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Il sondaggio sull’apprendistato: le vostre opinioni

Pubblicato il: 25/05/2011 19:55:42 -


Cosa pensa la Community dell’apprendistato? 1) i giovani hanno diritto di fruire di percorsi di istruzione decennali capaci di confrontarsi con esigenze specifiche di formazione; 2) l’apprendimento formale, pur arricchito di esperienze e di confronti col mondo del lavoro, non può essere sviluppato direttamente “on the job”, ma ha bisogno dei tempi e dei luoghi propri della istituzione formativa.
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Nel sondaggio sull’apprendistato vi abbiamo chiesto di esprimervi a proposito della seguente sollecitazione: “Il governo ha approvato una norma che consente ai giovani di completare l’ultimo anno dell’obbligo con un contratto di apprendistato. Al riguardo tu pensi che sarebbe opportuno che…”.

Queste le domande poste ai nostri lettori, questa la distribuzione delle risposte: 34% di persone favorevoli ad avviare al lavoro precocemente, attraverso l’apprendistato, i ragazzi che non dimostrano motivazione/attitudine allo studio; 22% che esclude l’esperienza lavorativa dal percorso obbligatorio; un 44% che, complessivamente, riconosce il valore formativo del lavoro e ne auspica la collocazione entro la fase finale del percorso scolastico obbligatorio per tutti/e, ma nello stesso tempo sottolinea la necessità di arricchire i percorsi scolastici di coloro che devono essere sostenuti negli ultimi due anni di istruzione obbligatoria.

Due posizioni quindi difficilmente conciliabili: da un lato il lavoro visto come via di fuga da una scuola che non ti sopporta e che non sopporti più, dall’altra il lavoro visto come esperienza di arricchimento sociale e culturale che, collocato come articolazione di un percorso formale di studio, ne realizzi tutti quegli aspetti che chiamano in causa la motivazione, la voglia di misurarsi con la realtà e la necessità di dare prospettiva , senso e responsabilità a chi impara. Il banco di prova per la scuola secondaria superiore, riordinata dall’azione del ministro Gelmini, dovrebbe essere proprio questo: la capacità di orientare i giovani e di dar loro strumenti adatti a progettare con responsabilità e cognizione di causa il proprio futuro, offrendo opportunità di riflessione, di approfondimento teorico di conoscenze e di esperienze pratiche. Il biennio conclusivo dell’istruzione obbligatoria dovrebbe essere, in questa prospettiva, lo snodo cruciale. Alla verifica dei fatti il riordino si sta dimostrando essere un tentativo, non sempre oculato, di contenere costi e ridurre il personale, non c’è quindi da stupirsi se il dibattito si è progressivamente avvitato sui temi dello spezzatino delle materie, sulla difficoltà di operare, con meno risorse, in percorsi che comunque, dopo gli otto anni di scuola media, richiedono ai giovani di fare scelte definitive, riconfermando sostanzialmente condizioni socio-culturali derivanti da contesti e da status delle famiglie di origine. Equità nelle opportunità e inclusione nei processi di costruzione di identità e di riconoscimento di aspirazioni e motivazioni rischiano di restare parole vuote: la scuola continua a contare i dispersi e a confrontarsi con chi non “vuole”o non “sa” imparare con inefficaci strumenti tradizionali. E il lavoro come momento e strumento di verifica di sé e di formazione? Compare ancora una volta come alternativa, a parole , più che nei fatti, per quelli che non imparano o imparano poco a scuola. È qui allora che torna in campo l’apprendistato. La riforma del 1997 prevedeva per gli apprendisti una formazione non solo sul posto di lavoro,ma esterna, organizzata dalle Regioni . Ma le cose sono andate in modo diverso, tanto che non solo l’Unione Europea, ma la stessa normativa italiana è dovuta intervenire con provvedimenti sanzionatori. L’ambigua formula del “riconoscimento della capacità formativa” delle imprese e quindi la possibilità di fare una formazione solo interna, ha portato la stragrande maggioranza degli apprendisti a non avere opportunità di apprendimento, se si eccettua quello che si impara lavorando “hic et nunc”. Ancora di recente i dati ISFOL parlano chiaro: solo il 35% di apprendisti formati nel nord-est, il 25% nel nord-ovest (queste sono le due situazioni virtuose), il 10% nel centro, il 5,1% nel sud, 1% nelle isole. Fiorella Farinelli, nell’articolo sull’apprendistato dell’imminente numero 11 della rivista Rocca (1 giugno 2011), ricostruisce la storia di questo specifico contratto di lavoro dalla sua istituzione negli anni cinquanta alla attuale proposta di testo unico. Nessuno nega oggi la necessità di un provvedimento che dia ordine a una normativa ambigua e talora confusa sulla stessa materia (diverse responsabilità di troppi soggetti competenti, a vario titolo e talora in contraddizione gli uni con gli altri), ma appare grave che questo vada a modificare proprio la norma che prevede l’innalzamento dell’inizio dell’età lavorativa, stabilito per consentire a tutti/e il completamento del percorso di istruzione obbligatoria di 10 anni. Se in sede di confronto sul Testo Unico sull’apprendistato, proposto dal ministro Sacconi , approvato recentemente dal Consiglio dei Ministri, non si interverrà a modificare questo punto, entrerà in vigore una deroga, che offrirà a studenti molto giovani, ancora in età di obbligo di istruzione, un contratto di lavoro invece della possibilità di completare questo percorso formale di istruzione. I risultati del nostro sondaggio presentano sicuramente una diversa prospettiva che appare utile sintetizzare in due punti:
• i giovani hanno diritto di fruire di percorsi di istruzione decennali capaci di confrontarsi con esigenze specifiche di formazione
• l’apprendimento formale, pur arricchito di esperienze e di confronti col mondo del lavoro, non può essere sviluppato direttamente “on the job”, ma ha bisogno dei tempi e dei luoghi propri della istituzione formativa.

Vittoria Gallina

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