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Quote raccomandate di alunni “stranieri”: integrazione?

di Francesco Cappelli, pubblicato il 15/02/2010

Sono Dirigente Scolastico presso l’I.C. “Casa del Sole” di Milano da 5 anni e in questo periodo ho avuto modo di sperimentare e capire qualcosa, nel concreto, del fenomeno immigrazione e dei risvolti sul nostro sistema scolastico.

Il fenomeno migratorio interessa in particolare la città di Milano, perché, al pari di altre città del nord, offre lavoro. Nel tempo gruppi sempre più numerosi di cittadini di nazionalità “altra” rispetto all’Italia, vi hanno eletto il loro luogo di lavoro e domicilio. Appena la situazione ha offerto parvenze di stabilità, le famiglie e i figli sono stati richiamati, altri figli sono nati ed è cresciuta la percentuale di popolazione scolastica “importata” nelle nostre scuole, segnatamente nella mia realtà (ad alto tasso di presenza: 50% con 26 nazionalità diverse di origine).

Rispetto all’inizio il fenomeno ha però assunto caratteristiche nuove: la popolazione “altra” è diventata sempre più italiana, per nascita (il mio 50% vede i bimbi con cognome “straniero” al 90% nati in Italia in prima classe della scuola primaria e con già 3 anni di scuola materna ), per carriera scolastica, per la capacità delle nostre scuole di accogliere e formare in L2 anche gli alunni di immigrazione recente e recentissima, pur nella penuria delle risorse ( docenti facilitatori sempre più ridotti nel tempo).

Paradossalmente chi governa il sistema da Roma pare aver colto del fenomeno solo la rilevanza numerica “nominale” fissando, con la recente circolare n° 2/2010, un tetto del 30% alla presenza degli alunni cosiddetti “stranieri”. Limite peraltro, come si evince dalla lettura della circolare, superabile in eccedenza, considerando, pur timidamente e tra parentesi, la nascita italiana e la conseguente, probabile, maggiore competenza nella lingua italiana. Il tutto in nome della migliore integrazione (pochi per classe si accolgono e preparano meglio) e della equa distribuzione tra scuole del territorio. Il tenore della circolare (“Indicazioni e raccomandazioni per...”) certamente non vuole imporre un modello, né intende disattendere norme vincolanti di legge che assegnano alle singole autonomie la competenza su criteri e modalità di accoglienza di tutti gli alunni, qualunque sia la loro diversità, anzi considerando ogni diversità una ricchezza. Tuttavia si introduce un principio di “quota”, che non esiste in nessun paese al mondo, anche solo a fini “distributivi”.

Evidentemente si vuole governare un fenomeno con norme e paletti per esorcizzare il senso di impotenza che fenomeni storici come le migrazioni (la storia è storia di migrazioni!) inducono. Si afferma una visione “forte” di governo, dove sembra che il modo più efficace di affrontare una situazione, certamente problematica, sia quella “muscolare” della limitazione per legge, dei respingimenti, del negare l’evidenza di una integrazione che avanza, faticosamente, ma inesorabilmente. I dati statistici ci dicono che con il trend attuale i figli di immigrati nel prossimo decennio saranno quanti i “nostri” con tendenza a superarli.. che senso hanno quindi le quote?

Come Paese moderno quale ci consideriamo, siamo in grado di accogliere con stabilità e continuità quanti noi stessi abbiamo richiamato in virtù della nostra stessa prosperità, richiamati come forza lavoro diventata indispensabile al nostro stesso sviluppo o almeno al mantenimento dei livelli produttivi? Servono norme o serve qualificazione delle risorse? Una popolazione scolastica immigrata o figlia di immigrati accolta al meglio, garantita nel diritto alla scuola e all’istruzione, costituisce o no una speranza in più, una garanzia per un futuro di sviluppo e benessere per tutti?

La domanda sembra retorica... chi ha steso la circolare n° 2/2010 non può non avere tale consapevolezza: o la quota proposta è largamente al di sopra della reale incidenza degli alunni con competenza linguistica limitata e allora ci si chiede perché introdurla, oppure si vuole ammiccare a chi, introducendo una barriera, non vuole favorire l’integrazione, limitando anche solo concettualmente l’accesso all’istruzione, diritto primo e insostituibile per qualunque bambino calchi, con o senza documenti, il nostro territorio.

Una ultima riflessione porta a chiederci come si inserisca l’ultima circolare nel patrimonio normativo sull’intercultura che da anni possiamo vantare. I documenti e le normative che il ministero, con l’una o l’altra coalizione, ha prodotto (penso solo alla “Via italiana...”) sono di alta civiltà... manteniamo la tradizione e diamo efficacia all’integrazione scolastica con risorse adeguate, con la convinzione che in questo modo si garantisce l’esito complessivo dell’integrazione a livello sociale.

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