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Il bruco e la farfalla

di Alessandro Bertirotti, pubblicato il 29/12/20092 commenti |

“Non riceviamo una vita breve, ma tale la rendiamo: e non siamo poveri quanto alla vita, ma la sprechiamo con prodigalità” (Lucio Anneo Seneca, De Brevitate Vitae). “Quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla” (Lao Tse).

Lucio Anneo Seneca (4 a.C. – 65 d.C.), figlio di ricca famiglia, colto e ottimo parlatore, è l’educatore di Nerone e in tal veste esercita la sua influenza sulla politica di Roma. Seneca si prefigge un compito: trasmettere a Nerone le proprie virtù per farne un modello di stoica saggezza. Ma ben presto si accorge che Nerone si incammina verso l’assolutismo monarchico e decide nel 62 d.C. di abbandonare la vita politica. Seneca è deluso, perché tutte le aspettative per le quali si è battuto sono ora disattese, sconfitte dalla realtà dei fatti. Si sente vicino alla morte come non mai, perché la questione del tempo e della fine accompagnano la sua riflessione filosofica da sempre.

Scrive che gli uomini perdono il loro tempo in cose vane e si accorgono di quanto il tempo sia prezioso solo con l’approssimarsi della morte. Egli scrive anche che il prepararsi alla morte non implica la rinuncia al vivere, perché è da stolti temere la morte,essendo questa la fine di ogni sofferenza umana. Anzi, giunge a sostenere che quando il saggio non potrà più praticare la virtù, per l’ostilità dei tempi, dovrà comprendere che è venuto il momento di riacquistare la propria libertà con l’estremo atto del suicidio, che è pienamente nelle sue facoltà.

Ugo Foscolo (1778-1827) ha una visione della morte simile a quella di Seneca. Egli, nel romanzo epistolare le Ultime lettere di Iacopo Ortis, storia di un giovane patriota che, allo svanire di tutti i propri sogni, spinto dalla disperazione amorosa e politica, vede nella morte l’unica via d’uscita alla sua negativa situazione. Anche nel sonetto “Alla sera”, è centrale il concetto del nulla eterno. La morte ha un’efficacia liberatoria, perché rappresenta l’annullamento totale in cui si cancellano conflitti e sofferenze. Nel sonetto “In morte del fratello Giovanni”, la visione della morte nel Foscolo muta, perché diventa importante il motivo della tomba. Essa si identifica con l’immagine del nucleo familiare ricostituito soprattutto attraverso la figura della madre che sulla tomba parla al figlio morto del fratello lontano. Il poeta spera di tornare un giorno e poter piangere finalmente sulla tomba del fratello la sua giovane vita spezzata. Chiede solo che dopo la morte il suo corpo venga restituito alla madre. La morte diventa qui l’unico mezzo per realizzare quel ricongiungimento col nucleo familiare che sembra impossibile e definitivamente negato. In questo sonetto la morte non è più nulla eterno, perché ora è divenuta lacrimata, consentendo un legame con la vita. Anche nei Sepolcri, il Foscolo riprende il concetto, ribadendo inizialmente la tesi materialistica sulla morte, ma superandola poi,con altre considerazioni che la negano come nulla eterno. Sul piano filosofico, il Foscolo afferma l’illusione di una sopravvivenza dopo la morte, garantita dalla tomba che conserva il ricordo del defunto presso i vivi. La tomba assume per Foscolo un valore fondamentale nella civiltà umana, perché diventa il centro degli affetti familiari e la garanzia della loro durata dopo la morte. L’Ortis si chiude con il suicidio del protagonista, mentre ora, attraverso l’illusione, il Foscolo arriva ad affermare il ruolo centrale dei legami affettivi.

Anche Giacomo Leopardi rivolge la sua attenzione alla morte. Nel Cantico del gallo silvestre scrive che l’essere delle cose ha come suo unico fine la morte, perché la natura è intenta alla morte in ogni sua opera.

In ogni attività quotidiana la cosa che più ci preoccupa è il tempo, perché è il tempo che ci permette di dimenticare. È il tempo che rimargina le nostre ferite, almeno apparentemente, ed è il tempo che dissipa l’angoscia e le frustrazioni. Intrappolati nel processo del tempo, come potremo mai raggiungere quella condizione in cui non vi è contraddizione, in cui ogni singolo movimento della vita è azione integrata, in cui la vita quotidiana diventa l’agognata realtà?Dovremmo forse produrre un cambiamento incredibile, non solo a livello superficiale, nelle nostre attività esteriori, ma anche internamente, nel profondo. Dovremmo dare vita a una rivoluzione interiore tale da trasformare il nostro modo di pensare sino a generare uno stile di vita che sia di per se stesso azione totale. Eppure, anche se potessimo farlo, non riusciremmo a compiere una tale personale rivoluzione, perché abbiamo paura.

Qualsiasi cosa diciamo di essere, buddisti, induisti, cristiani o altro ancora, comunque siamo plasmati dal passato, dalle nostre abitudini e dalle tradizioni. Siamo avidità, invidia, gioia, piacere, godimento del bello, angoscia del non essere amati, del non riuscire a realizzarci. Siamo tutto ciò, ossia processo nella continuità. E tutto questo lo esprimiamo secondo una modalità utile a un tempo e negativa nello stesso tempo: siamo saldati alle nostre opinioni, al nostro modo di pensare. Siamo, in poche parole, legati a un metodo che consideriamo vincente, senza valutarne, volta per volta, la sua effettiva efficacia.

Guardiamo più attentamente la contraddizione metodologica nella quale si muove il pensiero occidentale, specialmente di fronte alla convinzione di una conoscenza riduzionistica e separatistica. Come dice una mia cara amica psicoterapeuta, Giuliana Mieli, “l’amore è sintomo del nostro limite, perché se fossimo perfetti non cercheremmo l’amore”. Non ne avremmo bisogno né desiderio, aggiungiamo noi. Il senso dell’amore, inteso come relazione altamente significativa fra tutti gli esseri viventi animali e non, non è un processo mentale nella continuità, altrimenti non saremmo in grado di giustificare,comprendere le debolezze nostre e quelle altrui, avere pazienza e saper attendere, per se stessi e per gli altri, un momento migliore, e sempre dopo quello attuale.

Senza amore l’umanità intera non potrebbe cognitivamente progettare nessun tipo di futuro, proprio perché conosciamo efficacemente solo quello che amiamo.

E forse, proprio in questa consapevolezza del limite, grazie al quale si va sempre alla ricerca di coloro che completano il sentimento di appartenenza a un tutto, risiede la grande forza della coscienza umana, grazie alla quale il nostro essere bruchi oggi diventa, domani,la possibilità di rinascere farfalle nei nostri figli.


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Commento a Daniper di ABertirotti, pubblicato il 25/01/2010 Ha ragione Daniper, anche da un punto di vista prettamente congnitivo, l'abitudine, proprio perchè habitus, determina la formazione del sentimento di sicurezza. Una sicurezza che nasce affettivamente e diventa cognitiva nel momento in cui il dato compreso e conosciuto viene frequentato dalla nostra mente con una certa costanza e continuità nel tempo. Questo atteggiamento mentale, che trova poi riscontro in atti di ridondanza cognitiva nella cultura (ossia in tutte quelle situazioni in cui le altre persone giudicano e consdierano valide le nostre opinioni confermandole e rinnovandole) è il rovescio della medaglia del "coraggio". Grazie! Alessandro Bertirotti.

La paura del cambiamento di daniper, pubblicato il 24/01/2010 Ringrazio il dott.Bertirotti per le ottime riflessioni che mi ha offerto, e lo ringrazio anche dei link a fondo pagina.E' vero, non "AGIAMO" per paura. Per paura del cambiamento. Ogni crisi, personale e non, conduce sempre alla fine un cambiamento, e non sempre noi siamo disposti a RIVOLUZIONARE il nostro modo di essere, di perceperci o di relazionarci con l'esterno. Preferiamo continuare nelle nostre SALDE ABITUDINI perchè abbiamo paura.

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