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Racconti ed esperienze

Un progetto di formazione “integrata” nelle carceri del Lazio

di Teresa Corda, Stella Laterza e Dunia Sirri, pubblicato il 16/03/2009

In un’organizzazione fortemente caratterizzata come quella carceraria, la scelta del modello organizzativo di Chance ha favorito la partecipazione, l’autoresponsabilizzazione, la condivisione, la valorizzazione delle persone.

Il progetto Chance Formazione Scolastica, finanziato dalla Regione Lazio, prevedeva l’intervento su tutte le carceri del Lazio (14), e proponeva un percorso integrato di istruzione e formazione di circa 400 ore (250 in presenza, 150 fad) per ogni istituto. La realtà dei singoli istituti penitenziari ha reso necessario riformulare la proposta organizzando percorsi modulari più brevi (da 60 a 120 ore ciascuno) ma più numerosi. Fra aprile e novembre 2008 abbiamo così realizzato in 8 istituti 28 percorsi formativi coinvolgendo complessivamente circa 500 detenuti. L’obiettivo è stato quello di sperimentare un “modello” replicabile in grado di rispondere ai fabbisogni formativi dei detenuti delle carceri del Lazio, nell’ottica delineata dal contesto culturale e normativo europeo e nazionale.

Il modello di intervento, adattato alle diverse realtà locali e alle peculiarità dei singoli istituti di pena ha rappresentato una scommessa innovativa soprattutto per le seguenti caratteristiche che si sono rivelate i punti di forza del progetto:
- percorsi formativi articolati in moduli didattici polivalenti e flessibili con caratteristiche per lo sviluppo integrato di competenze di base, competenze per la vita e competenze professionali (certificazione delle competenze acquisite);
- strategie e metodologie innovative (metodo Feuerstein, laboratori di teatro e scrittura creativa, laboratori professionalizzanti, laboratori di informatica ecc.) che hanno permesso la strutturazione di un percorso formativo imperniato sullo sviluppo di strumenti di comprensione e di espressione del sé oltre che sull’acquisizione di nuovi contenuti;
- utilizzo di un “portfolio mobile” per accompagnare sistematicamente il percorso degli allievi e registrare con frequenza i risultati, in modo da garantire una forma di continuità in caso di trasferimento o interruzione;
- una struttura comunicativa per il passaggio delle informazioni da un istituto carcerario all’altro in modo da non disperdere nessuna competenza acquisita e rendere possibile l’inserimento immediato nel percorso formativo attuato nel carcere in cui il detenuto viene trasferito;
- una rete comunicativa (relazioni attraverso i coordinatori e rete web a ciò destinata) per aprire uno spazio interattivo comprendente tutti i moduli formativi per un’azione di sperimentazione e ricerca, fondata sulla documentazione delle metodologie e dei risultati raggiunti attraverso un sistematico lavoro di condivisione e revisione al fine di permettere il riuso continuo delle buone pratiche.

L’attività formativa del “Progetto Chance”, che ha coinvolto una rappresentanza significativa (15%) della popolazione carceraria del Lazio, ha raggiunto sicuramente un obiettivo di grande rilievo sociale. Ha dimostrato, infatti, che gli spazi educativi istituzionali possono essere ampiamente “integrati”con formule innovative di forte coinvolgimento e condivisione da parte di attori non tradizionalmente presenti in queste situazioni. Questa integrazione è stata tanto più significativa in quanto si è concretamente realizzata anche attraverso l’utilizzo di docenti delle aree educative già operanti nelle carceri (Centri Territoriali Permanenti, CTP, per l’istruzione e la formazione in età adulta) che hanno lavorato assieme a quelli “esterni”. I numeri reali (43 dei CTP e 46 esterni) testimoniano l’equilibrio di un gruppo che, dopo una discussione iniziale non scontata, ha “fatto squadra” per tutta la durata del progetto.

Le agenzie che hanno messo in piedi e realizzato “Chance” (Tils e Noveris con UIS e Lazio Form), consorziatesi proprio per l’occasione, hanno portato all’interno della realtà carceraria strategie e metodologie di contatto e didattiche che hanno privilegiato strumenti di comprensione ed espressione del sé. Il risultato più immediato è stato quello di indurre i reclusi e le recluse ad analizzare la propria individualità in modo diacronico, legando il sé all’interno del carcere con il sé della propria vita da liberi. Tale operazione è un tentativo di ricomporre un’immagine possibile del sé al momento in cui la pena sarà conclusa. È appena il caso di ricordare, infatti, come la detenzione abbia prima di tutto la finalità di rieducare gli individui nella prospettiva del loro reinserimento nella società.

Nella sezione delle risposte libere, comprese nel questionario di gradimento proposto al termine dell’esperienza ai detenuti che hanno partecipato a “Chance”, compare insieme apprezzamento ma anche stupore per gli spazi di ascolto e di disponibilità offerti dai docenti nei loro interventi all’interno dell’attività formativa.

La sfida per noi era in parte proprio questa: se la scuola, tradizionalmente intesa, è carica di ricordi negativi (e comunque poco attraente), anche in realtà cosi deprivate di momenti di socialità come la realtà carceraria, bisognava “inventare” una formula che fosse in grado di offrire contenuti ed empowerment professionale attraverso una rivisitazione del rapporto docente/discente in grado di recuperare e valorizzare il “vissuto” (purtroppo spesso drammatico) degli ospiti degli istituti di pena.

Naturalmente non tutto è facile ma siamo convinte che il modello sperimentato abbia una grande carica di potenzialità tale da determinare il cambiamento.

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