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Filosofia e società della conoscenza

di Anselmo Grotti, pubblicato il 22/10/2009

Quale lo sguardo filosofico negli scenari digitali della società della conoscenza?

1. L’Italia esclusa dalla società della conoscenza? Come è noto il Consiglio europeo riunito a Lisbona nel 2000 decise una serie di riforme per consolidare il mercato interno, incrementare la ricerca, l'innovazione e l'educazione, affinché l'Unione europea entro il 2010 potesse divenire "l'economia della conoscenza più competitiva e dinamica del mondo".

Siamo ormai al limitare della scadenza a suo tempo assegnata. La crisi economica internazionale si è fatta pesantemente sentire anche in Europa. In Italia in particolare i dati di varia provenienza concordano nel delineare un panorama molto preoccupante sul fronte della formazione e dello sviluppo della “società della conoscenza”.

Nel nostro Paese due terzi della popolazione, tra i 16 e i 65 anni, presenta una “insufficiente competenza alfabetica funzionale”. La maggioranza dei nostri connazionali non sa dunque “leggere”, nel senso di seguire un ragionamento, anche molto modesto, attraverso la lettura. Siamo 17 volte peggio della media europea. È un dato inquietante perché mina alla base tutti i diritti civili, economici, politici. Il dato fa riferimento infatti alle fasce di età che più dovrebbero avere sviluppato adeguate competenze di lettura consapevole: tra 16 e 65 anni. I più anziani di questo gruppo hanno cominciato le elementari attorno al 1950, i più giovani sono i primi ad aver sperimentato l’obbligo scolastico esteso al biennio delle superiori. A partire dal 1963 tutti dovrebbero avere almeno la licenza media, quindi a partire dai nati nel 1952. Quindi tra chi oggi ha tra 53 e 65 anni c’è almeno la licenza elementare, e tra 20 e 52 anni almeno la licenza media; i più giovani hanno “assaggiato” la scuola superiore: questi i dati “minimi”, poiché alcuni hanno comunque proseguito gli studi. Eppure…

2. Dall’informazione alla conoscenza: quale il ruolo della filosofia negli scenari digitali? Nelle connessioni web siamo al 18/mo posto in Ue, in compagnia di Lituania e Polonia (rilevazione 2007 Istat). Il “digital divide” è la separazione tra Paesi all’interno del circuito delle informazioni e dei saperi e quelli esclusi. Il “digital disconnect” è il divario tra adolescenti informatizzati e adulti tagliati fuori dal mondo delle tecnologie, compresi spesso genitori e insegnanti. Il cellulare ha raggiunto i livelli di diffusione della tv (97,9%), ma per la banda larga siamo ancora molto indietro.

Tuttavia, anche immaginando nel prossimo futuro l’incremento della connettività digitale, rimane un problema culturale di grande rilievo: rendere consapevole e autonoma l’interazione di Rete, evitando che Internet rappresenti un ennesimo canale televisivo.

Il passaggio da un amorfo ammasso di “informazione” a un creativo processo di conoscenza deve inevitabilmente fare riferimento al ruolo della filosofia, al suo processo ermeneutico, di strutturazione della percezione e dell’organizzazione del sapere. I media digitali rappresentano una straordinaria opportunità per la formazione, ma devono essere sostenuti da una robusta prospettiva filosofica. Esiste una fondamentale differenza tra la condivisione del sapere (“Se tu hai una mela e la dividi con me, abbiamo mezza mela per uno. Se tu hai un’idea e la condividi con me abbiamo un’idea ciascuno”, ha scritto George Bernard Shaw) che crea sempre nuova conoscenza, e la brutale colonizzazione delle menti con le “armi di distrazione di massa”. Ha scritto Eric McLuhan: “quando l’informazione costituisce il nostro ambiente globale, il raccoglierla è priva di senso. Tutto è disponibile istantaneamente e ovunque. La navigazione e la caccia sono capacità essenziali dei nomadi: come i loro antenati del Paleolitico, i nostri neonomadi si recano in forma elettrica (electric) dove possono trovare la selvaggina”.

Come porre sotto uno sguardo filosofico il cambiamento?

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