Greco antico vs greco moderno: qualche spunto di riflessione 1/3

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di Caterina Carpinato | del 29/09/2016 |commenta

Greco antico vs greco moderno: qualche spunto di riflessione 1/3
Conoscere meglio la Grecia, senza gli stucchi neoclassici e i pregiudizi dei «classicisti puri», ma anche senza attualizzazioni forzate del messaggio degli antichi, permetterebbe di capire meglio la nuova Europa.

Lingua e cultura

La storia della lingua greca, l’unica nel panorama europeo ad avere un corso ininterrotto di tremila anni, offre spunti di riflessione e di analisi socioculturali anche ai non specialisti. In Italia, sia in ambito scolastico che universitario lo studio della lingua (ma della Grecia antica) esclude quasi sempre la conoscenza del greco moderno e della Grecia, per motivi connessi con l’evoluzione storica dello studio del greco in Occidente e le esigenze della ricerca specialistica, ma dipendenti anche da implicazioni ideologiche, culturali e –non da ultime- religiose.

Greco antico come l’inglese, e il greco per i greci

1. Grazie alla diffusione e alla forza della cultura greca, nonché alla potenza commerciale delle città greche nei porti del Mediterraneo, il greco, nella forma della cosiddetta koinè ellenistica, ha svolto il ruolo lingua franca (come oggi l’inglese, per intenderci). Isocrate (436 a. C. - 338 a. C.), in modo fulminante aveva dovuto sentenziare che ελληνεσ καλουνται οι τησ παιδευσεωσ τησ ημετερασ μετεχοντεσ (si definiscono Greci quanti condividono la nostra cultura): una proposta antica (ma ancora attuale) per l’identità e l’integrazione degli stranieri. I βάρβαροι (coloro che balbettano) erano quelli che non sapevano esprimersi in modo compiuto in greco.

2. La conoscenza del greco ha permesso la diffusione del Cristianesimo, determinando la fine del mondo antico. Dopo la caduta di Roma nel 476 d.C., la nuova Roma, la città di Costantino, Costantinopoli dal IV sec. fino al 1453, è la capitale dell’Impero Romano d’Oriente. In seguito, dopo l’arrivo dell’esercito di Maometto II e dei turchi ottomani, l’insegna del potere, l’aquila bicipite, cioè tutto l’apparato ideologico, militare, amministrativo del potere romano -salvaguardato con rigidità ortodossa-, migra verso la terza Roma, Mosca, e si poggia sulle mani dello “zar”, parola storpiata per “Caesar”. La cristianizzazione dell’Europa orientale nasce come esigenza politica alla corte degli imperatori romani di lingua greca che guidavano il cosiddetto impero bizantino: l’alfabeto cirillico deriva da quello greco.

3. Oggi, la lingua greca, che ha lasciato (e che ha fornito l’etimologia per termini recenti) parole come “musica, poesia, politica, pediatria, oncologia, crisi, democrazia, dialogo, idraulico…”, è parlata da poco più di dieci milioni di persone e in un’area del mondo molto delimitata e solo dal 1976 la lingua greca dimotikì (cioè quella parlata) è ufficialmente lingua dell’istruzione e dell’amministrazione.

Perché il greco di oggi mantiene così stretti legami con l’antico?

Una delle cause principali che hanno permesso la salvaguardia della lingua è dovuta al fatto che i greci hanno saputo (e potuto) mantenere una coesione culturale e linguistica all’interno delle loro chiese anche durante i secoli di dominazione straniera, con “padroni” che si esprimevano in altre lingue, e professavano diversamente la fede religiosa. La lingua, dunque, è stata per secoli “patria” e “riferimento sacro”. Nella (e con) la lingua i greci, sia della diaspora che quelli dominati da stranieri, hanno mantenuto la loro identità.

La lingua greca, nella sua forma attuale, cioè quella che insegniamo nei nostri corsi di lingua (neo)greca, è diventata lingua dell’istruzione e dell’amministrazione dello stato greco solo nel 1976, dopo la fine della dittatura dei colonnelli (1967-1974). La questione della lingua greca, della diglossia katharevusa (lingua colta epurata) / dimotikì, infervora la vita dei greci fino ai nostri giorni (si pensi alla passione del commissario Charitos di Petros Markaris, il Montalbano greco per intenderci, nei confronti del vocabolario Dimitrakos). In un’epoca globalizzata, interessata alle culture locali spesso solo per gli aspetti gastronomici, la specifica dimensione ellenica, fortemente incentrata sulla promozione (direi quasi devozione) nei confronti della lingua, risulta incomprensibile per uno straniero, che non si spiega il perché di tale affezione nei confronti della lingua.

Il greco (antico e moderno) per noi

Fino a circa un decennio fa in Italia esistevano forse solo due immagini di “Grecia”: quella classica/scolastica e quella delle vacanze. Entrambe avevano i loro cultori. Poi, in seguito alla recente crisi economica, i due stereotipi sono cambiati, trasformando la Grecia e i greci che la mia generazione (nata nei primi anni Sessanta) aveva conosciuto. Chi ha oggi più di sessant’anni ha fatto in tempo ad avere un’idea di una Grecia diversa: ricorda, infatti, gli anni della dittatura militare (1967-1974), con il conseguente esilio di molti intellettuali in Occidente (il regista Theo Angelopoulos era uno di questi) e ha conosciuto vari studenti greci, che affollavano le nostre università prima dell’apertura di centri di studi superiori negli anni Ottanta per volere del governo socialista di Papandreu.

È possibile conciliare le diverse immagini della Grecia moderna e dei greci del Novecento, con le altre, scolastiche e libresche, tramandate con amore e sacrificio, per decenni, dalla scuola (e dall’università) italiana? Per la maggior parte dei miei colleghi grecisti ciò non è possibile (né forse auspicabile…). Per salvaguardare la vitalità del greco classico, con gli occhi scrupolosi dei filologi, sembra necessario creare una soluzione di continuità, uno stacco netto e preciso, fra antico e moderno, bypassando tout court Bisanzio: bisogna proteggere la lingua antica dalla contaminazione con l’altra. L’una, la Grecia classica mantiene il suo austero prestigio, mentre quella moderna può essere affidata ad uno sfruttamento turistico o ad un approccio più divulgativo… eppure una conoscenza diversa della lingua e della cultura greca, osservate nel loro percorso diacronico, potrebbe (e dovrebbe) promuovere un nuovo approccio critico con la Grecia (antica e moderna).

Dalla seconda metà del Novecento, nell’epoca più vicina a noi, le due diverse immagini della Grecia sono state, quindi, quasi ovunque, ben distinte.

Ma era sempre stato così? No. Ogni generazione, e anche ogni area del nostro Paese, dal riemergere dello studio sistematico del greco in età umanistico-rinascimentale, ha creato una sua diversa immagine della Grecia, a seconda della situazione politica, ideologica e culturale: c’è un’immagine diversa della Grecia a seconda delle diverse condizioni storiche e geografiche del nostro territorio (altra è la percezione del greco e della Grecia a Trento, altra a Napoli, altra a Venezia, altra a Siracusa…).

Se la scuola e l’università italiane (con il supporto del MIUR) saranno in grado di valorizzare anche le dimensioni post-classiche del greco, attraverso lo studio del millennio bizantino e delle trasformazioni linguistiche del greco, il nostro paese potrà continuare a vantare un’eccellenza scientifica riconosciuta a livello internazionale.

Ogni epoca si costruisce la sua idea di passato e decide cosa trasmettere alle nuove generazioni e cosa distruggere. Il percorso dello studio del greco non è stato lineare ed ininterrotto, dall’età umanistica ad oggi ha conosciuto molti e vari momenti oscillanti fra il degrado e l’esaltazione (si pensi, ad esempio, a Leopardi e alla sua passione rivoluzionaria per il greco, che in parte ha compreso anche Mario Martone nel film Il giovane favoloso, 2014, ma anche ad un’opera settecentesca sulla pronuncia di Tommaso Velastis, gesuita originario di Chios, nella cui introduzione vi è un appello a Caterina II di Russia affinché si impegni per la liberazione dei greci ortodossi dai turchi).

Un nuovo approccio alla Grecia e ai greci

Per un nuovo approccio critico nei confronti della lingua greca (se vogliamo averlo), abbiamo bisogno –credo- di riflettere su alcuni:

1. Pregiudizi: rapporto fra Grecia antica e moderna, immaginario classico e realtà, dimensione spensierata di vacanze tutte buzuki, spiagge e pomodori con la feta; greci come le “cicale” nella famosa contrapposizione alla formica;

2. “Buchi” : nella nostra cultura di base: cosa sappiamo del cristianesimo ortodosso, dell’Europa orientale, di “Bisanzio” e suoi annessi e connessi storici-culturali, oltre che religiosi e ideologici;

3. Assenze storiche: Ignoranza della storia greca ed europea del secondo dopoguerra

* il no dei greci alle pretese di Mussolini nel 1940 e la conseguente partecipazione della Grecia alla II guerra mondiale;

* Guerra civile greca fino al 1949, con ritardo nella ricostruzione e nella ripresa del paese- che aveva potuto sedersi al tavolo dei vincitori, ma che viene lasciato alla deriva dello scontro fratricida;

* ruolo della dittatura militare dal 1967 al 1974: durante il periodo in cui l’Occidente si ribella alle convenzioni sociali e culturali, ‘68 del Maggio francese, mentre i giovani occidentali ascoltano Jesus Christ Superstar e Hair i greci sono costretti ad esprimersi secondo le regole della cosiddetta “katharevusa”, lingua ingessata e ripulita, creata nel corso dell’Ottocento ad immagine e somiglianza dell’antico, per ridare dignità alla lingua imbastardita;

* ruolo della diaspora: molti intellettuali rimangono in esilio all’estero, altri greci meno benestanti raggiungono gli emigrati greci che si sono stabiliti in Germania, Austria, Belgio, Francia, Inghilterra nel secondo dopoguerra, oppure in America, in Australia o nell’Europa dell’Est.

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