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Lasciateci insegnare! – di Giuseppe Cappello

Pubblicato il: 26/06/2019 10:00:17 -


Conversando di didattica.
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Come in un dialogo platonico, scendendo nell’agorà in uno dei primi pomeriggi caldi dell’estate, ci siamo incontrati per caso con un amico.
Un amico e un collega. Non è passato che qualche minuto per gli aggiornamenti familiari e subito il discorso è andato su ciò che ormai per i docenti è sempre meno usuale: la didattica.

La scuola, infatti, fra una miriade di folli e tantalici adempimenti burocratici sta sempre di più mettendo ai margini ciò che essa dovrebbe essere nella sua essenza. Ciò che, al variare delle sue specificità geostoriche, dovrebbe qualificarla per quello che è (e non può non essere): l’insegnamento. Il castello di carta e di byte, precipitato come il napalm in mailbox sempre più sulla soglia di una crisi dello spazio disponibile, infiltra sempre più l’attività dei docenti fino arrivare al cuore stesso della città che essi hanno scelto a monte di abitare. E in cui, appunto, in una sorta di Vietnam burocratico, essi figurano sempre di più come reduci. Intender non lo può chi non lo prova. E ancora: intender non lo può chi non lo disapprova! Si, perché, oggi, vi è una sorta di assuefazione a questa risoluzione del ruolo della guida spirituale a quella della guida amministrativa rispetto a cui non sembra emergere, nella categoria, se non il lamento, il mugugno e l’affanno. Si fanno, d’altra parte, grandi proclami di scioperi su temi veterosindacali (fra stoltezza e/o intelligenza col nemico) e non si vede che il tema è questo. Il problema è questo. Il problema dello spazio vitale che ancora è concesso al docente perché la sua esistenza possa commisurarsi sufficientemente ogni giorno con la sua essenza. Perché egli possa essere ancora un insegnante (e non un impiegato). Una figura di riferimento per la crescita e lo sviluppo di ciò che c’è di più prezioso nei ragazzi: il cuore e la mente. In una parola, il loro spirito.

Per questo abbiamo scelto questa professione. Per rimanere fra i due fuochi dei lari della sapienza del passato e della fibrillazione del futuro. Una sapienza del passato che, fra il mare magnum di carte e di fuffa amministrativa, è sempre di più il lontano miraggio del naufrago che vorrebbe leggere, studiare, sapere. Nutrirsi di quel cibo di cui poi nutrire i giovani. Pure per uno stipendio il cui valore è stato già messo, a monte, tra parentesi. Ciò che però ora sta andando sempre di più tra parentesi, e di cui irriducibilmente vorremo invece continuare a nutrirci e a nutrire, è quello del salario che per il vero docente costituisce il sale, appunto, della vita. Lo stare in classe fra libri e ragazzi. Questa è la nostra vita. Il sale della vita che abbiamo scelto e per cui bisognerebbe lottare fra consapevolezza, condivisione e, ci sia concesso, uno slang liberatorio: fatece insegna’, anche per dieci ore al giorno, anche per quelle due lire che ci date, ma fatece insegna’!

Giuseppe Cappello

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