
Stampa e opinione pubblica parlano tanto di “quizzone” e purtroppo hanno ragione! In dieci anni la nostra scuola non è stata capace di costruire una terza prova come disegnata dalla legge di riforma del 1997. Il fatto è che il nostro esame di Stato non è più di maturità e non è ancora in grado di certificare competenze. Siamo nel limbo da dieci anni!
Perché la terza prova degli esami di Stato è così squalificata? Perché per i docenti è un adempimento inutile e faticoso e per gli studenti una sorta di indovinello? Perché, a dieci anni dal nuovo esame che, ricordiamolo, non ha più come fine la “valutazione globale della personalità del candidato” (così recitava la precedente legge 119/69), ma l’accertamento e la certificazione delle competenze da lui raggiunte (legge 425/97), siamo ancora mille miglia lontani da questa finalità? Il fatto è che il “nuovo” esame di Stato non è mai nato, e che il “vecchio” non è mai morto! A fronte di questa più che amara constatazione, la gelminiana media del sei necessaria per l’ammissione all’esame non solo non è il pannicello caldo apposto sulla ferita, ma è una iniziativa che nulla ha a che vedere con il rigore, la serietà e la severità che qualunque prova di esame dovrebbe avere. Analizziamo la natura e la finalità delle quattro prove. Cito dalla legge 425/97.
La prima prova “è intesa ad accertare la padronanza della lingua italiana… nonché le capacità espressive, logico-linguistiche e critiche del candidato, consentendo la libera espressione della personale creatività”. Padronanza linguistica non significa direttamente tema, ma prove che permettano di verificare la competenza di leggere, scrivere, elaborare e produrre criticamente e con originalità. L’analisi del testo (tipologia A) è conforme a tale assunto. Altrettanto dicasi per la tipologia B: infatti il saggio breve (da sottolineare, comunque, che quello ideato dal MIUR non è quello che propone la docimologia) e l’articolo di giornale, a cui avrebbero dovuto seguire negli anni successivi la relazione, l’intervista e altre tipologie di scrittura, sono conformi all’innovazione avanzata dalla legge. Ma le altre due tipologie C e D, di fatto il tema della tradizione, furono adottate solo in via provvisoria per rendere meno duro l’impatto con l’innovazione: quel provvisorio che nel nostro Paese diventa spesso definitivo!
Domanda: che cosa abbiamo fatto in dieci anni per passare dalla prova “tema” alla prova “padronanza linguistica”? Nulla né da parte dell’amministrazione, che avrebbe pur sempre dovuto orientare e proporre, né da parte delle istituzioni scolastiche e dei docenti.
La seconda prova “ha per oggetto una delle materie caratterizzanti il corso di studio”. Di per sé è in continuità con gli esami di cui alla legge precedente.
La terza, “a carattere pluridisciplinare, verte sulle materie dell’ultimo anno di corso e consiste nella trattazione sintetica di argomenti, nella risposta a quesiti singoli o multipli ovvero nella soluzione di problemi o di casi pratici o professionali o nello sviluppo di progetti; tale prova è strutturata in modo da consentire, di norma, anche l’accertamento della conoscenza di una lingua straniera; il testo è predisposto dalla Commissione d’esame con modalità predefinite”. A parte lo svarione della “risposta a quesiti singoli o multipli”, poi corretto con il dm 357/98 con le tipologie B e C, “quesiti a risposta singola e quesiti a risposta multipla”, privilegiati dalle commissioni insieme alla tipologia A (trattazione sintetica di argomenti), viene da chiedersi: ma che fine hanno fatto le altre tipologie, problemi, casi, progetti, ovviamente più impegnative e caratterizzanti? Nulla è accaduto né da parte dell’amministrazione né da parte delle scuole e dei docenti, tranne rarissime eccezioni! E ancora: perché si insiste con il chiamare quiz prove che, invece, non solo dovrebbero avere un alto gradiente di innovazione didattica e docimologica, ma sono anche ampiamente utilizzate in contesti anche non scolastici e soprattutto stranieri? In dieci anni la terza prova non è decollata! E in dieci anni non siamo stati capaci né di comprendere qual è lo spessore culturale di un test né abbiamo imparato a costruirlo e a misurarlo! Né ci siamo mai misurati con le tre tipologie più impegnative, D, E ed F! Per non dire poi che la preparazione di una terza prova che sia veramente tale richiede una elaborazione collegiale di almeno un paio di giorni e non la semplice conta delle cinque materie (per alcuni addirittura quattro) da coinvolgere! Ancora una volta c’è una responsabilità dell’amministrazione, delle istituzioni scolastiche e dei docenti.
La quarta prova, il colloquio, “si svolge su argomenti di interesse pluridisciplinare attinente ai programmi e al lavoro didattico dell’ultimo anno di corso”. E qui siamo veramente al top! La nostra scuola non conosce per tradizione il colloquio. Abbiamo faticato non poco a introdurlo fin dagli anni Ottanta negli esami di terza media, ma anche qui con successi assai parziali. Nel nuovo esame di Stato il colloquio è un corpo estraneo! Il fatto è che impostare e dirigere un colloquio o intervenirvi è una Competenza con la C maiuscola che i nostri docenti non solo non hanno, ma che si ostinano a non volere acquisire. E molto più comoda una serie di domandine mirate! E c’è poi la questione della pluridisciplinarità. Se per anni non si è mai insegnato ad apprendere con criteri e orizzonti che vanno oltre la gestione della singola disciplina (spiegazione e interrogazione), è un po’ difficile che di punto in bianco si possa dirigere un colloquio o più semplicemente parteciparvi, perché non solo è una forma diversa di affrontare una data tematica, ma è anche pluridisciplinare! È ovvio che, se il punto di partenza sono le singole “discipline” e non dati “oggetti” che le comprendano e le sottendano, al colloquio pluridisciplinare le nostre commissioni non ci giungeranno mai. Ciascuno di questi oggetti, “albero”, “fiume”, “Napoleone” o che so io – presi assolutamente a caso – quante discipline è in grado di richiamare? L’albero sta lì, ma con quante discipline riesco a conoscerlo, comprenderlo, utilizzarlo (il legno, i frutti, la coltivazione, le ricadute ecologiche, dalla botanica alla chimica, alla fisica…) e così via? Napoleone stava in certi posti e in tempi dati (gli assi dello spazio/tempo), ha prodotto e subìto eventi: numerosi gli approcci disciplinari, dalle arti della guerra e della pace, all’arte, al diritto, all’economia, alla geografia, alla filosofia, alla letteratura, alla libellistica, al costume e così via! È certo che, se l’insegnante di chimica pensa solo all’acido solforico o quello di matematica al teorema di Pitagora, si sentiranno esclusi dal colloquio perché la loro sacramentale domandina non riusciranno mai a proporla! E un colloquio, prima di essere gestito, deve essere debitamente preparato.
Il fatto è che il nuovo esame presuppone una nuova didattica, dal laboratorio alla ricerca-azione alla peer education, all’analisi di caso, e una classe che vada oltre i muri dell’aula! Ma in dieci anni ci si è mossi in questa direzione? E le proposte di riforma del secondo ciclo si muovono in una direzione di questo tipo? Per non dire poi della valutazione per punteggi che è tutt’altra cosa rispetto alla consueta amministrazione dei voti. E neppure in questa direzione in dieci anni si è fatto alcunché!
Allora, se è vero che la vita è tutta un quiz, perché un esame di Stato – in questo Stato – dovrebbe essere qualcosa di diverso? Soprattutto con i tempi che corrono, con la sottovalutazione della cultura e dell’istruzione, e con l’ars copiandi che le nuove tecnologie rendono sempre più agevole ed efficace. E con le competenze che nessuna commissione certifica perché il MIUR è da dieci anni latitante, sia per definirle come standard terminali che per proporre i necessari modelli di certificazione, E poi non lamentiamoci se la nostra popolazione adulta diventa sempre più ignorante (lo dicono le opportune ricerche ad hoc) e se tutti sono sempre più convinti che la terza prova è solo un quizzone, con buona pace dei quiz televisivi che sono sempre più seri, anche perché si vincono quattrini!
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