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Noi siamo figli del libro!

Pubblicato il: 04/11/2010 16:52:02 -


Che distanze esistono tra nativi e immigrati digitali? Che ricadute hanno sull’insegnamento? Forse maggiori di quanto è stato fino ad oggi considerato.
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FIGLI DEL LIBRO E FIGLI DI INTERNET

Quello che sta succedendo nel mondo sociale è un affermarsi delle tecnologie digitali. Obiettivamente molto spesso oggi quando si ragiona relativamente a oggetti che sono il nostro lavoro, gli oggetti della conoscenza non si tiene conto di quello che sta succedendo, di quello che è in corso. Cioè la migrazione di questi oggetti da un’altra parte. Noi siamo figli del libro. Non siamo certo figli del denaro, se no non saremmo qua. Dal momento che siamo figli del libro ci dimentichiamo che a partire dall’85, ma in maniera conclamata dal 1996, cioè con la diffusione di internet e delle reti telematiche, a noi ci sta capitando una strana cosa: l’oggetto delle nostre ricerche, l’oggetto dei nostri amori, delle nostre fatiche ha cambiato tecnologia di rappresentazione, ha cambiato supporto di rappresentazione, ha cambiato modalità di diffusione, ha cambiato modalità di consumazione. Per esempio, i risultati di una ricerca, prima di essere pubblicati in un libro divulgativo, viaggiano sulla rete e dalla rete vengono diffusi. Ma questa vicenda è una cosa che ha un impatto piuttosto forte anche sulla generalità della società.

Papert, un famoso studioso di tecnologie didattiche, diceva che se ci fosse un marziano che vive mille anni e questo marziano si fosse presentato sulla Terra per una visita nel Seicento e avesse visitato il laboratorio di Newton, grossomodo avrebbe trovato tanti libri di alchimia, visto che il 90% della produzione scientifica di Newton era alchemica. Se questo qui fosse tornato oggi in uno dei grandi laboratori, lì non avrebbe capito niente. Però – dice Papert – se oggi venisse in un’aula, si troverebbe perfettamente a suo agio.

Il bambino quando esce da questo spazio per andare a scuola, compie un viaggio nel tempo. Che è un po’ quello che è successo a noi quando abbiamo dovuto traghettare i nostri saperi e le nostre conoscenze dalla carta all’ambiente digitale. Questo viaggio del bambino è chiaramente un viaggio nel tempo. Noi abbiamo celebrato l’altro giorno il crollo del Muro di Berlino. Beh! Grossomodo è come se mio figlio dal 2009 si recasse a Berlino Est nel 1989. Nel senso che l’isomorfia tra i sistemi di rappresentazione del mondo col quale lui è a contatto, tra i sistemi di rappresentazione della conoscenza che mio figlio esperisce quotidianamente a casa non c’è più quando lui si reca in un’aula. Questo ha delle conseguenze rilevantissime. Questa è una scuola dell’infanzia. È una foto rubata da me in una sezione di una scuola dell’infanzia emiliana, si può fare… Si può fare a patto che si capiscano alcuni dati.

INTERNET E I NATIVI DIGITALI

Questa tabella ci fa vedere la diffusione del media internet tra il 2005 e il 2008 negli Stati Uniti.

Come vedete, anche i sessantacinque-sessantottenni sono al 57% connessi, ma soprattutto, dato interessante, i settantacinquenni sono passati dal 26% al 45%. L’altro dato interessante è la fascia 12-17 che è a saturazione, cioè al 93%. Cosa vuol dire questo? Se guardiamo questa tabella, ci rendiamo conto che la principale fonte di reperimento di informazioni sulla scienza è diventata Internet (42% contro il 36% della tv). Allo stesso modo questo è vero se guardiamo l’educazione, la scuola. Non parliamo dell’università! Gli studenti full o part-time del college vanno direttamente su Internet. Internet sta superando la televisione (sto parlando della divulgazione del National Geographic, non di Piero Angela). Tutti incontrano informazione scientifica sulla rete quando sono on line per un’altra ragione. Se questi dati hanno senso, quello che a mio avviso sta succedendo è questo: noi nel momento in cui facciamo lezione o ci rivolgiamo ai nostri allievi, non ci rendiamo conto che stiamo parlando a un pubblico di – potremmo definirli – extracomunitari. Nel senso che il modo di vedere e costruire il mondo delle persone che abbiamo davanti è drammaticamente diverso dal nostro. Per la prima volta nella storia del mondo ci troviamo di fronte a una generazione di bambini che ha accumulato una quantità di esperienza mediata infinitamente superiore alla quantità di esperienza immediata del mondo che fanno. Non so se è bello o brutto, sto constatando un fenomeno. Quello che dobbiamo fare è cominciare a tenere conto del fatto che per quelli che possiamo definire oggi “nativi digitali” alcuni strumenti che noi usiamo nel nostro lavoro, come la lezione frontale, stanno perdendo rilievo, perché l’apprendimento per assorbimento nei nativi digitali è qualcosa di molto meno consueto di quanto non lo sia l’apprendimento per ricerca, esplorazione e gioco. Sarebbe interessante proseguire questo ragionamento facendo un inciso sui videogiochi, ma non lo faccio.

INSEGNARE DIGITALE

Tutti noi nell’avventura della conoscenza che pratichiamo tutti i giorni e che cerchiamo di trasmettere ai nostri allievi dovremo confrontarci tra brevissimo, se non dobbiamo già confrontarci adesso, con il problema che gli schemi cognitivi di apprendimento di chi abbiamo di fronte sono radicalmente diversi dai nostri. Dobbiamo cominciare a metterci nell’ottica di stabilire un dialogo di natura inter-culturale con i nostri allievi. Questo ha un corollario che è la chiusura del mio discorso.

Siamo sicuri che il modo in cui noi rappresentiamo il mondo a loro attraverso i nostri strumenti (formazione, didattica, lezioni) abbia un qualche senso per loro? E ancora più provocatoriamente, se guardiamo i bambini piccoli, siam sicuri che insegnargli a leggere e scrivere come abbiamo fatto finora abbia senso? Oppure non ha più senso introdurre anche un altro codice? Le maestre dicono che i bambini diventano stupidi con internet. Bene! Ma si sono poste il problema del fatto che insegnano loro a scrivere a mano e poi in qualunque altro contesto loro digiteranno? Loro sono bilingui, noi no. Da questo punto di vista, credo che una riflessione interessante sia quella di adeguare gli stili di insegnamento che pratichiamo agli stili di apprendimento che stanno mutando (in una maniera inusitata e ancora non del tutto chiara) dei nostri studenti.

Paolo Ferri

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