
È trascorso ormai molto tempo da quando, nei lontani anni ‘80, ebbi l’opportunità di iniziare la mia carriera scolastica in un piccolo paese di montagna del Materano. Quei ragazzi che mi vennero affidati e i loro genitori (dediti, per la maggior parte, al lavoro dei campi) ritenevano un privilegio frequentare la scuola, che veniva considerata il luogo delle pari opportunità, della formazione umana e culturale, il luogo del riscatto sociale.
La stragrande maggioranza di quei ragazzi non aveva mai visto il mare o un treno da vicino, sapevano descrivere l’alba e il tramonto, le piante coltivate in quei luoghi e gli animali domestici, la loro casa-stalla e le proprie famiglie dedite al lavoro dei campi e degli allevamenti.
Ricordo che un giorno, in quella scuola media, vi fu la visita di un ispettore scolastico che, informatosi sulle attività didattiche programmate, definì inopportune e discriminanti, rispetto alle finalità che si prefiggeva allora la scuola dell’obbligo, le attività di potenziamento in matematica e italiano predisposte in orario pomeridiano e rivolte a gruppi di alunni particolarmente meritevoli.
Ribadì che si trattava di “discriminazioni positive” attuate nei confronti dei ragazzi più in difficoltà.
Attualmente sembrano non esserci problemi di questa natura, in tutte le scuole l’offerta formativa è a vasto raggio, molto ricca di attività e progetti nei vari ambiti del sapere, finalizzati al potenziamento, al consolidamento e al recupero delle competenze chiave disciplinari e di cittadinanza, al sostegno e alla integrazione degli alunni più deboli.
Le attività più gettonate dagli alunni riguardano specialmente il potenziamento delle lingue straniere e dei saperi informatici.
Grazie ai vari progetti nazionali, alle azioni dei piani operativi nazionali (PON), finanziati dal Fondo Sociale Europeo, un po’ tutte le scuole possono predisporre, senza alcun costo per le famiglie, progetti pertinenti per consolidare e potenziare le competenze linguistiche e informatiche dei propri discenti.
Peraltro, le scuole si sono dotate di laboratori multimediali, di informatica e linguistici, ben attrezzati, finanziati da progetti nazionali e dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale su progetti specifici.
Tutto fa pensare che i processi di insegnamento-apprendimento siano supportati un po’ dovunque dalle nuove tecnologie informatiche (il computer, la LIM, il web...) e che i docenti curriculari, con i loro discenti, possano facilmente avere accesso ai laboratori.
In realtà non è così, nonostante l’Informatica sia obbligatoria e riconosciuta dalle indicazioni nazionali morattiane e fioroniane, una disciplina di studio trasversale a tutte le aree culturali, nella pratica didattica gli insegnanti avvertono molte difficoltà di accesso ai laboratori.
“Professore, quando andiamo in laboratorio?” È la domanda che frequentemente viene rivolta dai ragazzi ai propri professori.
L’accesso facilitato ai laboratori di Informatica è consentito però solo ad alcuni esperti e a quei pochi professori “tecnologi”che, in virtù di un lasciapassare ai più sconosciuto, violando il principio sacrosanto delle pari opportunità e gratuità della scuola dell’obbligo, fanno un uso privatistico dei laboratori organizzando corsi di informatica, facendo pagare un prezzo in denaro alle famiglie premurose di far “emergere” precocemente i propri figli nell’ambito delle tre I berlusconiane (sic!!).
Tutto sembra in ordine, invero quello che colpisce è il fatto che nei processi di insegnamento-apprendimento curricolari la stragrande maggioranza degli alunni non ha accesso significativo ai laboratori di informatica, per cui temo fortemente che “il fattore tecnologico” possa costituire oggi un elemento di discriminazione nei confronti di molti docenti e alunni che si vedono confinati così nelle loro solite aule, con la solita lezione frontale, lavagna e gesso.
Non sarà mai ribadito a sufficienza che il successo formativo dei discenti è condizionato dal realizzarsi di un clima interumano, al realizzarsi di una vera comunità educativa, per la quale sia apprezzato, difeso ed esaltato uno stile di convivenza che pone la persona al centro di ogni esperienza di senso.
Non può essere ignorato che, oltre le intenzioni, è importante vedere se le qualità processuali dell’azione educativa introducono e promuovono una “situazione comune” in grado di garantire a tutti gli alunni pari opportunità formative senza alcuna discriminazione palese o occulta.
La lingua rende uguali!! di SAVIFANI, pubblicato il 15/07/2011
Non credo affatto che le TIC risolvano tutti i problemi della scuola . Quello che vorrei mettere in evidenza è il disagio che si prova nella scuola quando non si creano pari opportunità. Alcuni docenti e alcune classi hanno facile accesso al laboratorio, altri no! Alcune classi possono fare lezione con la lim e altre devono continuare a fare lezione secondo i vecchi canoni. Vi è in questo una discriminazione che merita una discussione. So bene che ai ragazzi bisogna far conoscere e capire "l'essenza delle cose" al di là dei tecnicismi e degli artifici informatici. Il mio intervento mira, però, a denunciare l'affermarsi nella scuola di un tecnologismo scenico e appariscente che avvantaggia pochi ed ne esclude tanti . Si tratta di fare un uso "scientifico" degli strumenti informatici, ben organizzato, per arricchire e potenziare le competenze linguistiche e comunicative. "La lingua rende uguali" diceva D.L.Milani
mezzi e fini di alfredo tifi, pubblicato il 14/07/2011
è una delle domande che odio di più. Come dire: invece a star qui a sorbirci un compito di apprendimento al quale è interessato solo il prof, perché non accendere la televisione. Poi, girando col telecomando, troveremo qualcosa per passare il tempo. Questo è esattamente ciò che hanno in mente la maggior parte degli studenti italiani, tranne forse qualche figlio di papà in qualche scuola ultraprivata, quando chiedono (o spesso anche pretendono) di andare in laboratorio, come da calendario. Questo è vero sia che si tratti di un laboratorio di informatica, sia di chimica. E' evidente che a tutti piaccia la vita dello spettatore e del "curiosatore", ben più di quella del discente. Risposte passive di fronte a tutto ciò che comporti cambiamento e sforzo di comprensione, risposte attive nei confronti di tutto ciò che comporti puro svago e divertimento, o pura curiosità (non seguita da alcuna responsabilità). Il vero problema è che spesso il compito di apprendimento (il fine) non è definito, non è condiviso o ambedue le cose, fin dall'inizio. In tal caso non possiamo confondere l'uso di "concessioni", "diversivi" motivanti e divertenti, e tempi trascorsi in laboratorio (mezzi, che costano molto più degli strumenti tradizionali) con il raggiungimento del fine. So per certo, per i numerosi tentativi, che anche quando si hanno a disposizione mezzi tecnologici (e il 90-95% dei miei studenti a casa li ha e il 100% li usa sistematicamente a scuola) la "realizzazione di una vera e inclusiva comunità educativa" è ostacolata dal fattore "fine curriculare" (se questo riguarda la mente degli studenti e non le ram dei computer), salvo situazioni veramente eccezionali, che richiedono anni di lavoro dove, però tali comunità si realizzano anche in assenza di tecnologie o con un uso limitato di tecnologie. Sono i ragazzi stessi che a 16-18 anni dicono: "finché si gioca si gioca, ma quando devo imparare qualcosa mi serve un libro, una matita e devo spegnere il computer che mi distrae". Purtroppo ogni volta che si parla di ICT a scuola si parla sempre degli strumenti usati, ma non di cosa si fa di cognitivamente e di significativamente diverso dalle "solite" lezioni con tali strumenti. Le lezioni senza tecnologie devono essere per forza etichettate come "solite" e come "frontali"? Io invece, da chimico, che analizzo le cose e non chiamo "uguali" cose diverse, e non perdo di vista la concretezza della materia, dico che le lezioni fatte con le tecnologie sono giochini divertenti che sfiorano la superficie delle discipline e girano attorno ai problemi. Almeno adesso siamo pari.
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