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La “Buona scuola” ha dimenticato gli istituti tecnici – di Gian Carlo Sacchi

Pubblicato il: 24/11/2017 08:00:57 -


Pubblicato il 24.10.2017
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Il decreto applicativo della buona scuola in materia di istruzione professionale in una prima stesura sembrava volesse dare risposta anche ad una sentenza del TAR del Lazio (2013) che aveva annullato quella parte della riforma Gelmini che nei due ordini di scuola, tecnica e professionale, diminuiva il carico orario per gli alunni, in particolare quello delle discipline professionalizzanti e delle attività di laboratorio, condotte in compresenza tra docenti teorici e pratici. Il pronunciamento del tribunale aveva fatto gioire i ricorrenti e molti docenti si aspettavano un ripristino della vecchia normativa, ma invece non si trattava di invalidare i contenuti dei precedenti provvedimenti di riordino,  semplicemente di evidenziare le loro ritenute scarse motivazioni.

L’occasione della legge 107/2015 poteva essere propizia per riconsiderare un po’ tutto il settore, assumendo un’accezione ampia del termine professionale, che comprendesse anche gli istituti tecnici e andasse fino all’istruzione e formazione professionale, dando così piena attuazione al nuovo indirizzo indicato nella revisione del titolo quinto della Costituzione. Si trattava di irrobustire il percorso scientifico-tecnologico da porre in alternativa a quello umanistico, per collegarlo con la formazione terziaria, accademica e non, con i poli tecnico-professionali, con la partecipazione di aziende e università, i laboratori territoriali per l’occupabilità, posti in relazione con i distretti industriali.

Il decreto 61/2017 però si è limitato alla sola riforma degli istituti professionali statali, con un monte ore annuale che ha confermato quello della Gelmini, prevedendo però un raccordo sistematico con la formazione regionale, che, nel frattempo, sotto l’egida del ministero del lavoro, sta sperimentando il “doppio canale” all’italiana, in collegamento con l’apprendistato. E’ ovvio che per emulare quanto avviene in Germania, dove è coinvolta una parte molto consistente del sistema formativo, non basta la riorganizzazione di un segmento piuttosto residuale del nostro ordinamento, abbandonando completamente il rapporto con l’istruzione tecnica.

Ci siamo trovati con tre deboli carte: sul versante delle regioni una realtà molto disomogenea, con una qualità altalenante e con centri di erogazione del servizio formativo non sempre affidabili, su quello delle scuole statali viene mantenuta la stessa organizzazione su tutto il territorio nazionale, senza però la necessaria flessibilità.

Le richieste da parte dei giovani e delle famiglie sono sempre di più nella direzione delle offerte regionali, subito al termine dell’obbligo di istruzione, con buone prospettive di trovare lavoro. A fare le spese di questo rinato dinamismo sono gli istituti professionali, la cenerentola dei nostri indirizzi, quanto a insuccesso scolastico e con scarsi risultati anche in termini occupazionali. La loro omogenea diffusione in tutto il Paese ha consentito, previa intesa tra i due sistemi, il rilascio della qualifica triennale, soprattutto dove i centri di formazione professionale non si dimostrano adeguati. L’accordo previsto però tende a complicare ulteriormente le modalità di reciproco riconoscimento: gli istituti professionali statali devono essere accreditati dalle Regioni e l’attività didattica si deve svolgere in classi distinte da quelle quinquennali.

Il predetto decreto tenta una svolta complessiva degli istituti professionali dall’interno, mettendo in moto dispositivi didattici e organizzativi sicuramente innovativi, anche se potrebbe risultare difficile effettuare il cambiamento necessario per una loro immediata attuazione (dall’a.s. 2018/19). Se rimangono soli, con tante fragilità, non avranno certo quel consistente impatto che ci si attende.

Sono gli istituti tecnici che seguono lo stesso sviluppo dei licei, 2+2+1, mentre i professionali si snoderanno in 2+3, andando a costituire però il terzo canale debole e i risultati sono già evidenti: il Sole 24 ore ha recentemente segnalato una perdita da parte degli istituti tecnici di quasi duecentomila studenti nell’ultimo decennio e nonostante vi siano pronunciamenti in loro favore dal mondo produttivo, soprattutto della grande azienda, la tendenza non si inverte, mentre si assiste al fenomeno dei passaggi verso la formazione regionale, nonostante  fossero già stati istituiti tecnici e professionali con la stessa dirigenza, per migliorarne la presenza sul territorio e favorire l’orientamento interno, cercando così di contrastare la dispersione.

In una recente ricerca l’Associazione Treelle (2015) parlava dei tecnici come di istituti a statuto speciale, sul tipo delle fondazioni anglo-sassoni, con ampia autonomia gestionale ed appositi organi di amministrazione, con capacità progettuali e manageriali sui territori e nei settori produttivi di riferimento, in considerazione anche del consistente pacchetto di ore di alternanza scuola-lavoro obbligatorie, previste per lo studio dell’esperienza diretta in diversi ambienti formativi e lo svolgimento di attività produttive direttamente per il territorio stesso. Gli studenti avrebbero potuto così intervenire direttamente nella scelta di attività opzionali e valorizzare la cultura laboratoriale, con il conseguente cambiamento del paradigma insegnamento-apprendimento.

Il TAR ha annullato quella parte del decreto 88/2010 in cui “si determina senza indicazione di criteri, l’orario complessivo per gli istituti tecnici”. A titolo di integrazione è stato emanato il DPR 134/2017 che fornisce le motivazioni per non cambiare nulla di quanto già previsto dal provvedimento in questione, mentre per i professionali, quando entrerà in vigore il decreto 61, si cambierà strada. Perché i tecnici sono rimasti al palo ? Poteva essere l’occasione, tra il vulnus aperto dal TAR e la L.107, per porre mano ad un riordino più allargato.

Il carico orario di circa 1000 ore l’anno è ormai generalizzato, anche per quanto riguarda i nuovi professionali e le qualifiche regionali. La ragione di tali misure è legata alla diminuzione della spesa pubblica, la motivazione primaria dei provvedimenti Gelmini, ma se il calo degli indirizzi potrebbe essere in linea con il mercato, quello delle ore non è provato sia sinonimo di qualità e di sostenibilità per gli alunni, anzi veniamo da una sperimentazione abbastanza generalizzata nell’ultimo ventennio che vedeva un aumento delle ore anche nei licei, ma che l’attuale decreto si affretta a disconoscere, senza nessuna reale verifica, fatta salva la flessibilità oraria già prevista per l’esercizio dell’autonomia curricolare e la possibilità di aderire alle caratteristiche del territorio.

I tagli, come si è detto, sono stati fatti nelle materie professionalizzanti, con diminuzione delle ore di compresenza dei docenti addetti ai laboratori, mantenendo una sostanziale articolazione delle discipline soprattutto nella parte generale; la sfida dei nuovi professionali è invece quella di vedere come attraverso la pedagogia del lavoro si riescono ad ottenere competenze legate alla formazione personale.

Era questo il momento di dare una svolta complessiva ed equilibrata a tutto il settore, a cominciare dall’istruzione tecnica-professionale per finire con l’istruzione e formazione professionale, con dei riferimenti gestionali precisi, statali e regionali, giocando sull’autonomia delle scuole-centri e sulla loro capacità di autogoverno. I canali separati, spesso in conflitto tra di loro, come si è detto, vengono indeboliti e pensando agli odierni istituti tecnici si fa fatica a chiarirne l’identità anche rispetto all’immagine sociale che acquistano i loro diplomati.

Se è vero che per certe specializzazioni c’è più domanda da parte delle aziende che offerta delle scuole, è anche vero che i così detti tecnici sono gli operari con il camice bianco anziché con la tuta blu, le cui competenze sono indicate a livello “intermedio” nello sviluppo tecnologico delle aziende e che le famiglie, quando devono scegliere la scuola per i loro figli, dimostrano di non apprezzare. Mansioni di carattere direttivo richiedono titoli superiori, pochi ITS, perlopiù università, alle quali si accede da un buon liceo scientifico, meglio con l’indirizzo delle scienze sperimentali, che garantisce tra l’altro maggiori margini di flessibilità e di scelta.

 

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Gian Carlo Sacchi

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