Cronache da un Liceo del futuro: preludio

in Didattica e apprendimento

di Francesco Lizzani | del 13/06/2012 |commenta

Cronache da un Liceo del futuro: preludio
L’armonia prestabilita. Chi più dei nostri studenti è capace di cogliere e apprezzare con immediata corrispondenza e purezza la quantità e l’autenticità del nostro impegno?



Per un leibniziano dogmatico come chi scrive l’armonia prestabilita non è un semplice articolo di fede, ma può diventare con un minimo di allenamento un’esperienza di ordinaria normalità. Basta coltivare un tantino lo sguardo per riconoscere i piccoli (mi limito a questi) miracoli che l’esperienza quotidiana ci apparecchia. Cosa non particolarmente difficile in quella specola assolutamente privilegiata per tali osservazioni che chiamiamo “scuola”, un po’ troppo dimentichi del significato originario della parola (cfr. un mio precedente intervento in proposito). Partiamo da uno di questi miracoli.

La sera del 7 giugno 2012 l’orchestra del primo liceo musicale attivo nella provincia di Roma (il Liceo Farnesina) conclude il suo anno scolastico alla Filarmonica di Roma, con una serie di brani orchestrali e vocali applauditi da un pubblico commosso. Ma la commozione non finisce qui. L’orchestra, ovvero i ragazzi della sezione musicale – per ora limitata a due classi biennio liceale – dopo l’esecuzione dei bis regala al pubblico un addendum sorprendente. Una serie di “diplomi personalizzati” letti e consegnati ai loro insegnanti, contenenti ciascuno un ringraziamento scritto con lo spirito: nel doppio senso di un ispirato omaggio del cuore per il lavoro svolto dai loro docenti, e di un altrettanto ispirato senso umoristico nel tratteggiare il ritratto di ciascuno di essi (e già qui un primo “miracolo”: profondità e leggerezza fusi insieme come molto difficilmente le “persone mature” riescono a fare…). Si badi: ringraziamenti per tutti gli insegnanti, non solo, come ci si poteva aspettare, per la valente direttrice d’orchestra e l’équipe dei docenti musicisti, ma anche per quelli di latino, religione, italiano, educazione fisica, matematica ecc. (insomma, senza ordine di “importanza”), e “summa cum laude” per il docente di storia (un “precario di lungo corso” che in un sistema scolastico fondato sul merito di cui tutti parlano e su una più coerente autonomia sarebbe conteso tra scuole in sana lotta per accaparrarselo, ovviamente con contratto a tempo indeterminato).

La riconoscenza, lo sappiamo tutti, è una merce rara al mondo, ma non nella scuola, dove, quasi con una certa amarezza, verrebbe voglia di dire che è l’unica retribuzione adeguata al nostro lavoro. Perdonatemi questo singulto di vittimismo sindacale, mi correggo subito: la riconoscenza non può mai essere “adeguata”… la riconoscenza è un dono, un dono impossibile da cogliere se non ne apprezziamo a priori la gratuità, la spontaneità, la non necessità. La riconoscenza è uno dei “miracula” di cui parlavo, e non è un caso che entrambe le parole siano semanticamente intrecciate dal comune denominatore del vedere, dello sguardo. Ma dello sguardo di chi si è accorto dello sguardo degli altri, dell’Altro. Lo sguardo delle monadi leibniziane, “specchi viventi dell’universo”. Allora quel dono gratuito, strano a dirsi, sembra scoccare per indefettibile necessità. Ecco un primo indizio dell’armonia “prestabilita”. Ma che c’entra questo con la scuola? Dovrebbe essere superfluo spiegarlo, ma forse non è inutile ricordarcelo con questa domanda retorica: chi sa cogliere meglio e più prontamente quello sguardo, lo sguardo riflettente di chi si sforza di vincere le tentazioni dello sguardo giudicante – diciamo pure, in termini un po’ meno sentimentali, la “forza-lavoro” che investiamo quotidianamente come insegnanti non immemori di esserlo – se non i ragazzi con cui abbiamo a che fare? Chi più di loro è capace di cogliere e apprezzare con immediata corrispondenza e purezza, non turbata da calcoli o dal “realismo” degli anni, la quantità e l’autenticità del nostro impegno? (e badate: ometto deliberatamente la parola “qualità”, se la associamo ai contenuti “culturali”: perché i ragazzi “sentono” innanzitutto e precisamente l’elemento quantitativo del nostro sforzo, delle nostre fatiche con loro, non la nostra enciclopedia, per quanto sostenuta da accurata erudizione; e saranno pronti a scusare qualunque debolezza del nostro “intellectus” a fronte della forza del nostro “animus”).

E arriviamo così al punto decisivo: che c’entra la musica? E soprattutto “a scuola”? Beh, qui la cosa, scusatemi, si complica, e richiede lo spazio di un nuovo intervento. Ma per farmi strada secondo le più collaudate strategie da romanzo d’appendice mi congedo con un link assolutamente imperdibile per chi ha ancora dubbi su certi poteri “miracolosi” della musica, e che farà da linea di partenza per la prossima puntata…


Youtube – Carmina burana alla stazione di Vienna

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