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La scuola nell’era digitale

di Settimio Marcelli, pubblicato il 01/02/2010

La scuola è sempre più estranea ai giovani, ma credere di risolvere il problema introducendo delle tecnologie è un’illusione. Dobbiamo capire qual è il nuovo paradigma cognitivo della società digitale ed entrare in contatto con i giovani parlando la loro lingua, per insegnargli anche la nostra.

Una cosa unisce i giovani dei principali Paesi industrializzati: la disaffezione verso la scuola. Tra le principali cause di questa insofferenza c’è l’ambiente comunicativo in cui sono abituate a vivere le nuove generazioni. Non a caso da più parti si pensa di risolvere il problema introducendo computer e lavagne elettroniche in classe, ma non è difficile capire che si tratta di un’illusione. In realtà le tecnologie digitali hanno creato nuovi paradigmi cognitivi, per cui solo operando a questo livello possiamo pensare di intervenire per fare in modo che la scuola riacquisti un senso agli occhi di chi è nato dopo l’inizio della rivoluzione digitale.

I nostri giovani sono nati e cresciuti in un mondo in cui non la produzione, ma il consumo è considerato il fattore principale della realizzazione del sé; un mondo in cui, con l’affermazione degli strumenti della comunicazione digitale, sono saltati tutti i punti di riferimento spazio-temporali che hanno accompagnato la formazione delle generazioni precedenti. Di conseguenza risulta spontaneo per i giovani ritenere positiva ogni azione rivolta al soddisfacimento immediato di un desiderio, mentre ogni sforzo rivolto a un risultato da ottenere in un momento successivo viene considerato punitivo, quindi da evitare. È evidente che non si tratta solo di un problema di media, ma di assetto complessivo della società, in cui al modello consumistico si associa la comunicazione pubblicitaria e la digitalizzazione di ogni momento della vita. Di sicuro, però, l’annullamento della dimensione temporale e il rifiuto di compiere ogni rinuncia, accompagnati alla effettiva impossibilità di realizzare questi obiettivi, fanno crescere il disagio, che trova il suo apice dove vi è pressione a “dilazionare” i risultati, a “progettare” la loro esistenza.

A questo punto abbiamo due possibilità, continuare a ignorare il nuovo paradigma (favorendo i giovani che vivono in ambienti familiari in grado di sostenerli) oppure confrontarci col nuovo paradigma, che si basa su alcuni principi fondamentali:
• la centralità della soddisfazione del soggetto (consumismo);
• l’immediatezza del conseguimento dei risultati (annullamento spazio-temporale);
• l’insofferenza nei confronti degli ostacoli (onnipotenza tecnologica);
• la passività nell’acquisizione dei contenuti (fascinazione tecnologica);
• l’indifferenza rispetto agli scopi e ai mezzi (idolatria del successo).

Assecondare questi principi significherebbe condannare i giovani al loro disagio e venir meno al nostro ruolo. Ignorarli significa votarci al fallimento: dobbiamo usarli per avvicinarci agli studenti e impedire che ne restino prigionieri. Di conseguenza, è importante pensare a percorsi di apprendimento in cui:
• individuare percorsi in cui ci sia un sostegno continuo allo sforzo attraverso un rinforzo che sottolinei i risultati conseguiti dagli studenti e individui obiettivi raggiungibili da perseguire;
• coinvolgere gli studenti in iniziative in cui la componente emotiva e relazionale sia presente quanto quella cognitiva; adoperare strumenti non solo legati alla comunicazione scritta, ma anche audiovisiva; impiegare strumenti informatici per produrre e non solo per presentare il lavoro svolto;
• potenziare iniziative curricolari ed extracurricolari di cui sia chiara l’utilità non solo ai fini della valutazione scolastica, ma della crescita personale;
• favorire la creazione di un clima in cui, rimanendo chiare le distinzioni dei ruoli di docenti e studenti, emerga lo sforzo comune verso un obiettivo comune, che corrisponde alla crescita culturale e umana degli studenti.

A questo punto vengano pure computer e internet, saremo noi a usarli per far crescere culturalmente i nostri studenti e non loro a usare noi per confermare i giovani nella loro passività.

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