‘99: la cultura della retorica e dei buoni sentimenti, tipica del tradizionale tema e volutamente alimentata dal think tank del MIUR, ha annullato nella pratica gli effetti “rivoluzionari” dell’introduzione del saggio breve tra le prove a disposizione dei candidati, riducendolo spesso ad un scombiccherato “copia e incolla” di materiali disomogenei e insensatamente “tagliuzzati” come dici tu, tra il trattato di filosofia e l'articolo di giornale. 
E che dire poi del “colloquio”, nato per essere intrinsecamente multi- se non interdisciplinare e ridotto ad un centone di piccoli francobolli di conoscenze, povera parodia della maturità di gentiliana memoria?
Che fare, per evitare di ripetere ogni anno la medesima geremiade? Difficile mettere il cappello giusto su un volto dalla fisionomia incerta. 

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