Dalla partecipazione femminile alla ricerca di cambiamento nella scuola

È momento di consuntivi anche per la partecipazione, che dopo oltre quarant’anni si presenta ancora confusa e dal futuro incerto. È il punto di vista disincantato di chi, dopo aver riposto le proprie speranze anche nei nuovi mezzi di comunicazione, consapevolmente vive e analizza la realtà di un’esperienza.

Il primo impegnativo incarico di rappresentanza per le mamme volenterose e disponibili della scuola dell’infanzia è prevalentemente dedicato alla raccolta di un fondo cassa e all’acquisto di materiali di prima necessità di cui la scuola sembra ordinariamente sprovvista: i più gettonati carta igienica e risme di carta. Sarà per questo che i papà se ne tengono lontani?! Nella scuola primaria, alla costante cura per la gestione di cassa si accompagna una maggiore opportunità collaborativa e costruttiva, spesso sprecata in conversazioni che non superano l’orizzonte limitato del proprio figlio. Mentre successivamente, archiviata l’attività contabile, anche l’incarico di rappresentanza si riduce a qualche presenza da uditore durante fugaci incontri.

Un mondo femminile, considerata la notoria schiacciante maggioranza anche tra i docenti, che caratterizza le insuperabili difficoltà nel rapporto scuola-famiglia come una incomunicabilità tra donne.

In consiglio di istituto la mascolinità ha un rigurgito d’orgoglio e l’autorità del ruolo spinge i papà a candidarsi. Ma anche nella sede della progettualità si resta incapaci di condividere, inconsapevoli spesso delle competenze e opportunità. Il presidente diventa un sovrano senza regno, un cavaliere senza cavallo, un ministro senza portafoglio.

Le costruzioni più fantasiose della partecipazione riguardano il ruolo dei comitati genitori, in merito ai quali l’eufemisticamente modesta disciplina normativa scatena l’immaginazione sulle modalità di costituzione, organizzazione e funzionamento, di cui ciascuno appare depositario assoluto. Eppure qualche testimonianza positiva non manca, qualche coinvolgimento progettuale oltre la vendita di beneficenza o la rappresentazione teatrale. Si può pensare per esempio al monitoraggio e alla divulgazione delle esperienze del progetto ministeriale “Genitori e scuola”. Chissà perché nell’era della globalizzazione le buone pratiche pur testimoniate e documentate nella rete, come nel Progetto Gold, raramente diventano scambievole esperienza.

È evidente che non è l’obbligatorietà di un organismo che fa la differenza. Del resto norme ancora in vigore non hanno salvato gli organi territoriali, mentre il dichiarato “fallimento” della partecipazione legittima la proposta di cambiamento e di cancellazione.

Chi si lascia incendiare dalla passione partecipativa deve riuscire a districarsi tra leggi, decreti, circolari, scadenze, termini. Ma più conosce, più perde il contatto con il comune e l’ordinario, diventa uno straniero in patria senza interpreti né traduttori, mentre il disinteresse dei più, privi di reali motivazioni, autorizza pochi stakeholders a definirsi rappresentativi.

La pur avvertita necessità di collegamento per assumere un ruolo di interlocutore riconosciuto, induce localmente a riunirsi in coordinamenti, che nati spontaneamente e diversamente motivati e consapevoli, restano inevitabilmente senza diffuso e costante contatto con la base, senza strutturarsi e istituzionalizzarsi, mancando forze sufficienti a superare i confini territoriali e un’idea condivisa.

Pertanto a identica definizione terminologica di tali organismi corrispondono sovente contenuti e forme differenti.

La rete è il luogo dove colmare il vuoto, sentirsi tanti, dove un monitor e una tastiera riducono la dimensione spazio-temporale.

Nel supermercato cibernetico c’è chi entra e si serve, mentre altri fedelmente restano a servire al banco. Ogni nuovo ingresso è accompagnato da entusiasmo e speranze di cambiamento. La rete è un negozio sempre aperto e servito, che ti travolge con le sue potenziali illimitate capacità di creare nuovi rapporti amicali finalmente tra simili, che sanno comprendere e risolvere i tuoi dubbi, rispondere ai tuoi bisogni. E se non ci si sente più soli, si corre però il rischio di perdere di vista la reale dimensione numerica, mentre a dialogare si è sempre gli stessi, troppo pochi e “concorrenti”. Guai se il “magazzino” di qualcuno appare più fornito e appetibile di un altro, si scatena una competizione senza mercato e senza utile, rivalità e gelosie nascoste dietro qualche messaggio di un server di posta. Anche qui le donne governano le avversioni, mentre non si perviene a nessuna condivisione di proposte, che non risultano aggreganti quanto la visibilità della protesta.

La consapevolezza che in questo mondo al femminile, anche per le difficoltà di un’ampia condivisione progettuale, dal basso si producono cambiamenti limitati alla propria scuola o alla personale esperienza, può spegnere gli ardenti entusiasmi, deludere le speranze e farti perdere dei compagni di viaggio. Ma la logica, amara e razionale disillusione può segnare una lucida via da percorrere che non può che essere istituzionalizzare il facoltativo; ridare voce a principi di rappresentatività smarriti; istituire luoghi di consultazione stabili, di collegamento, di formazione, aperti, che ci permettano di ritrovare le motivazioni e superare i facili protagonismi e gli individualismi, in cui la voce senza “genere” dei genitori possa produrre proposte concrete.

Ma rischiano di restare solo parole e false partenze, perché non basta conoscere la meta, occorre sapere “come” raggiungerla, “quali mezzi” usare e “con chi” percorrere il cammino, non accontentandosi di rappresentare altri nell’indifferenza, ma favorendo la crescita della consapevolezza.

Genitori in Movimento
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