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Latino oggi come e perché (Prima parte)- di Oreste Tappi

Pubblicato il: 14/11/2018 12:30:42 -


Alcune considerazioni sul latino nella scuola italiana oggi.
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Quella che segue è la prima parte dell’intervento di Oreste Tappi, latinista e linguista, sul latino nella scuola italiana. Qui l’autore si sofferma sugli antichi equivoci che hanno portato a una visione  della lingua e dei testi latini ben distante da quella delle fonti originali, ingenerando nella scuola cattive abitudini didattiche. Nella seconda parte tratterà dei tentativi di innovazione didattica della disciplina e avanzerà alcune proposte per far emergere, non solo nel liceo classico, quel grande lascito culturale per il mondo occidentale, che  sono i testi latini. La bibliografia di riferimento sarà pubblicata in coda al secondo intervento.

La redazione

La crisi attuale del liceo classico e la lunga crisi del latino

Negli ultimi anni, fra alti e bassi, c’è stato un notevole calo di iscrizioni al liceo classico. Il fenomeno ha riacceso fra l’altro il dibattito sul latino, a mio avviso giustamente, perché mentre da un lato nel liceo classico si concentra su questa disciplina una parte notevole dell’impegno scolastico, dall’altro oggi più che mai ci si interroga sulla sua utilità. Fece un certo rumore qualche anno fa la lettera di uno  studente italiano ? niente meno che al Financial Times ?, alla cui domanda se non fosse più utile dedicare quel tempo e quella fatica al cinese, il direttore dell’autorevole testata rispose affermativamente, aggiungendo, per di più, che la permanenza dell’insegnamento del latino in Italia è soprattutto dovuta alla pressione delle lobby accademiche interessate. D’altra parte l’antico ritornello che lo studio del latino, pur inutile sul piano pratico, sarebbe però particolarmente adatto all’educazione della mente, e specificamente a quella delle capacità logiche, non solo possiede scarsa forza di convinzione quanto alla mente (qualsiasi cosa studiata in modo rigoroso e scientifico educa la mente), ma in particolare non ha mai avuto riscontro nel giudizio degli esperti quanto alla logica. Scriveva fra gli altri Giorgio Pasquali che quella del latino modello di logica «è una leggenda … e quella ‘logica’ … non c’è mai stata in latino, prima o dopo Cicerone, e, si può aggiungere, persino in Cicerone non è così logica come nei manuali».

 

Il punto è che ad essere tanto apparentemente logico è il ’latino‘ (ri)costruito dagli umanisti, e poi vieppiù cristallizzato dalla scuola, per il semplice motivo che si tratta appunto di una ’lingua‘ artificiale, una lingua non morta, ma nata morta, che obbedisce in modo autoreferenziale alle regole con le quali è costruita. Laddove il latino vero dei testi antichi, come naturalmente aggiungeva Pasquali, è una lingua viva, con le sue varietà, deviazioni, ecc., ancorché più omogenea e meno soggetta a rapidi cambiamenti che non la sua variante parlata (il sermo cotidianus portato in giro per l’Europa dai legionari-coloni, che ha dato poi vita alle moderne lingue romanze).  Notava peraltro Raffaele Simone  che il tasso di ambiguità della lingua dei testi latini è fra i più alti, tale da renderla spesso di problematica e incerta decifrazione.

Il ’latino‘ ricostruito dagli umanisti era inoltre destinato a esprimere fatti e categorie del mondo moderno, in sostituzione del latino medievale ?dagli umanisti giudicato ’imbarbarito’? come lingua di comunicazione dotta internazionale. Ciò ha fortemente contribuito a quella lettura addomestica e ’coloniale‘ del mondo e della lingua latina antica che ha caratterizzato fino a ieri (ma spesso ancora oggi) il loro studio. È evidente infatti che i testi e la lingua latini si radicano in un mondo altro, per cogliere il quale (né è detto ci si riesca sempre) è necessario allontanarsi dal proprio e dalle proprie categorie culturali. Per esempio, ancora oggi illustri intellettuali «che hanno fatto il liceo classico», per caratterizzare una situazione di umana solidarietà o simili, sogliono appellarsi alla «pietas in senso latino», del tutto ignari che la pietas Romana era un valore e un dovere politico e religioso a sfondo fortemente e spesso anche violentemente nazionalistico (parcere subiectis et debellare superbos: risparmiare chi si arrende ma sterminare chi resiste [Eneide 6,853]), per cui Enea non è pius perché esita sopra al corpo di Turno ormai a terra, ma perché obbedisce al dovere di ucciderlo in nome della pietas Romana ante litteram dovuta al giovane alleato Pallante.

 

Obiettivi vecchi ed esigenze nuove

Dal XV secolo fino a tutto il XVIII  l’obiettivo è stato dunque l’apprendimento di quella ’lingua latina‘ come strumento attuale di comunicazione. E lo studio dei testi antichi ne è stato fortemente condizionato anche quando è rimasto l’unica attività didattica culturalmente e socialmente motivata. Verso la fine del Settecento il ‘latino’ si è infatti definitivamente rivelato del tutto inadeguato a esprimere le categorie della nuova scienza, ma va ricordato che già Machiavelli e Galilei, cioè due grandi innovatori delle scienze europee, nel XVI e XVII secolo avevano usato, direi quasi inevitabilmente, l’italiano. La chiesa cattolica ha sostituito il ‘latino’ con le lingue moderne nella liturgia da più di 50 anni, conservandolo solo negli atti ufficiali: ma nel breve discorso di dimissioni di Benedetto XVI c’erano almeno quattro errori!

 

L’armamentario didattico costruito in vista dell’apprendimento del ‘latino’al fine di comporre o quanto meno tradurre in tale ‘lingua’, è fatto essenzialmente di grammatica (necessariamente normativa) e di traduzioni incongruamente usate come strumento di comprensione; e fino al 1969 anche di traduzioni per l’appunto in ‘atino’, un’operazione impietosamente definita già nel 1955 da Guido Calogero «un bell’esempio di imbecillità pedagogica». Sulla negativa interferenza del permanere di tale armamentario nella lettura dei testi antichi si suole giustamente citare, fra le altre, la testimonianza di Giovanni Pascoli, che in qualità di ispettore straordinario,  inviava nel 1883 una relazione al ministro che si  concludeva con queste sconsolate parole: «La grammatica si stende come un’ombra sui fiori immortali del pensiero antico e li aduggia… Virgilio, Orazio, Livio, Tacito! dei quali ogni linea, si può dire, nascondeva un laccio grammaticale e costò uno sforzo e provocò uno sbadiglio».

 

Permaneva intanto, come si è detto, la tendenza ad appiattire i testi e il mondo antico sulle categorie dell’Europa cristiano-borghese, costruendo un mondo romano e una lingua latina addomesticati, nei quali è dunque del tutto comprensibile che la pietas Romana si sia quasi rovesciata nel suo contrario. Ma anche virtus, felicitas, familia, ecc. non hanno avuto sorte migliore, tanto che ancora si crede che pater familias (cioè un padrone di servi, famuli) corrisponda a padre di famiglia; e si fa fatica a comprendere che la felicitas latina è una categoria non solo legata alla produttività e alla generazione, giusta il suo legame anche etimologico con femina, filius, fetus, ecc., ma è di assai problematica percezione con gli occhi rivolti alla nostra idea utopistica e psicologistica di felicità.

 

I testi latini come educazione al relativismo culturale

Naturalmente tutto ciò non ha impedito e non impedisce che insegnanti preparati e consapevoli siano riusciti e riescano a rendere lo studio dei testi latini una motivante fonte di interesse e di formazione per gli allievi. Fra essi certamente lo stesso Pasqualiche,  forse non senza conseguenze, fu per un breve periodo niente meno che insegnante privato di latino del giovane liceale Lorenzo Milani. Ma complessivamente, e in certo senso istituzionalmente, una didattica basata su grammatica (normativa) e (incongrue) traduzioni ha ottenuto e ottiene risultati piuttosto scadenti non solo quanto alla comprensione vera dei testi, ma anche quanto alla conoscenza stessa della lingua, indipendentemente dall’utilità o meno di quest’ultimo obiettivo. Ne fanno testimonianza, al di là delle mitologie autoconsolatorie, vari autorevoli esperti, fra i quali spiccano Giovanni Gentile, che nel 1923 nella premessa ai nuovi programmi lamentava «quello sconcio oggi così comune che giovanetti che hanno tradotto pagina per pagina il loro Cornelio e il loro Fedro, non sanno poi di che cosa parlino»; e il già citato Guido Calogero che nel 1955 constatava che «dopo anni di latino la generalità della popolazione italiana con maturità classica o scientifica, … messa davanti alla scritta latina sul frontone di una chiesa, … balbetta e non sa cavarne i piedi».

 

È appena il caso di richiamare l’attenzione sulle date di queste testimonianze, che fanno ampia giustizia di un’altra mitologia, quella per la quale il «declino del latino» sarebbe cominciato nel 1968, anzi per i più convinti nel 1962. In realtà a queste due date fanno capo riforme che hanno eliminato evidenti storture che quell’insegnamento del latino rappresentava nel nostro sistema scolastico, in termini non pertinenti di selettività sociale (1962: scuola media unica), e nello stesso approccio ai testi latini (1969: abolizione dell’assurda prova di traduzione in ‘latino’). Inoltre la cultura del Sessantotto ha molto contribuito alla critica al grammaticalismo normativo, anche come responsabile della formazione di mentalità dogmatiche, al contrario della linguistica scientifica e della grammatica descrittiva*. E la sensibilità antropologica anticoloniale, anch’essa particolarmente viva nel Sessantotto, ha molto contribuito a riportare l’attenzione sull’alterità del mondo romano. Sull’aspetto antropologico ha poi lavorato in modo specifico e fecondo Maurizio Bettini, promotore fra l’altro di una proposta di riforma dell’esame finale di latino che prevede che il testo da tradurre venga almeno affiancato da un apparato di contestualizzazione, e soprattutto che la prova consista anche nelle risposte a un questionario sulla reale comprensione del testo, della sua cultura, ecc.. Significativamente queste proposte sono oggetto privilegiato di attacchi da parte di «quelli che il liceo classico», alcuni dei quali arrivano incredibilmente a teorizzare che la traduzione di latino sarebbe tanto più formativa in quanto il famoso ‘brano’ sia staccato («sbranato», ironizzava De Mauro) da ogni contesto.

 

 

Non per caso Tullio De Mauro ha fatto della linguistica come educazione alla democrazia un’asse portante della sua ricerca e del suo magistero; e significativamente il linguista Martinet istituiva l’equazione «grammatica normativa: linguistica scientifica = morale : scienza dei costumi».

Oreste Tappi

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