Politiche scolastiche

Politiche educative

Scuola media: alcune domande impertinenti

di Giancarlo Cerini, pubblicato il 03/09/20091 commento |

Che cos'è la scuola media? È davvero l’anello debole del nostro sistema educativo?

Un’immagine che fa discutere - Della nostra “cara” Scuola Media si è detto ormai tutto e il contrario di tutto. È stata definita, variamente:
- l’anello debole del nostro sistema educativo, con allievi che invece di incrementare i loro livelli di conoscenza sembrano retrocedere, rispetto alla scuola primaria;
- un’esperienza che non riesce a incidere positivamente sulle condizioni sociali dei ragazzi, cosicché a 14 anni oltre un terzo si diploma con appena “sufficiente” (ora trasformato in 6 “rosso”) e imbocca la strada dell’istruzione professionale, se non della dispersione;
- un luogo consacrato a una didattica centrata sui contenuti disciplinari, non in grado di reggere la sfida delle “competenze”, cui i 15enni sono chiamati l’anno successivo dai severi test dell’Ocse-Pisa;
- un percorso formativo transeunte, troppo breve per lasciare una traccia in una età della vita (la pre-adolescenza) essa stessa in veloce e acerba trasformazione.

È pur vero che la scuola media, scuola di mezzo, è da molti anni alla ricerca di una sua incerta identità, attratta dalla scuola superiore (il piano alto della “secondaria”), ma poi richiamata alla comune appartenenza alla scuola di base (il c.d. “primo ciclo” dell’istruzione). L’alternarsi di diverse denominazioni (scuola – di volta in volta – media, secondaria I grado, del primo ciclo, di base) suggella questa sindrome pirandelliana, nella non risolta ambiguità della sua secondarietà – di accesso ai saperi formali e al pensare per modelli – o di completamento della formazione primaria, quindi di consolidamento dell’alfabetizzazione strumentale. Con, in più, la spada di Damocle dell’anatema dei ragazzi di Barbina contenuta nella “Lettera ad una professoressa”, di oltre 40 anni fa: “Cara signora, lei di me non si ricorderà nemmeno il nome…”. Una ferita ancora da sanare.


Qualche evidenza - Ci sono però dei dati che fanno pensare:
- la percentuale di insuccesso coinvolge quasi il 40% dei ragazzi, con insufficienze diffuse nelle discipline fondamentali;
- le differenze di ceto, di cultura, di territorio si fanno sentire pesantemente, con una vistosa frattura Nord-Sud confermata da tutte le rilevazioni nazionali e internazionali;
- l’età media degli insegnanti è la più elevata tra tutti i gradi scolastici;
- i modelli organizzativi sono ormai datati, quasi immutabili da trent’anni, con una frammentazione di discipline e una eccessiva presenza di docenti (almeno 9 figure che si alternano in una classe);
- il tempo scuola è rigidamente distinto tra un orario tutto-antimeridiano e un tempo-prolungato presente qua e là (mentre manca una scelta coraggiosa verso tempi opzionali e facoltativi per i ragazzi).

Nei prossimi mesi, la scuola media dovrà misurarsi con il nuovo modello organizzativo previsto dal recente Regolamento di riordino (Dpr 20 marzo 2009, n. 89), che però non sembra una risposta risolutiva alle tante questioni aperte, nonostante le buone intenzioni dell’Atto di indirizzo che accompagna l’emanazione del decreto.


Una scuola che non accetta i nuovi “barbari” - Al di là dei casi esemplari, che pure ci sono, l’attuale scuola media non sembra in grado di intercettare le caratteristiche “nuove” dei suoi allievi, questi nuovi “barbari” (Baricco) che ondeggiano velocemente, ma anche superficialmente, su una quantità sterminata di linguaggi, codici, tecnologie, gadget… Appena usciti dal cono d’ombra dell’infanzia e già attratti dai riti del consumo, ipnotizzati dal conformismo del gruppo, alla ricerca di una loro visibilità, inquietanti nella loro mancanza di sensi di colpa (Galimberti). Con modelli di riferimento familiari sempre più labili e incerti, tutt’al più “amicali”. Insomma un gruppo difficile da gestire in classe, seppure portato a grandi slanci e voglia di fare, desideroso di sentirsi importante, riconosciuto, capace di fare cose (dunque, competente). La sfida si gioca in classe, è ormai chiaro. Ma con quali strumenti? E operando quali scelte?


È tempo di un dibattito fuori dagli schemi - Proponiamo, allora, un primo grappolo di domande, per stimolare ulteriori interventi:
a) sono auspicabili modifiche strutturali all’attuale ordinamento della scuola secondaria di I grado (es.: durata quadriennale, fusione con le elementari, raccordo più stretto con il biennio obbligatorio ecc.) o è più opportuno intervenire nelle condizioni dell’insegnamento (orari, discipline, programmi, cattedre, metodi ecc.)?
b) come giudicare l’esperienza dell’istituto comprensivo che riguarda ormai oltre i 2/3 delle scuole medie? È riuscito a diventare un modello organizzativo efficace? La formazione degli allievi è migliorata? I docenti dialogano meglio tra di loro? I genitori sono soddisfatti? Insomma: cosa si perde e cosa si guadagna a diventare “comprensivi”?
c) è utile intensificare i momenti di valutazione (prove d’esame strutturate, prove oggettive Invalsi, uso dei voti ecc.) per stimolare il confronto e quindi migliorare i risultati dei ragazzi e promuovere una didattica più innovativa?
d) come coniugare il “peso” tradizionale delle discipline, ma anche il loro valore “formativo”, con l’esigenza di coinvolgere di più i ragazzi, di motivarli verso esperienze di studio e ricerca, di farli incontrare con una scuola da “vivere”?

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Una scuola in cerca d'autore di eubas09, pubblicato il 07/09/2009 Credo che la crisi della scuola media come scuola alla ricerca di un'identità trovi una significativa cartina di tornasole nelle prove INVALSU che, ad opera del Ministero Fioroni, sono entrate a far parte dell'esame di licenza media. Ci aiuta ad argomentare la questione l'analisi di un quesito delle provedi matematica del 2007-2008. IL caso del teorema di Pitagora Il quesito, che secondo molti insegnanti è risultato non poco difficile, chiedeva agli alunni di risolvere il problema di una scala appoggiata ad un muro. Si trattava, in realtà, di un semplice caso del teorema di Pitagora, conosciuto molto bene dagli alunni di terza media. A renderlo difficile è stato il fatto che conoscere il teorema di Pitagora ( conoscenza) non significa necessariamente saperlo utilizzare per analizzare e risolvere i problemi , anche banali, della realtà extrascolastica ( competenza). La competenza è, cognitivamente, più complessa della conoscenza perché implica la capacità di ripercorrere e rielaborare personalmente le conoscenze, in modo da saperle trasferire e trasformarle in uno strumento d'analisi e soluzione dei problemi che, a cerchi sempre più ampi, sono presenti: a) negli altri ambiti di apprendimento, b) nella realtà extrascolastica personale, c) nella realtà extrascolastica più ampia. E' anche evidente che insegnare conoscenze è diverso dall'insegnare competenze. Se per rispondere alle incertezze poste dalla scala appoggiata al muro, gli insegnanti di matematica interessati avessero semplicemente raddoppiato gli esercizi sul teorema di Pitagora, avrebbero ottenuto, probabilmente, risultati decisamente inferiori alle attese e all'impegno. Non avrebbero, infatti, fatto gran che per insegnare agli alunni : a) ad uscire dal teorema di Pitagora come apprendimento scolastico, b) a riconoscerlo nei diversi casi anche problematioi in cui si presenta nella realtà, c) a renderlo una risorsa per risolvere quegli stessi problemi. La costruzione delle competenze richiede un processamento dei saperi molto più articolato del, pur necessario, "sapere cosa", del saper, cioè, agire una conosoenza nell'ambito di appartenenza. Richiede anche il " sapere verso dove", e cioè la capacità di vedere tutti i diversi contesti e casi un cui le conoscenze possono essere risorse da investire e utilizzare per decifrarli e costruirli, e il "sapere come", e cioè la capacità di usare i saperi come fonti, sia di strategie algoritmiche ( il problem solving) sia di strategie euristiche, di scoperta. Possiamo concretizzare dicendo che insegnare competenze siginifica trasformare la scuola in un centro di ricercae l'insegnante in un responsabile dei programmi di ricerca. Le conseguenze. Alla luce di tutto questo, appare evidente che le prove INVALSI evidenziano alcuni nodi fondamentali nella definizione dell'identità e del ruolo della scuola media. Occorre decidere, innanzi tutto, se si vuole una scuola media che trasmetta conoscenze o che formi competenze, con tutte le conseguenze segnalate dal caso del teorema di Pitagora. Si tratta, poi, di riconoscere che il compito formativo della scuola media come fucina di competenze sarebbe decisamente valorizzato se le prove di ceritificazione fossero spostate alla fine del biennio successivo di istruzione/formazione, durante il quale gli alunni hanno avuto la possibilità di mettere significativamente all'opera quei meccanismi di transfer delle conoscenze che, come abbiamo visto, sono costitutivi delle competenze. Dopo i 14 anni, inoltre, si sarebbero sicuramente formate e consolidate le strutture cognitive richieste da un effettivo processo di costruzione ed attivazione delle competenze. Forse anche da qui si possono cominciare a curare i mali della scuola media e a consolidare le prospettive degli alunni, mettendoli in grado di iniziare la realizzazione di un vero e proprio portfolio personale delle competenze Eugenio Bastianon

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