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Recensione di L’appello di  Alessandro D’Avenia

Pubblicato il: 10/02/2021 05:17:11 -


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«E se l’appello non fosse un semplice elenco? Se pronunciare un nome significasse far esistere un po’ di più chi lo porta? Allora la risposta “presente!” conterrebbe il segreto per un’adesione coraggiosa alla vita».

La trovata iniziale dell’ultimo romanzo di Alessandro D’Avenia[1] è quella del tentativo di un insegnante che riprova a tornare a insegnare dopo essere diventato improvvisamente cieco. Proprio quell’insegnante non vedente in una classe difficile di maturandi costringe i suoi alunni a non nascondersi, perché l’unico modo che ha per conoscerli è ascoltarli uno per uno. E come se questo non bastasse ha bisogno anche del contatto con il loro volto; attraverso il tatto può mettersi in relazione con il corpo di ciascuno, spirito e carne. Impresa titanica in una società in cui viviamo di sguardi e di pregiudizio visivo, dove con uno sguardo pensiamo di aver già capito tutto.

C’è un modo di ricominciare da capo, dall’appello, restituendo anche alla parola scuola il suo significato originario, dal greco tempo libero: l’appello diventa l’espediente per spingere verso qualche cosa, prendendo in carico la tensione di vita dei ragazzi che il maestro ha di fronte e lanciarli nella vita.

L’appello ha la funzione di una chiamata a dire ciò che sei, uno spazio di crescita rivoluzionario, perché fatto di piccole attenzioni: è un modo di farsi carico delle vite degli altri, di accogliere l’esperienza dei propri alunni in un racconto autentico, senza maschere. L’insegnante deve concentrarsi sulla presenza dei ragazzi e non sulle proprie aspettative, lasciare «che siano loro a venire alla luce. La classe non la fanno i muri, ma i corpi, non i mattoni, ma le anime; persone strette dai legami invisibili che spingono a cercare insieme il senso delle cose».

Entrando in empatia con i propri ragazzi, l’insegnante riesce a sposare tutte le loro contraddizioni e li aiuta a aprire una strada verso l’alto, rendendoli consapevoli  di essere belli, anche se fanno un brutto compito.

Nelle pagine del romanzo la diffidenza iniziale dei ragazzi svanisce subito, al punto che una delle allieve sostiene ben presto che se un giorno avrà un figlio vorrebbe per lui la «scuola dell’appello, una scuola in cui ogni giorno il tuo nome viene detto da persone che lo tengono al sicuro e lo sfidano fino a che comincia a brillare. Il nome è come il carbonio, solo in certe condizioni diventa diamante, altrimenti diventa carbone. La scuola è il posto in cui i nomi dovrebbero diventare diamanti, perché ogni nome non solo è raro, ma è unico». I ragazzi hanno bisogno di tempo per raccontarsi, così come i maestri hanno bisogno di tempo per ascoltarli e lasciare che le loro storie raggiungano il loro cuore e il loro cervello.

Cresce nel racconto giorno dopo giorno una scuola senza mura, in cui si creano legami tra le persone, attorno a un focolare, come ai tempi di Omero; nell’aula – che in greco è il flauto – si crea uno spazio di pura accoglienza, in cui si aspetta che esca il suono del racconto di ciascuno.

Se non c’è relazione, c’è solo puro addestramento che dura poco e annoia. Dove c’è relazione, si impara a vivere[2]. Al posto di un «umanesimo cerebrale assolutorio e raffinato» bisogna avere il coraggio di preferire un «umanesimo carnale, sporco e faticoso».

La materia che ciascun maestro insegna è «sempre e solo la vita e le scienze sono un modo per capire qualcosa della misteriosa sostanza di cui è fatta. Il metodo scientifico ci offre istruzioni per la vita: prestare attenzione, stupirsi, raccontarla».

Dopo vent’anni di professione come insegnante di lettere, il cantastorie D’Avenia ha la convinzione di non avere davanti un pubblico di studenti, perché la didattica funziona solo quando si diventa il pubblico dei propri alunni. Si impara mentre si insegna, questo è il segreto dei veri maestri e se il maestro non è aperto alla crescita non farà crescere i suoi alunni: quando si esce dall’aula si è imparato qualcosa e se si ha la sensazione di non aver imparato nulla, quel giorno non si è riusciti neppure a insegnare: «Le lezioni non sono tragitti di metropolitana, obbligati, ma passeggiate in montagna, in cui ci si ferma quando si vuole, a riposarsi, a guardare il panorama, a toccare una pianta, a osservare un volatile».

Simbolicamente ogni insegnante deve saper mettere le mani sul volto dei propri alunni, rivolgere loro uno sguardo partecipe e attento, farsi maestro d’orchestra che deve mettere insieme strumenti, in una relazione discepolo-maestro in cui non si capisce più chi fa l’uno e chi fa l’altro. Se viene a mancare la relazione con il singolo studente, la qualità generativa di una relazione viva e vivace, manca il motore primo dell’insegnamento, che ha bisogno di un di più di incarnazione, di un umanesimo carnale per l’appunto.

Il messaggio dell’Autore è un invito autentico a porre massima attenzione al momento dell’appello in classe. «Una mia studentessa – ha raccontato – mi ha domandato perchè perdessimo così tanto tempo a fare l’appello. Le ho risposto che quel momento era addirittura più importante della lezione stessa». D’Avenia spiega che è inimmaginabile quanto un adolescente resti colpito dal fatto che il proprio insegnante facendo l’appello lo guardi dritto negli occhi e dimostri di accorgersi di lui. Emerge con prepotenza il tema della relazione tra docente e studente, dell’essere testimone credibile, anche nelle proprie debolezze, verso ragazzi che sono alla ricerca di un senso nella loro vita, immersi come sono in un eterno presente, che anche i vari social alimentano. Un compito affascinante, quanto mai complesso e difficile soprattutto in questi tempi di Dad.

[1] A. D’Avenia. L’appello, Mondadori, 2020.

[2] E. Morin, Insegnare a vivere, Raffaello Cortina, 2015.

Rita Bramante Dirigente scolastico dell'istituto comprensivo Cavalieri di Milano

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