I GIOVANI ED IL LAVORO CHE MANCA

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di Diego Lana | del 27/04/2017 |commenta

I GIOVANI ED IL LAVORO CHE MANCA
Una proposta dell’educazione all’imprenditorialità

E’ a tutti noto che un po’ in tutto l’Occidente il sistema economico capitalistico non riesce più ad assorbire la domanda di lavoro e che per questo , specialmente in alcuni paesi tra cui l’Italia, masse di giovani , mediamente più acculturati di quelli di una volta, sono disoccupati. Il problema per quanto riguarda l’Italia incide maggiormente su quelli del meridione e in particolare sulle donne provocando non solo massicce emigrazioni ma anche effetti demografici molto gravi: i giovani non solo lasciano le proprie città per andare al Nord o all’Estero ma non si sposano e non fanno figli.

Per combattere tali fenomeni, oltre all’auspicio della crescita economica ed ai tentativi dei vari governi di favorirla, da tempo, si propone ai giovani di non puntare come una volta per il loro inserimento professionale sul lavoro subordinato ma di cercare di mettersi in proprio , di intraprendere un’attività economica, con il duplice obiettivo di risolvere il proprio problema occupazionale e creare nel contempo occasioni di lavoro per gli altri.

La proposta , che configura un vero e proprio modello di sviluppo economico, è sostenuta dall’Ue che, per evitare sprechi di risorse economiche e possibili frustrazioni personali conseguenti al fallimento delle iniziative produttive intraprese, raccomanda ai vari paesi membri non solo di favorire la creazione di nuove imprese ma, anche di organizzare appositi corsi di educazione all’imprenditorialità inseriti nei curricoli scolastici ed universitari.

La proposta è interessante anche per il nostro paese non solo perché la nascita di nuove aziende potrebbe contribuire alla riduzione della disoccupazione e favorire l’auspicata crescita economica ma anche perché lo svolgimento dei corsi di educazione all’imprenditorialità potrebbe abbattere il tasso di mortalità attualmente alto delle nostre imprese, specialmente di quelle giovani. Per altro nel nostro ordinamento scolastico non vi sono incompatibilità di ordine pedagogico che ne impediscano l’accoglimento.

Infatti anche nei nostri curricula sono previste abilità oltre che conoscenze e sensibilità ed abilità come l’intraprendenza , la creatività, l’autonomia, la capacità organizzativa, l’apertura al nuovo, la capacità di analisi, che sono tipiche di una educazione imprenditoriale, non hanno solo un rilievo economico ma anche politico, umano e sociale. Anzi nel caso nostro tali abilità potrebbero contribuire a risolvere alcuni nostri problemi storici quali il miglioramento della qualità delle decisioni pubbliche e private, l’ aumento dell’efficienza dei servizi pubblici, la crescita della produttività della pubblica amministrazione.

Linee di un intervento scolastico.

Partendo da tali premesse , e quindi mettendosi nell’ottica di contribuire a realizzare quanto suggerito dall’Ue, occorre prima di tutto far prendere coscienza agli studenti, alle famiglie, agli stessi docenti della realtà drammatica in cui viviamo , particolarmente critica per il Sud, e del cambiamento di prospettiva dei giovani di oggi , in buona parte candidati alla disoccupazione e senza speranza di trovare lavoro almeno nel breve andare e forse anche nel medio.

Specialmente i giovani che leggono poco e spesso studiano poco ritengono che il loro avvenire procederà come quello dei loro genitori, quindi con un lavoro sicuro, magari nella stessa città di residenza, con il matrimonio e la pensione.

Non si rendono conto degli effetti della globalizzazione che ha rivoluzionato il campo del lavoro, cambiandone la sede (tutto il mondo), la durata del contratto (spesso a tempo determinato), il trattamento pensionistico (contributivo e non retributivo) con l’effetto di ridurlo notevolmente anche per effetto della disoccupazione che riduce la contribuzione del datore di lavoro e del prestatore di lavoro.

Esaurito questo compito preliminare , necessario ai fini della motivazione ma anche per far comprendere i limiti derivanti dalle caratteristiche del nostro territorio, si può poi passare alla realizzazione del corso che dovrebbe tendere ad un miglioramento delle competenze individuali .Esso potrebbe collocarsi alla fine della scuola dell’obbligo per coloro che non intendono continuare gli studi o alla fine della scuola secondaria per tutti gli altri e comprendere almeno 3 moduli:

1) un modulo sulla natura e sul funzionamento delle imprese;

2) un modulo sulle caratteristiche individuali richieste per il successo dell’attività imprenditoriale;

3) un modulo sulle modalità di analisi delle idee imprenditoriali.

Bisognerebbe particolarmente curare il metodo di lavoro coinvolgendo le reti territoriali per l’istruzione, la formazione ed il lavoro, dando il dovuto rilievo alle “testimonianze”, Il limitando lo spazio delle lezioni frontali a vantaggio di tecniche didattiche come il “problem solving” più adatte a far percepire la complessità ed il dinamismo delle situazioni d’impresa, a far comprendere il travaglio ed il rischio delle decisioni, a far cogliere l’importanza dell’innovazione e dell’intraprendenza nella gestione degli affari.

I moduli cosi concepiti e cosi realizzati , anche ricorrendo ai “lavori di gruppo”, dovrebbero poi essere controllati con “verifiche formative”, tendenti a verificare l’avvenuta acquisizione, e “verifiche sommative”, tendenti alla valutazione di quanto acquisito.

Il tutto dovrebbe essere corredato dalla osservazione diretta dei problemi trattati in modo da favorire quello “apprendere facendo” che richiede tempi più lunghi rispetto all’insegnamento per comunicazione ma che è sicuramente qualitativamente superiore Naturalmente l’organizzazione cosi predisposta per gli studenti potrebbe utilizzarsi ad esempio tramite i Centri per l’impiego per coloro che, avendo concluso il ciclo degli studi, sono fuori della scuola e disoccupati.

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